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Non raffinata, ne tanto meno prelibata questa Europa League è in salsa agrodolce, degna del miglior ristorante cinese che si rispetti, con tanto di colorito rossastro mielato, tanto per dare un certo spessore al tutto. Passano solo Napoli e Fiorentina, forse le due migliori compagini per quanto riguarda progetto, dedizione e qualità dei singoli, si arenano invece Roma, disintegrata all’Olimpico in un derby fratricida, Inter e Torino, con quest’ultimi più sfortunati di tutti, capaci di vincere in casa, per il bene del ranking nostrano, non riuscendo però ad intaccare il discorso qualificazione.

LE ELIMINATE Si parte proprio dai granata, vittoriosi eppur sconfitti in un certo senso, sicuramente una nota lieta abbastanza inaspettata di un serata di Europa League che non ha regalato scossoni improvvisi se non nella fragorosità del punteggio di Roma. Ci saremmo aspettati qualcosa in più dall’Inter ed invece è stato il Toro a stupire per voglia di fare e compattezza tattica, prerogative del calcio di Ventura che ha trovato in Glik l’alfiere perfetto di una squadra che è una banda plasmata a sua immagine e somiglianza, arcigna, dura ma leale. I nerazzurri cadono a Milano e con essi finiscono gamba all’aria tutti gli obbiettivi di una stagione in appena una settimana, Mancini tra il vento di domenica e gli spifferi di ieri non deve aver avuto vita facile in panchina, irritazione agli occhi docet. Quello che deve aver infastidito il tecnico ex Citizens forse però è da ricercarsi nella scarsa tenuta della sua retroguardia, fin troppo ballerina negli ultimi incontri, priva di un leader di livello capace di sopperire con il proprio carisma alle defezioni tattiche e tecniche dei suoi colleghi. E’ però il gioco a latitare, spezzettato, improvvisato, con troppi tocchi e, rispettivi, tempi di gioco persi, e, a meno di discese di Kovacic e/o Guarin, si intravede poca carne al fuoco. Chiudiamo il lato amaro con la Roma, spenta, vacillante Lupa, lontanissima parente di quella splendida macchina macina punti della scorsa stagione, una decina di essi se li sono portati via gli impegni europei, un’altra i tanti infortuni, la stima e il carisma sono spariti da sé con il tempo, del resto se non si vince più si fa più fatica ad essere “fighi”.

LE DOLCI Partenopei “mille colori”, o “mille pali”, come dir si voglia. Chissà come sarebbe potuta finire il match in Ucraina se le dimensioni delle porte fossero state leggermente differenti, questioni di centimetri. Il Napoli pareggiando a reti inviolate ha comunque portato avanti un match diligente, rischiando il giusto in casa di una formazione ostica, molto fisica che è riuscita a trovare la via del gol solo e soltanto aiutandosi con un paio di fuorigioco. Benitez ringrazia il sorteggio che gli permette di tirare un sospiro di sollievo in attesa di riprendere la corsa in campionato, o perlomeno, di saperci vedere meglio sui reali obbiettivi di una stagione che potrebbe essere molto istintiva e bipolare fino all’ultimo respiro. Chiusura in bellezza con la Fiorentina di Montella, troppo concentrata per essere considerata un “Luna Park”, eppure sicuramente teatro di qualità indiscusse che il tecnico partenopeo è riuscito a forgiare alla perfezione lungo un percorso, non poco accidentato, durato ben tre anni. Ora i viola vincono e convincono facendo molta meno fatica che in passato, la consapevolezza del proprio valore ha portato rinnovata sicurezza in una formazione che ad inizio stagione suscitava più di un dubbio, molto l’ha fatto anche l’esplosione dei singoli, Salah in primis senza dimenticarci però di Badelj e Basanta, giocatori di valore che hanno saputo calarsi nella mentalità gigliata alla perfezione, seppur con un po’ di ritardo.

QUALE FUTURO Per tre che se ne vanno due restano. Napoli e Fiorentina dovranno come prima cosa sperare in un sorteggio fortunato, Dnipro, Club Brugge e Dinamo Kiev appaiono più abbordabili, Sevilla, Zenit e Wolfsburg “target” non proprio felici, il peggiore accoppiamento sarebbe però proprio Fiorentina-Napoli. Questa evenienza avrebbe un che sadomaso; sembra di vederla la personificazione della Serie A a quella dell’Europa League “Ah si, bastonami” e ancora “Di più, di più” con tanto di cilicio legato intorno alla coscia. Ecco a quel punto l’Europa League smetterebbe di essere agrodolce e passerebbe direttamente al retrogusto “barbecue”.

 

Stefano Mastini

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Nato il primo Maggio dell'87, l'anno dei mostri sportivi Messi-Vettel-Sharapova, maremmano d'Albinia. Amante del bel calcio, della strategia e della tattica. Laureato in Informatica Umanistica e studente di Knowledge Management presso l'Università di Pisa, con lo spiccato interesse per i Social Network e la gestione di dati.