SHARE

pellegrini

Come i tifosi del Manchester City iniziano mestamente a comprendere i soldi non sempre conducono alla felicità. Questo 2014-15, settimo anno di proprietà Mansur, rischia per i Citizens di diventare l’anno del ripensamento, della comprensione che qualcosa debba necessariamente essere cambiato se, davvero, ci sia la volontà di iscrivere la Manchester biancoazzurra nella storia e nella geografia dell’elite pallonara internazionale.
A 6 giornate dalla fine della stagione il City non ha più obiettivi se non tentare disperatamente di mantenere almeno il quarto posto in Premier, evitando così un’esclusione dalla prossima Champions League che definitivamente bollerebbe l’annata di Aguero e compagni con l’inevitabile appellativo di “fallimento”.

I NUMERI DELL’ANNUS HORRIBILIS Dopo aver vinto in maniera rocambolesca la scorsa Premier League, Pellegrini ad agosto guardava alla stagione che stava per cominciare come quella della svolta. Il City, invece, in campionato ha presto dovuto inseguire un Chelsea che, come in ogni secondo anno di Mourinho sulla stessa panchina, a tratti è sembrata una macchina a ciclo perfetto e peggio ancora ha fatto nelle coppe. Fuori ad ottobre in Coppa di Lega, eliminato all’Etihad per 2-0 dal Newcastle, ed estromesso dalla FA Cup al quarto turno a gennaio, sconfitto ancora una volta tra le mura amiche per mano del Middlesborough, formazione militante nella seconda categoria del calcio inglese. L’Europa avrebbe potuto finalmente essere foriera di soddisfazioni ed invece, dopo essere riusciti a qualificarsi come secondi in un girone comunque impegnativo come era quello con Bayern, Roma e Cska Mosca, i Citizens hanno dovuto abbandonare ogni velleità di successo in campo continentale agli ottavi, buttati fuori senza troppa fatica dal Barcellona, vincente tanto all’Etihad (1-2 grazie alla doppietta di Suarez) che al Camp Nou (1-0 firmato Rakitic).
A marzo, dunque, la stagione del City, e l’avventura di Pellegrini all’Etihad, sembravano ormai concluse: il Chelsea era imprendibile in Premier ma, almeno, il secondo posto e la qualificazione diretta alla Champions del prossimo anno parevano certi. Le prestazioni negative dei Citizens e le cavalcate di Arsenal, Manchester United e Liverpool nell’ultimo mese hanno però di nuovo cambiato le carte in tavola: dopo aver perso tre delle ultime quattro gare giocate, ultima delle quali è stata l’umiliante sconfitta nel derby dell’Old Trafford contro gli odiati cugini dei Red Devils, i ragazzi di Pellegrini si ritrovano al momento al quarto posto in classifica, a soli 4 punti di vantaggio dal Liverpool quinto.

COSA MANCA SE NON I SOLDI? Difficile poter dare risposta all’interrogativo degli interrogativi. Certo è che, se si escludono le stagioni a guida Mancini, il City non ha mai dimostrato una vera e propria identità, tanto dal punto di vista tattico che mentale. La Champions, da questo punto di vista, rappresenta un giudice dalla sentenza insindacabile. Non è un caso, e non si può a tal proposito incolpare solo la cattiva sorte dell’urna di Nyon, che negli ultimi anni il miglior risultato dei Citizens nella maggiore competizione europea sia stato l’approdo per due anni di fila agli ottavi di finale, in entrambe le circostanze giustiziati poi dal Barcellona. La proprietà, da questo punto di vista, ha ben più di una colpa. Mancini aveva iniziato un percorso non solo tattico ma anche mentale che Pellegrini non è riuscito a sviluppare. L’anno scorso l’annata aurea di Yaya Touré e l’implacabilità sotto porta di Aguero avevano permesso al tecnico cileno di lasciare nella penombra i tanti problemi di amalgama che già erano emersi. E’ bastata una stagione stora dell’ivoriano e i continui infortuni dell’argentino a lasciare i Citizens senza guida, senza anima e senza idee.
Se la proprietà dovesse imparare la lezione ed affidare la squadra ad un allenatore che fa del lavoro sul gruppo un suo punto di forza, Klopp e Rodgers in questo caso parrebbero andare nella giusta direzione, forse qualcosa potrebbe definitivamente cambiare nella mentalità del Manchester City. Anche se, dalle parti dell’Etihad, i più auspicano che Mansur e soci abbiano interiorizzato la massima delle massime: i soldi, da soli, non fanno la felicità. Neppure nel calcio.