Figli d’arte del pallone: quanto è dura diventare campioni

Figli d’arte del pallone: quanto è dura diventare campioni

jordi

Fuoriclasse assoluti, onesti giocatori, esemplari di calciatori poco riusciti. Al termine della carriera, è accaduto spesso che a proseguire la dinastia, fossero gli eredi di tali personaggi, chiamati ad assolvere il delicato compito di dimostrare il proprio talento in presenza di un cognome pesante. In molti non sono riusciti a diventare ciò che promettevano in tenera età, altri invece hanno fatto addirittura meglio dei loro padri, a dispetto del peso e delle responsabilità che il nome comporta.

Ragazzi che fin da giovanissimi finiscono sotto la lente di ingrandimento di media e addetti ai lavori, chiamati da subito a dimostrare qualità che magari non sono nelle loro corde e che, nonostante tutto, non possederanno mai. Non basta essere sangue dello stesso sangue di ottimi calciatori, o dei più grandi fuoriclasse classe della storia per riuscire a sfondare, spesso è proprio questa caratteristica a rappresentare per molti un fardello troppo ingombrante; le aspettative e le attenzioni esagerate che certi ragazzi si trovano a subire, non consentono di crescere come il resto dei loro coetanei, al riparo dalle luci dei riflettori. Ognuno deve essere libero di cercare la propria strada, o almeno dovrebbe; ma in che modo i genitori intervengono, indirizzando i loro figli? Certamente non sempre nella maniera migliore, come dimostrano i casi di quanti, attraverso ingerenze e pressioni di ogni tipo, che finiscono per segnarne negativamente l’ascesa. Il caso del momento è certamente quello di Ianis Hagi, figlio sedicenne dell’indimenticato fuoriclasse rumeno Gheorghe, umiliato (a detta dell’illustre padre) dal selezionatore dell’under 17 della Romania assieme a due suoi coetanei. L’episodio, ha costretto l’ex giocatore del Barcelona, a intervenire nella spinosa questione, chiedendo l’allontanamento del tecnico Kovacs, reo nel corso di una riunione tecnica di aver apostrofato in malo modo i tre ragazzi (“anche se vi allenate con la prima squadra di una formazione della Ligue 1  o giocate in Ligue 1 voi siete zero”). La reazione stizzita dello stesso Kovacs, non si è fatta attendere, e non ha previsto alcun passo indietro: il cognome non conta nulla, sono tutti uguali.

Giusto non prevedere alcun trattamento di favore, ma siamo davvero sicuri che il modo di approcciarsi nei confronti dei figli di calciatori così famosi, non sia un tantino prevenuto da parte dei tecnici, nascondendo invidia e antipatie prevenute? La domanda è destinata a rimanere senza risposta, se è vero che quando la classe esiste, trova sempre il modo di venire alla luce. Sandro Mazzola Paolo Maldini, dimostrano che fare meglio di chi li ha preceduti è possibile, al di là di ogni implicazione familiare: le rispettive carriere disputate e i trofei conquistati, lo certificano inequivocabilmente. Ovviamente esistono anche le tante eccezioni che confermano la regola (non scritta), di quanto dura sia la vita dei figli d’arte del pallone. Johan Cruijff ha giocato un ruolo fondamentale nella mediocre carriera del figlio Jordi, che ha vestito anche le maglie di Barcelona e Manchester United; ecco il classico caso in cui portare sulle spalle un cognome importante, non è impresa da tutti. Vivere di luce riflessa è ruolo arduo e assai complicato, anche se a “garantire” per te, è uno dei migliori calciatori di tutti i tempi; è proprio qui che dovrebbe intervenire il fondamentale ruolo del genitore, primo educatore del futuro campione. La storia è piena di casi simili a quelli citati, e nuovi esempi sono pronti a manifestarsi, con tanti fuoriclasse degli ultimi anni, chiamati ad accompagnare i giovani figli che si affacciano al mondo del calcio. Dallo stesso Iansi Hagi, di recente acquistato dalla Fiorentina, al Cholito Giovanni Simeone, figlio di Diego, a Enzo Zidane, fino ad arrivare al pulcino Cristian Totti, di recente protagonista nel derby con i pari età della Lazio davanti allo sguardo di papà Francesco.

Avranno modo di crescere con la necessaria serenità, di sbagliare come tutti i loro coetanei, di essere giudicati soltanto per quello che il loro effettivo valore e non solo per le gesta dei loro illustri padri? Manca poco per scoprirlo.