Napoli, un’ora al bar con De Laurentiis

Dario Marotta
28/06/2015

Napoli, un’ora al bar con De Laurentiis

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Illustrazione esclusiva di Paolo Castaldi

Fanno gruppo le nuvole, braccano il sole e danno il benvenuto ad una tiepida sera di fine primavera. L’insegna del bar si illumina, i tavolini all’esterno brulicano di persone e in lontananza, situati in una zona più appartata, si  notano tre posti vuoti, giustificati dal “riservato”. Il primo ad arrivare è il giornalista perfezionista: scruta la situazione, si guarda intorno, butta giù due appunti e prepara le domande. Toccherà a lui rendere rovente e al contempo appassionante la discussione. Si parlerà di Napoli, di mercato, di investimenti e di tutto il resto. E poi quegli striscioni, apparsi oramai ovunque, come a voler testimoniare il malessere di una piazza in preda all’ansia, smaniosa di conoscere anzitempo il futuro e terribilmente preoccupata da un mercato non ancora iniziato. In fondo, è sempre consigliabile mettere le mani avanti: parlare poi, a giochi fatti, è esercizio inutile. Nel frattempo, si fa spazio tra la folla, l’opinionista (ehm, il tifoso) esperto, in ordine sparso, di: strutture, settore giovanile, economia, marketing, strategia aziendale, fair play finanziario; insomma, tutto lo scibile umano e non, calcio escluso. Prende posto, saluta freddamente il cronista (nemico storico) e si guarda ossessivamente il polso sinistro: “Ecco, fa pure tardi. Con tutti gli orologi che si è comprato grazie al Napoli …”. L’auto blu scarica De Laurentiis, il Presidente infila la stradina stretta (“come le sue tasche!”) e arriva al punto d’incontro. Ci sono tutti, piomba il cameriere: “Cosa vi porto?”. Prende parola il pennivendolo: “per me una cedrata”.

Poi tocca al tifoso: “Che tenete? Tanto paga lui”. E lui, da spilorcio della prima ora, dice di avere lo stomaco sottosopra. Indigestione di acquisti, evidentemente. Ma d’altronde non ci si è riuniti per bere e per colloquiare in allegria. Sul piatto ci sono argomenti molto più delicati e di tempo per rilassarsi, nonostante le carezze maliziose della brezza estiva, non ce n’è. Un’ora al massimo, poi tutti rincaseranno, più o meno soddisfatti dal confronto vis à vis. Gli ingredienti per un dibattito di altissimo livello non mancano: carta penna e perfidia, rabbia mista a esasperazione e parlantina sciolta, figlia di una lingua “promettente”. Nel frattempo sono già passati trenta minuti e il garzone ha già servito l’ordine. Nessuno paga, per sanare i debiti, si sa, c’è sempre tempo. Si provvederà a fine seduta quando gli animi, forse, saranno più distesi. I tre si guardano, si studiano, attendono la mossa dell’avversario. Per il giornalista l’occasione è irripetibile, potrà finalmente formulare la domanda delle domande, potrà mettere alle corde il Presidente, spingerlo alle confessioni da esclusiva. Potrà pungolarlo, senza timori reverenziali, senza dover rispettare il consueto cliché; in fondo si tratta di una chiacchierata informale, tra vecchi amici insomma.

La parte del leone, però, la farà il tifoso che finalmente darà libero sfogo a tutte le sue ragioni. Una dissertazione sul ‘papponismo’, con tanto di grafici, documenti statistici, corredati da copiose relazioni sul bilancio. Inchiodato dinanzi alle sue responsabilità, ADL non potrà far altro che ammettere le sue innumerevoli colpe oppure potrà sfoggiare l’arma della promessa, lanciata tra cinema, America, Carlo Verdone e Isis. Servirebbe una diretta in mondovisione per consentire a tutti di assistere ad uno spettacolo di tale portata. Domina il silenzio: il giornalista si fa improvvisamente timido, non vuol rischiare di andare oltre: per costruirsi quella corsia preferenziale, ha dovuto sudare per anni. Il tifoso è come paralizzato, le sue incrollabili certezze sprofondano sotto il peso delle responsabilità: un conto è inondare i social di “caccia i soldi”, un altro è raccontarlo al diretto interessato che ti guarda con aria goliardica e un po’ boriosa. Eppure qualche richiamo lo meriterebbe tutto. Il tempo a disposizione, però, è finito. Un’ora volata via. Si salutano e si stringono la mano. Il tifoso borbotta tra sé e sé, accelera il passo e biascica parole incomprensibili. Il giornalista ripone penna e taccuino e racconterà, nel suo articolo, la vacua bellezza di una partita mai giocata. E il Presidente? Paga il conto e sorride. Ha vinto senza nemmeno scendere in campo.

di Dario Marotta // Illustrazione ad opera di Paolo Castaldi autore dell’opera a fumetti “Diego Armando Maradona”