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Operai, onesti artigiani e artisti. Un capomastro giovane ma già esperto, un direttore dei lavori sempre sul pezzo e un ingegnere ambizioso, con poche risorse sul tavolo, pareggiate da una competenza quasi senza eguali, in un calcio che si conosce sempre meno. Da qui nasce il “miracolo” Lazio, con una squadra terza in classifica e oramai lanciata verso il sorpasso ai cugini, in perenne crisi di gioco e di risultati.

Ha inciso non poco la possibilità di lavorare settimana dopo settimana, senza il “disturbo” europeo. E così la rosa corta, da limite, si è trasformata paradossalmente in punto di forza. Giocano sempre gli stessi, salvo rare eccezioni dovute a infortuni o squalifiche e a trarne giovamento è il rendimento, sempre costante. Il sistema messo a punto da Pioli trova la sua forza in un’immensa semplicità, nella gestione sapiente del gruppo, in un’organizzazione tattica lontana da utopie. Si premiano le qualità dei singoli, decisamente elevate dalla trequarti in su. Al resto ci pensa alla retroguardia, comandata da un Marchetti tornato a brillare dopo  anni buio pesto, altro grande merito del tecnico che dopo tanta gavetta si è oramai consacrato a livello nazionale. Guida una macchina praticamente perfetta, revisionata  da Lotito e Tare che oggi possono godersi la loro rivincita  dopo critiche e pregiudizi, dettati da caratteri non proprio simpatici. Si può dibattere sulle qualità morali dei personaggi, sull’appoggio a Tavecchio, sulla discutibile scelta di acquistare altre società calcistiche con l’idea di formare una sorta d’Impero, ma i risultati sono li, sotto gli occhi di tutti. Tornando alla morale, una lezione a tutti quei colleghi che continuano a spendere senza costrutto, è arrivata proprio dal Presidente aquilotto, terzo in classifica con i pochi “spiccioli” messi a disposizione del direttore sportivo, autore di un vero e proprio prodigio economico e sportivo.

Si può partire da Candreva, rivalutato e riportato in Nazionale dopo stagioni fallimentari tra Juve, Parma e Cesena, per non dire del colpo Biglia, pescato nell’Anderlecht e ora titolare in pianta stabile, tanto da conquistare la maglia della selezione Argentina. E poi Felipe Anderson che al Santos, per prospettive, paragonavano a Neymar, portato a Roma con appena 7.5 milioni di euro . Tasselli giusti al posto giusto, in un mosaico completato dall’esperienza di Klose, dalle incursioni di Parolo, dal giovane polivalente Cataldi, dal solido de Vrij e da tutti gli altri, compreso quel Mauricio arrivato a gennaio tra qualche risata di troppo e ora subito titolare. Una tela d’autore, con la Champions sullo sfondo.

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