SHARE

shaqiri

Da uomo del destino, a pacco indesiderato da destinare altrove. Strana storia quella di Xherdan Shaqiri nel campionato italiano, il torneo che avrebbe dovuto e potuto finalmente consacrare il talento di un giocatore dalle potenzialità enormi, ma dalla continuità ancora sconosciuta. Quella impossibile da trovare in una squadra come il Bayern Monaco di Guardiola (dove era la riserva di gente del calibro di Robben e Ribery), la stessa che l’Inter e Roberto Mancini sembravano in grado di potergli finalmente concedere.

E pensare che a gennaio era stato accolto da eroe al suo arrivo a Milano, primo acquisto di un certo peso dell’era di Erik Thohir, stella attorno alla quale costruire l’Inter del futuro. Il tutto è svanito nel giro di sei mesi, il tempo necessario per scoprire che evidentemente il profilo dello svizzero-kosovaro, non era quello che nell’ambiente nerazzurro si aspettavano (al pari di altri acquisti operati durante il calciomercato invernale); e se da un lato si può discutere della bontà del lavoro portato avanti dagli scout interisti, dall’altro è innegabile come lo stesso Shaqiri sia stato ben lontano dall’essere l’uomo in grado di garantire il salto di qualità alla rosa a disposizione di Mancini. 15 presenze in campionato (soltanto sette volte dal 1’) e un solo gol, quanto bastava per essere “bocciato” nei casting tenuti dal Mancio, e essere messo sul mercato senza aspettare la prova d’appello rappresentata dalla stagione ormai alle porte.

Una decisione inappellabile, portata avanti con estrema convinzione fino alla cessione di ieri allo Stoke City, unico club ad aver accontentato fino in fondo le richieste dell’Inter, pronta ora a concentrarsi su altri obiettivi da raggiungere (Perisic o Perotti). Ma quali sono le reali ragioni del fallimento tecnico di Shaqiri nei suoi pochi mesi in Italia? Innanzitutto la scarsa condizione atletica con cui si era presentato a Milano (in Germania era stato fermo per la pausa invernale della Bundesliga), qualcosa che alla lunga ha finito per sgonfiare i possenti muscoli del ventitreenne esploso nel Basilea; dopo un’ottima partenza, condita anche dalla rete alla Sampdoria negli ottavi di Coppa Italia e dall’unico centro in A messo a segno nella trasferta di Bergamo, il suo rendimento ha subito una vistosa flessione che lo ha portato a perdere il posto di trequartista a vantaggio di Hernanes. Il trequartista, proprio la posizione che Shaqiri non ha mai amato, dimostrandosi poco incline ai ripiegamenti difensivi e ai dettami tattici indicati dall’allenatore, e certamente più a suo agio nel ruolo di esterno d’attacco (lo stesso ricoperto a più riprese con la maglia del Svizzera e del Bayern); la virata sul 4-3-1-2 ha finito col relegarlo in panchina (pesanti le esclusioni nella gare con Milan e Roma), e essere considerato fuori dai progetti futuri.

Perfetto per il 4-3-3 con cui l’Inter dovrà cercare di ritrovare un posto in Champions League, la notizia della sua bocciatura ha lasciato tutti interdetti, senza tuttavia nascondere un alone di verità; Shaqiri ha certamente pagato colpe non sue, ma ha evidenziato limiti caratteriali e tecnici (poca cattiveria agonistica, scarsa attitudine a interpretare più ruoli in campo) che un presunto fuoriclasse non dovrebbe possedere. Così come per Ciriaco Sforza nel ’97, anche l’avventura milanese di Xherdan Shaqiri è finita in fretta, dimostrando lo scarso feeling tra i giocatori svizzeri e la maglia nerazzurra; anche se, per capire se davvero Shaqiri fosse da considerare soltanto un pacco, bisognerà attendere ancora diversi anni.

SHARE