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D'Alessandro
D’Alessandro con la maglia dell’Internacional, quella della rinascita

Storia di Andrés D’Alessandro, l’erede scelto dal Pibe de Oro in persona per portare avanti il Credo rivelatosi troppo fragile per le responsabilità del calcio europeo.

Dio ha parlato, e tra i tanti figli sulla Terra aveva scelto il suo prediletto. “E’ il giocatore che più mi assomiglia, l’unico che mi diverte guardando una partita di calcio”. Diego Armando Maradona aveva le idee chiare quando profetizzò un grande futuro per Andrés D’Alessandro, classe 1981 del barrio di La Paternal. Un futuro radioso, bellissimo, scintillante, un futuro fin troppo rincorso e mai agguantato con le mani strette e la presa ferma del fuoriclasse. Perché, come ormai è usanza tra chi spera di vedere un giorno l’erede del Pibe de Oro, anche D’Alessandro finì per tradire le attese dopo un inizio grandioso che fece presumere il meglio. L’avevamo quasi trovato, era quasi fatta. Ma la svolta è ancora lì, che aspetta un D’Alessandro ormai troppo esperto e navigato per credere a questa ennesima favola.

Le origini italiane di Andrés Nicolàs D’Alessandro (nonni maceratesi) hanno fatto strappare capelli un po’ a tutti: un talento così avrebbe fatto comodo alla Nazionale. Ma D’Alessandro ha garra e cuore tutti argentini e non può che debuttare con successo nel River Plate nel 2000. Tempo un paio di anni e D’Alessandro conquista i Milionarios: si prende la 10 che fu anche di Ortega, gioca e segna con più facilità e continuità, vince tutto quello che si può senza ingordigia e con la mentalità di chi non si accontenta mai. Al Monumental vengono tutti per lui, non diciamo bugie. Forse perché D’Alessandro è stato, di fatto, l’ultimo esempio di trequartista vecchio stampo in un calcio sempre più frenetico e veloce: dotato di una tecnica di base impressionante e di un sinistro baciato da qualche golosa Dea della Bellezza, con le sue punizioni sensazionali e gli assist soffici e delicati mirava direttamente agli occhi del cuore. Se il calcio potesse essere rappresentato come una donna estremamente bella, desiderosa di passione e sentimento, D’Alessandro sarebbe stato senz’altro il suo più prolifico e affaccendato amante. I trionfi sono inevitabili, sia nei tre anni al River Plate (3 campionati) che con la selezione Olimpica dell’Argentina, una medaglia d’oro praticamente scontata visto lo strapotere di una rosa che a leggerla ora fa ancora venir la pelle d’oca (tra gli altri: lui, Tevez, Di Maria, Mascherano, Heinze, Saviola con Bielsa C.T.), senza dimenticare il Mondiale Under 20 vinto, ovviamente, con la Seleccion. E’ questo il periodo in cui D’Alessandro gioca con le nostre emozioni inventando La Boba, una finta che gli avversari li stordisce, letteralmente ed etimologicamente. Un movimento che le parole non possono spiegare ma che le immagini riescono a rendere fulgido ed esaltante.

D'Alessandro
D’Alessandro ai tempi del Wolfsburg: un passo indietro pesantissimo per la sua carriera

Dopo aver dominato l’Argentina per D’Alessandro è giunto il momento di conquistare il mondo intero. E quale miglior tappa dell’Europa per tali propositi bellicosi: D’Alessandro Magno viene acquistato dal Wolfsburg, firmando un contratto di 5 anni. Ma la storia mantiene un filo logico perché coerente, e nemmeno la classe più sopraffina può smontarne i binari prestabiliti: il calcio tedesco, troppo fisico e veloce per chi fa della visione di gioco e della giocata ragionata il suo credo unilaterale, affossa il ragazzo che non riuscirà mai ad imporsi in suolo teutonico anche a causa delle difficoltà di gioco della squadra. Nonostante tutto, però, il nome di D’Alessandro è scritto nella storia della Bundesliga: è stato lui, infatti, a siglare il gol n° 4000 del campionato. Servono tre anni per cercare una nuova strada, quella della Premier League: il nuovo capitolo si svolge al Portsmouth, anche questo tutt’altro che epico. L’evidenza è lì, pressante: D’Alessandro non è fatto per l’Europa. El Cabezon prova a rinviare la condanna cercando fortuna in Liga, al Real Saragoza. Anche qui il responso è negativo, e all’argentino non resta che arrendersi senza onore delle armi: partito per vincere le diffidenze del Vecchio Continente, il mancino che stregò Maradona trova la sua Waterloo ed è costretto all’esilio in patria. E persino lì, al San Lorenzo, sembra fare fin troppa fatica. In molti pensano ad una stella ormai definitivamente spenta, la cui luccicanza è purtroppo un lontano ricordo. Ma il tramonto è buio subito prima dell’alba, c’è sempre tempo e spazio per ricominciare.

Lo spazio D’Alessandro lo trova all’Internacional di Porto Alegre, ed arriva la seconda giovinezza più bella e vincente della storia del calcio sudamericano: dopo i fallimenti europei D’Alessandro vince un’infinità di titoli di squadra ed individuali, divenendo una bandiera a cui il tifo del Colorado non può che essere devoto ancora oggi. I brasiliani ai piedi di un argentino: sembra quasi assurda e tracotante come fantasia, apparentemente solo pura fantascienza. L’impressionante palmares recita: 3 campionati argentini, 4 campionati gaucho, 1 Copa Sudamericana, 1 Coppa Suruga Bank, 1 Recopa Sudamericana, 1 Copa Libertadores, eletto nel 2010 miglior giocatore sudamericano e presenza inappellabile nel 2001 nella lista dei miglior giovani targata Don Balon. Non sarà stato il vero figlio di Dio, non avrà avuto la forza per sfondare in Europa, ma non essersi emozionati per una giocata di Andrés “El Cabezon” D’Alessandro significa non aver mai amato davvero il calcio. E, in attesa che la ricerca di un nuovo Messia produca i suoi effetti, noi continuiamo a godere delle parabole dell’ultimo eletto, mai così felici di essere embobati.

AGGIORNAMENTO 3 febbraio 2016 – Andres D’Alessandro avrebbe trovato l’accordo con l’Internacional di Porto Alegre per un trasferimento temporaneo (si dice fino a luglio) al River Plate dopo 13 anni.

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