Juan Antonio Reyes, la perla di Utrera torna a brillare

Juan Antonio Reyes, la perla di Utrera torna a brillare

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Negli ultimi anni la Spagna ha dominato a lungo la scena internazionale, vincendo due titoli europei e un campionato del mondo. Una generazione di talenti difficilmente ripetibile, provenienti soprattutto dalla cantera del Barcelona ma anche da Real Madrid, Villareal, Valencia e Siviglia; tutti i maggiori club spagnoli hanno contribuito a fare della Spagna una delle nazionali più forti della storia del calcio, il cui ciclo sembra tuttavia oggi in una fase di stallo, dovuto anche al ritiro e al declino di molte di quelle delle stelle che avevano contribuito a farla diventare grande.

All’alba del nuovo millennio, prima dell’avvento dei vari Torres, Fabregas e Iniesta, e subito dopo la generazione trascinata in primo luogo da Raul, in Spagna brillava la stellina di Juan Antonio Reyes, “la perla di Utrera”, giovane attaccante del Siviglia. Su di lui si erano concentrate le aspettative e le ambizioni di un paese stanco di non riuscire a portare a casa trofei, nonostante l’abbondanza di grandi giocatori; da sempre, nelle grandi competizioni, la Spagna aveva fallito sul più bello l’appuntamento con la storia e si apprestava a disputare l’Europeo del 2004 e il mondiale tedesco del 2006. La freschezza di Reyes, Torres, Iniesta, unita alla classe e al carisma di gente del calibro di Raul e Xavi, sembrava poter finalmente regalare alla Roja un trofeo importante. All’epoca, Reyes, era considerato il giocatore di maggior talento, quello più pronto al grande salto verso i campionati più prestigiosi; l’esordio in prima squadra a 16 anni, le giocate, gli assist, i gol, classe cristallina in quantità industriale. Impossibile non accorgersi di lui. Arsène Wenger volle portarlo all’Arsenal, staccando un assegno da 35 milioni di euro nel gennaio 2004. I Gunners di Thierry Henry dominavano la scena inglese: una squadra formidabile composta da grandi campioni all’apice della loro carriera; obiettivo del manager francese era quello di svecchiare la rosa e inserire pian piano giovani dal futuro assicurato che potessero proseguire nel solco tracciato dai predecessori. Arrivato in Inghilterra giovanissimo, Reyes vinse la Premier League 2004, la FA Cup l’anno successivo e sfiorò la Champions League del 2006 (persa in finale con il Barca di Eto’o e Ronaldinho).

Fu il primo spagnolo a vincere un campionato inglese, ma due stagioni e mezzo con pochi gol e diversi problemi, bastarono per convincere Wenger a lasciarlo partire per Madrid, sponda Real, dove Reyes approdò dopo l’ennesima delusione mondiale del 2006. In Spagna era però tornato un giocatore diverso, lontano parente di quello capace di incantare i tifosi del Siviglia anni prima, profondamente segnato dalla non esaltante esperienza inglese; con Fabio Capello arrivò il primo titolo di campione di Spagna, e subito dopo l’esperienza sull’altra sponda del Manzanarre. Un anno anonimo all’Atletico, intervallato da una stagione da zero gol al Benfica, prima di fare ritorno nella capitale spagnola dove restò fino al 2012 (vincendo da protagonista Europa League e Supercoppa Europea contro l’Inter di Benitez). Giocare nei migliori club al mondo, pur palesando evidenti problemi di personalità; Reyes avrebbe potuto continuare ad essere un’ottima riserva in mezzo a tanti fuoriclasse, ben sapendo di non possedere a pieno le qualità del grandissimo giocatore. Ecco perché, al cuor non si comanda, e volte sentirsi veramente a casa vale più di dieci trofei o di un cospicuo conto in banca. Siviglia era pronta a riabbracciarlo, per riannodare le file di un discorso interrotto troppo presto e che presupponeva un finale diverso; ricominciare da dove era partito, non era un fallimento, ma solo il tentativo di tornare quello spensierato di inizio carriera.

Punta, ala, trequartista. Reyes prometteva di essere un attaccante veloce e letale in area di rigore, ma i gol non sono mai stati in realtà il suo pezzo forte; un’astinenza come quella vissuta fino a ieri sera però, non l’aveva mai vissuta. Nel successo per 2-1 sul campo del Levante, è tornata finalmente ad esserci anche la sua firma, dopo più di due anni dall’ultima volta nella Liga spagnola (17 marzo 2013 contro il Saragozza); un’eternità per l’ex infante di Spagna, mai diventato Re. Una carriera al di sotto delle attese, condotta sempre con estrema dignità, da un professionista serio, che ha avuto la capacità di riconoscere i suoi limiti e ha preferito tornare bambino pur di essere felice. In un mondo abitato da supereroi, la bella storia della “perla di Utrera”, riconcilia con il lato umano del calcio.