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Il Liverpool di Brendan Rodgers, in questo 2014-15, è stata sinora una delle compagini in Europa più sclerotiche in assoluto. Fino a gennaio la squadra sembrava incompiuta, fortissima sulla carta ma povera di idee e, soprattutto, senza identità alla prova del campo. Come se non bastasse, l’annuncio dell’addio a fine anno di Steven Gerrard, il capitano di una vita, aveva portato ancora più pressione su Rodgers, per molti oramai vicino a lasciare Anfield prima della fine della stagione. Poi, proprio nel momento di maggiore sconforto, i Reds hanno iniziato a macinare gioco, a scalare la classifica di Premier e, soprattutto, a trovare una dimensione tattica finalmente in grado di esaltare tanto le caratteristiche dei singoli quanto la forza del gruppo, la vera arma in più di questo Liverpool.

QUANDO TUTTO SEMBRAVA PERDUTO C’è voluto un intero girone per Rodgers per trovare l’amalgama perduta. Ad Anfield, ad agosto, si respirava un mix di amaro in bocca, complice il finale di stagione scorso concluso al secondo posto dietro al City quando il sogno di riportare la Premier a Liverpool si era scontrato con la scivolata di Gerrard in quel terribile 27 aprile 2014, e di esaltazione per il ritorno in Champions, una campagna acquisti milionaria che aveva sì visto l’addio di Suarez ma, al contempo, l’arrivo di tanti giocatori interessanti per un costo complessivo di 152 milioni di euro, e soprattutto per la fiducia ritrovata dopo anni bui e pieni di delusioni.
Il giocattolino di Rodgers, nella prima parte di stagione, non si è però praticamente mai materializzato e presto l’esaltazione si è trasformata in frustrazione. L’uscita dalla Champions ai gironi, soffrendo non solo con il Real ma anche con il Basilea, poi secondo proprio davanti ai Reds, e con i bulgari del Ludogorets, e la classifica deficitaria in Premier rispecchiavano il livello di gioco espresso da una squadra senza identità e confusionaria. La stupenda creatura plasmata da Rodgers nel 2013-14 si era di fatto trasformata in un mostro senza anima e il campo aveva assunto l’aspetto di un giudice impietoso. Due i capi d’accusa pendenti sulla testa del manager nordirlandese: aver speso una fortuna per giocatori sopravvalutati e, peggio ancora, non essere riuscito a metterli in campo.

IL NUOVO VESTITO SU MISURA Rodgers si è tirato fuori dalle grane puntando sulla qualità che gli è sempre stata riconosciuta, la sfrontatezza. A gennaio, quando la stagione sembrava oramai compromessa, il manager dei Reds ha abbandonato i piani di gioco classici e si è inventato uno schema che sulla carta si potrebbe definire 3-4-2-1 anche se poi, in campo, la maggior parte dei giocatori ha libertà di movimento fuori dal normale.
Oltre ad aver rispolverato la difesa a 3, un suo vecchio marchio di fabbrica, Rodgers ha avuto l’intuizione di arretrare in quel reparto Emre Can, centrocampista muscolare classe ’94 arrivato in estate dal Leverkusen per 15 milioni di euro. A metà campo il tedesco di origine turca non impressionava, soprattutto in un campionato dinamico come quello inglese; in difesa è invece diventato presto uno dei punti di riferimento, essendo comunque bravo sull’1 contro 1, disciplinato tatticamente ed anche capace di far ripartire l’azione.
In mediana l’esperimento del centrocampo a 3 è stato presto messo da parte, anche perchè a 4 il Liverpool ha dimostrato di poter essere tanto più solido quanto più offensivo. I due centrali sono stati a turno Gerrard, Henderson, Lucas e Allen mentre sulle corsie Rodgers ha cambiato Lallana, Markovic, Sterling e Alberto Moreno. Forse proprio la coppia Moreno- Markovic è quella che si è fatta più apprezzare: lo spagnolo, sicuramente meno estroso del serbo, ha comunque dimostrato di saper scivolare bene nella linea difensiva, di fatto ricomponendo a 3 la linea arretrata quando l’azione si sviluppava sulla corsia opposta. Il vuoto sulla zona offensiva di sinistra è stato del resto occupato da Coutinho, sulla carta uno dei due trequartisti dietro l’unica punta, nella pratica sempre più decisivo nel momento in cui gioca con i piedi sull’out di sinistra, cosa che gli permette di rientrare verso il campo e calciare a giro in porta, il suo vero marchio di fabbrica. L’altro trequartista è stato più volte Jordon Ibe (qui il nostro approfondimento), la vera scommessa della seconda parte di stagione di Rodgers. Il classe ’95 è stato riportato a gennaio ad Anfield dopo che ad inizio anno era stato girato in prestito al Derby e subito è stato buttato nella mischia. La grande capacità di corsa, la velocità sul breve e la potenza fisica del giovane Jordon hanno fatto il resto, convincendo il manager dei Reds a farne presto un titolare inamovibile.
Infine Rodgers ha risolto quello che, nella prima parte di stagione, era diventato uno dei più grandi problemi del Liverpool: lo scarsissimo rendimento sottoporta. La partenza di Suarez, l’infortunio di Sturridge e le poco convincenti prestazioni di Balotelli e Lambert avevano portato il tecnico dei Reds ad utilizzare Sterling come unica punta, con risultati non eccelsi. Da gennaio in poi Rodgers non ha cambiato l’interprete principale, anche se con il ritorno alla forma ottimale di Sturridge l’ango-giamaicano potrebbe tornare nel suo habitat ideale ovvero la corsia; ha invece costruito alle sue spalle un reparto pieno di giocatori bravissimi ad inserirsi, di fatto affidando a Sterling il compito di creare i varchi per i compagni e di andare poi a rimorchio sui loro inserimenti. Citando Guardiola, Rodgers ha fatto dello spazio l’unico e vero centravanti del Liverpool, risolvendo con un colpo a sopresa uno dei più gravi talloni d’achille della sua squadra.

LA LEZIONE A PELLEGRINI L’ultimo allenatore ad aver visto nella pratica come si è trasformato il Liverpool di questo inizio 2015 è stato Manuel Pellegrini, due settimane fa. Rodgers ha dato una vera e propria lezione di tattica all’ingegnere cileno, incapace di assorbire i movimenti dei giocatori Reds alle spalle dei mediani del City, Touré e Fernandinho, nè di contrastare le continue rotazioni messe in atto dal manager del Liverpool. Nel finale la manifestazione di superiorità del nordirlandese è stata palese: sopra di una rete Rodgers inserisce Sturridge, spostando Sterling sulla fascia, mentre Pellegrini butta nella mischia tutte le bocche da fuoco che ha a disposizione, senza però riuscire a ridisegnare il suo reparto offensivo, sempre più in confusione. La differenza tra mettere in campo un attaccante sperando in un regalo del cielo e mettere in campo una punta integrata in un modulo di gioco studiato ad hoc.

 

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