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Dall’Armenia, al Portogallo. La Nazionale italiana si scopre nuovamente fragile e perde, a distanza di quasi due anni dall’ultima volta, l’occasione di essere testa di serie in un sorteggio; nell’ottobre 2013, il pareggio interno di Napoli contro gli armeni, costò agli uomini di Cesare Prandelli, la possibilità di attendere il sorteggio dei gironi per il mondiale brasiliano da testa di serie. Stessa cosa accaduta, questa volta in vista del sorteggio verso Russia 2018, dopo la sconfitta rimediata a Ginevra in amichevole contro i lusitani, pur privi di un certo Cristiano Ronaldo.

Un cerchio che si chiude, quello dei due anni più difficili della storia recente della nostra Nazionale, nel peggiore dei modi, con un altro doloroso passo indietro. Cosa è cambiato nel passaggio da Prandelli a Conte? Tanto, ma evidentemente non abbastanza per tornare ad essere competitivi a livello internazionale. La Nazionale del 2013, quella che aveva chiuso da imbattuta il proprio cammino di qualificazione in vista dei mondiali in Brasile, si inceppò sul più bello, conquistando due striminziti pareggi nelle ultime due sfide con Danimarca e Armenia. Le contemporanee vittorie di Colombia e Uruguay, fecero retrocedere gli azzurri in seconda fascia, complicando non poco il cammino nella fase finale del campionato del mondo (poi finito come purtroppo sappiamo). Quel giorno, il ct Cesare Prandelli, si limitò a commentare con un “…agli Europei siamo partiti dietro e poi…”, senza sapere che quello sarebbe stato l’inizio del definitivo declino del nostro calcio e della nostra Nazionale, oggi sprofondata al tredicesimo posto nel ranking Fifa.

Dopo la debacle subita in Brasile, in un mondiale i cui strascichi polemici continuano ancora oggi, Antonio Conte ha accettato la pesante responsabilità di rifondare una Nazionale a pezzi, chiamato a traghettarla verso la qualificazione all’Europeo, obiettivo minimo per ripartire. A quasi un anno dal suo insediamento sulla panchina azzurra però, l’ex tecnico juventino, fatica tremendamente a creare un gruppo vincente, che possa rappresentare il presente e il futuro su cui costruire le basi per tornare grandi. Al di là dell’accantonamento di Mario Balotelli, imprescindibile per Prandelli, e della conferma in toto del blocco Juve (Buffon, Chiellini, Bonucci, Pirlo e Marchisio), le certezze continuano a latitare in maniera preoccupante. Il tanto atteso e auspicato cambio generazionale, fatica a realizzarsi, senza contare il vorticoso tourbillon di nomi nuovi che il ct continua ad alternare alla ricerca di valide alternative. Detto della difesa, continua l’enigma legato a Marco Verratti (titolare inamovibile nel Psg, eterna riserva di Pirlo in azzurro), mentre sono scomparsi Immobile e Zaza, duo d’attacco lanciato nell’esordio di Bari lo scorso 4 settembre.

L’apertura agli “oriundi”, che tante polemiche continua a scatenare, non ha prodotto gli effetti sperati, visto che nessuno tra quelli coinvolti nel progetto, sembra poter rappresentare al momento un punto fermo. Nonostante i numerosi tentativi insomma, il presente della Nazionale, continua ad essere tutt’altro che rassicurante; due anni che certificano inequivocabilmente il declino del nostro calcio, per la verità già iniziato in tempi non sospetti. Migliorare si può, si deve, a patto però di non sottovalutare segnali nefasti come quelli arrivati in corrispondenza di due partite, come quelle con Croazia e Portogallo, che hanno in qualche modo rappresentato un pericoloso campanello d’allarme. In vista dell’Europeo del prossimo anno in Francia, sempre più vicino dopo il pareggio ottenuto in Croazia, la missione di Antonio Conte e del suo staff, appare chiara: ridare credibilità internazionale a un movimento in crisi come il nostro, partendo dal lavoro sul campo e ricompattando tutte le componenti, una volta per tutte.