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larsson

Le curve sinuose della dea bergamasca, immortalata per la raccolta panini 84-85: capelli biondi e pallone sullo sfondo. In basso l’ultimo spazio libero, riempito dalla figurina di Lars Larsson, svedese nei tratti e nell’altezza. Un pezzo di ragazzo, caterve di gol realizzati in patria prima di raggiungere l’Italia, allora sì meta ambiti per grandi campioni e per giovani a caccia di successo. In quella squadra, da sempre la più blasonata delle provinciali, militavano Andrea Agostinelli, Carlo Osti, Roberto Donadoni e Nello Malizia, onesto portiere passato alla storia per aver negato al Napoli lo scudetto 80-81, con una serie di interventi straordinari, quando ancora militava nel Perugia. Al san Paolo gli umbri si imposero uno a zero. Bastò l’autorete di Moreno Ferrario e la giornata di grazia del numero uno e disgrazia per il popolo partenopeo. Ne ha di storie e protagonisti quella compagine nerazzurra che però perde, improvvisamente, uno dei suoi attori meno conosciuti: lo scandinavo dalle gambe fragili e dal cuore d’oro.

Riuscì a mettere insieme, quell’anno, appena undici presenze, corredate dalla miseria di un gol, realizzato durante la “Mitropa Cup”. Se n’è andato Larsson, ad un passo dal suo cinquantatreesimo compleanno. Si trovava lì, nella sua terra natia, laddove era tornato dopo la breve e infelice parentesi (sul piano tecnico) aperta e chiusa nello stivale. Continuò a segnare con la maglia del glorioso Malmo, con grande continuità. E ci piace immaginare che raccontasse, ad amici e parenti, quella sua avventura, durata appena dodici mesi. Sufficienti per “conoscere” il primo Maradona, per assistere alla romantica epopea del Verona. Aneddoti da raccontare, con un pizzico di rammarico e un po’ di nostalgia. Ma alla fine, poteva forse ritenersi un privilegiato. Su quei prati, in quegli stadi, in quegli anni, si sono scritte pagine memorabili. Sarà si finito in un angolino, non potendosi esprimere al meglio, cosa che invece riuscì al connazionale Stromberg.

Ma allora, valeva la pena esserci, al di la di tutto. Oltre al calciatore, poco conosciuto, c’era l’uomo, ancor meno noto. Lo racconta Nedo Sonetti, il “sergente di ferro”, che guidò quell’Atalanta ad una salvezza tranquilla: “Il ragazzo arrivò da noi con un ginocchio già ingessato, fece solo delle apparizioni. Ma parliamo, senza retorica, di una persona straordinaria che seppe subito ambientarsi. Fu un peccato non poterlo vedere all’opera ma riuscì a vincere la sua sfida sotto il profilo dell’aspetto umano. La notizia della sua scomparsa mi ha profondamente colpito”. Si apre il libro dei ricordi: “Che campionato, che campioni e  quanta passione: per la prima di campionato, a Bergamo, arrivarono 42000 spettatori,  un record ancora oggi imbattuto. Si respirava entusiasmo ovunque, in ogni stadio. Oggi non è più così e le colpe sono un po’ di tutti. Quel calcio, purtroppo, non tornerà più”.

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