Pallone e liberazione: i calciatori che hanno fatto la “storia”

Dario Marotta
25/04/2015

Pallone e liberazione: i calciatori che hanno fatto la “storia”

In fondo, le storie, seguono tutte un filo logico, si legano a doppio filo e danno vita ad un racconto unico che ha la capacità di abbracciare tutti, di eleggere protagonisti e comprimari, parimenti importanti, in barba agli ossimori. Ciò rende possibile raccontare la resistenza partendo addirittura dal calcio. Può sembrare un’offesa, un maldestro tentativo di mettere insieme il sacro e il profano, rendendo troppo “leggero” un argomento di tale rilevanza. Eppure, proprio dal pallone in continuo movimento, affiorano vicende leggendarie, gesti clamorosi  che si protraggono fino ai giorni nostri.

Da Bruno Neri a Paolo Sollier, la resistenza del calcio

Tra i pionieri dello sport partigiano, figura Bruno Neri, uno che di divideva tra il terreno di gioco e il campo di battaglia, laddove venne colpito dal nemico tedesco. Passò ancor prima agli onori della cronaca per essersi  rifiutato di omaggiare col saluto romano le autorità, in occasione dell’inaugurazione dell’attuale stadio Franchi. Un pugno chiuso alzato verso il cielo, come quello di Paolo Sollier, uno che nel corso della sua vita si è costruito un’onesta carriera da calciatore ma che al contempo si dilettava ( e si diletta) nella scrittura, raccontando il suo passato da avanguardista operaio e da operaio, presso la Fiat Mirafiori. Di fronte, però, come testimoniò egli stesso, si trovò un muro di gomma, nonostante il fervore politico e intellettuale del sessantotto. Anche all’epoca, il calcio, restava ancorato ai suoi privilegi, rifiutandosi di esporsi, di prendere una posizione chiara rispetto a quanto stava accadendo in Italia. Furono in pochi a schierarsi, tra questi Gianni Rivera che ancora oggi non nasconde le sue “simpatie” di sinistra.

Il contributo di Socrates

Un contributo arrivò anche dal Brasile, con l’audace e rivoluzionario Socrates. Un genio con la sfera tra i piedi, con i suoi alti e bassi di Firenze, cancellati dalla grandissimo impatto sociale, dirompente soprattutto in patria. Veniamo ai giorni nostri. Si è detto tutto, ma proprio tutto, di Cristiano Lucarelli, il compagno livornese, l’ultras labronico, il calciatore che per amore della sua squadra rinunciò ad una lauta buonuscita pur di riabbracciare le origini. Idee chiare, come quelle di Riccardo Zampagna, campione sui generis, uno che è sceso in piazza la fianco dei lavoratori per protestare contro le acciaierie ternane che minacciavano di tagliare il personale. Uno che per mezzi tecnici e mentalità, avrebbe potuto scrivere pagine decisamente più importanti. A lui, però, interessavano poco le copertine e le prime pagine. Ancora oggi è il semplice Riccardo, il tappezziere scovato a ventidue anni suonati da Walter Sabatini che lo portò a Trieste, dando di fatto inizio alla sua avventura pallonara.

Una storia, quella della liberazione, che continua oggi, con le sue mille contraddizioni, insidiata dal fetido revisionismo e dall’oblio della memoria. Il peso dei settant’anni si avverte eccome ma talvolta è sufficiente dare un calcio ad un pallone per sentirsi veramente liberi.