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Coppa_dei_Campioni_1991_-_Stella_Rossa

Mentre l’Italia calcistica è flagellata nuovamente da scandali e fa i conti con scommesse e diritti tv, proprio in questi giorni compirà 24 anni l’impresa sportiva che negli anni 90 ha unito calcio, storia, tradizione, religione e cultura. La vittoria di un popolo ma anche il canto del cigno di un calcio straordinario che in quegli anni aveva espresso potenzialità tali da poter incantare il mondo ancora per tanti anni ma che venne fermato dalla guerra: la Stella Rossa di Belgrado, Zvezda per i tifosi, l’unica squadra in grado di unire un popolo ad un passo dalla disgregazione.

Un successo irripetibile, quello della Coppa dei Campioni del 1991, progettato da tempo, accarezzato per qualche anno e divenuto realtà in quella calda serata di maggio, a Bari, quando in finale ai calci rigore gli uomini allenati da Petrovic riuscirono a battere il Marsiglia di Abedi Pele e Papin. Che spettacolo quella Zvezda, rileggi la rosa e non puoi che inchinarti a tanto talento in un’unica squadra: Belodedic, Prosinecki, Jugovic, Savicevic, Mihajlovic e Pancev, ragazzi terribili che rappresentarono una vera generazione di fenomeni, protagonisti assoluti dell’età dell’oro del calcio jugoslavo. Tra loro manca Dragan Stojkovic, storico capitano della Stella Rossa ma che il beffardo destino ha voluto tra le fila dei rivali nella notte della sua squadra del cuore. Quella sera Dragan era lì con la maglia del Marsiglia, entrò in campo solo nei tempi supplementari e rifiutò di calciare uno dei rigori nella lotteria finale. Si era trasferito in Francia l’anno prima, si romperà i legamenti e non riuscirà più ad esprimere il suo meraviglioso genio calcistico. Dragan fu uno dei primi ragazzi che Dzajic e Cvetkovic, due icone dello sport jugoslavo, portarono nel 1986 per costruire la nuova Stella Rossa. Accanto a lui arrivò anche Cvetkovic poi nel tempo si unirono tanti altri meravigliosi tasselli che  permisero alla squadra di vincere cinque campionati tra il 1988 e il 1992. Il progetto era chiaro, costruire una squadra piena di talento e affidarla a Ljupko Petrovic, un giramondo della panchina, che con maestria e sagacia tattica poteva farli coesistere nel migliore dei modi. Uniti in una terra divisa da secoli, tra etnie separate ma in grado di parlare la stessa lingua calcistica in anni complicati e attraversati dallo spettro sempre più incombente della guerra. La Stella Rossa era l’attrazione principale, il gioco corale e l’alchimia del gruppo rendevano le partite spettacolari, vincenti per i propri tifosi, disarmanti per gli avversari. Una squadra che viveva su un equilibrio sottile con al suo interno croati, macedoni, bosniaci e serbi uniti sotto la bandiera della Stella Rossa e che rappresentavano in pieno la condizione del popolo jugoslavo. Ma in quella cavalcata europea non ci furono ostacoli…

L'incandescente stadio della Stella Rossa di Belgrado
L’incandescente stadio della Stella Rossa di Belgrado

Il destino aveva stabilito il trionfo della Stella Rossa. Inutile negarlo, del resto le premesse lasciavano presagire qualcosa di impensabile: il Liverpool pagava ancora la strage dell’Heysel, l’Ajax fu squalificato per aver abbandonato una partita di Coppa Uefa nella stagione precedente e nel corso della competizione anche Dinamo Dresda e Milan per diversi motivi furono squalificate. Dopo un avvio stentato in campionato, colpa delle scorie mondiali, i ragazzi di Petrovic iniziarono a macinare il solito calcio spettacolo e ad imporsi in Patria, nel frattempo si affacciavano alla ribalta europea senza indugi: ai sedicesimi la Stella Rossa si accontenta di un pareggio in Svizzera per poi rifilarne quattro al ritorno della sfida contro il Grasshopper, agli ottavi ecco altri tre gol serviti ai Rangers, infine ai quarti un doppio tre a zero alla Dinamo Dresda, il secondo inflitto a tavolino a causa di un fitto lancio di oggetti da parte dei tifosi della squadra di casa. In semifinale ecco una delle favorite della vigilia, il Bayern Monaco. Nel frattempo Prosinecki e Savicevic continuavano a stupire in patria, il secondo a corrente alternata perché impegnato con la naja, mentre a centrocampo Jugovic mostrava la personalità di un veterano. A gennaio poi arrivò Sinisa Mihajlovic dal Vojvodina, unica squadra a tenere testa alla Stella Rossa. Il ragazzo 22 enne riccioluto aveva un mancino devastante e tanto carisma da vendere, per lui fu un gioco da ragazzi inserirsi alla perfezione nel meccanismo creato da Petrovic. Il 10 aprile 1991 all’Olympiastadion di Monaco ecco l’impresa che cambia una stagione: la Stella Rossa batte i padroni di casa in rimonta grazie alle reti di Pancev e Savicevic (straordinario contropiede) dopo l’iniziale vantaggio tedesco ad opera di Wohlfarth che finalizza con un morbido ed elegante tocco sotto una splendida azione dei tedeschi.

Sembra fatta ma al ritorno in un incandescente Marakana di Belgrado e nonostante il gol di Mihajlovic, ovviamente su punizione, i tedeschi ribaltano la situazione e incanalano la sfida verso i supplementari. Ma un’impresa ha sempre qualche tratto che sfiora il miracolo: a pochi istanti dai supplementari il Bayern Monaco colpisce un palo e sul capovolgimento di fronte arriva l’autorete di Augenthaler con un incredibile pallonetto che beffa il suo portiere e che spedisce la squadra jugoslava in finale! Al termine del match l’allenatore Petrovic esclamò “sono morto e resuscitato più volte durante la partita”.

A Bari si fa la storia. La Stella Rossa vince ai rigori dopo una partita che non rimarrà negli almanacchi per lo spettacolo. Centoventi minuti di noia, le squadre si annullano e si decide tutto dagli undici metri. Amoros sbaglia, gli slavi sono perfetti e Pancev, bomber e futuro Scarpa d’Oro di quella stagione, fa esplodere il San Nicola. Darko aveva appena realizzato il gol che ha fatto entrare di diritto quella partita nella storia della Jugoslavia. E’ l’ultimo momento di gloria di un popolo, la Stella Rossa raggiunse il momento più alto a pochi giorni dalla fine.

Un mese dopo iniziò il conflitto e le frange estreme del tifo diventarono fonte principale per le milizie paramilitari. Alcuni giocatori andarono via in estate, la Stella Rossa perse la Supercoppa Europea ma l’8 dicembre riuscì a salire sul tetto del Mondo battendo il Colo Colo e conquistando la Coppa Intercontinentale. La squadra nel frattempo aveva già abbandonato Belgrado per giocare nei campi neutri di Sofia e Szeged ma non riuscì a qualificarsi per la fase finale della prima storica Champions League. Poi arrivò l’embargo e le sanzioni sportive che colpirono anche la Nazionale costretta a rinunciare agli Europei del 1992. Belodedici passò al Valencia, Prosinecki al Real Madrid, Mihaijlovic alla Roma, Jugovic alla Sampdoria, Savicevic al Milan e Pancev all’Inter, la Stella Rossa si era ufficialmente disgregata insieme al suo paese ma resterà negli occhi di tutti la massima onorificenza data a quel gruppo di ragazzi, il titolo di Zvezdina Zvezda ovvero “Stella della Stella” per celebrare la generazione del ’91, la più talentuosa di sempre.

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