Gigi Simoni a Mdc: “Ronaldo era un grande uomo, prima che un fenomeno sul campo. Mancini ha ragione: più che giocare bene, conta vincere”

Gigi Simoni a Mdc: “Ronaldo era un grande uomo, prima che un fenomeno sul campo. Mancini ha ragione: più che giocare bene, conta vincere”

 simoni inter<

Settantasei anni, di cui oltre sessanta trascorsi nel mondo del calcio, e non sentirli. Luigi Simoni, per tutti Gigi, non ha nessuna intenzione di fermarsi, almeno per il momento; quello in cui, da presidente della Cremonese, vorrebbe finalmente regalare ai tifosi grigiorossi la gioia del ritorno in serie B. Quando lo contattiamo è proprio in sede, al lavoro con i suoi collaboratori; una chiacchierata piacevolissima, con una persona squisita, un uomo d’altri tempi come non esistono più da tempo nel calcio moderno. Dalla sua Inter, con cui sfiorò lo scudetto nel ’98, riuscendo ad alzare la Coppa Uefa a Parigi, al ricordo (orgoglioso e commosso) di Ronaldo, quello vero, di cui è stato il primo allenatore in Italia; passando per il burrascoso addio al Napoli di Ferlaino nel ’97, al presente targato appunto Cremonese, squadra che guidò per quattro anni ottenendo una promozione e due salvezze in serie A.

Nonostante le cinque vittorie consecutive, dell’Inter capolista si dice che giochi abbastanza male e sia poco spettacolare; anni fa lo dicevano anche della sua Inter, quella che nella stagione 1997/1998 contese fino all’ultimo lo scudetto alla Juventus. Crede possa esserci qualche analogia con la sua squadra, soprattutto per ciò che riguarda la concretezza nel portare a casa il risultato?

Direi di no, visto che noi avevamo degli attaccanti come Ronaldo e Zamorano che davano alla squadra la facilità di andare in gol. Inoltre la difesa che avevamo ci permise di fare bene. Per tutto il campionato fummo alla pari della Juventus, perdendo il campionato dopo ciò che successe e che tutti sanno. Tuttavia condivido pienamente quello che è il pensiero di Mancini in questo momento: è importante giocar bene ma lo è ancora di più vincere, e se vinci non può sempre e solo essere una questione di fortuna, perché è evidente che fai pochi errori in difesa e magari trovi sufficiente una giocata degli attaccanti per risolvere le partite. L’Inter non ha ad esempio il gioco spettacolare della Juventus degli ultimi anni, spesso padrona della situazione, a segno con facilità, e per questo vincente. Quella di Mancini è una squadra a cui, in queste prime sfide incerte, è bastato un solo gol per vincere e questa è una qualità importante; del resto ha cambiato molto in estate, e perciò sfrutta molto di più le caratteristiche individuali dei suoi giocatori che il gioco collettivo. Gente come Guarin e Felipe Melo sono il simbolo della determinazione e della concretezza, dote che ho sempre preferito rispetto ad altri aspetti, perché rappresenta la realtà.

Sappiamo che il simbolo della sua Inter era Ronaldo, quello vero come lei ha sempre sottolineato. Un campione straordinario, forse il migliore degli ultimi vent’anni; che tipo di giocatore ricorda di aver allenato? Cosa ha provato quando l’ha visto per la prima volta alla Pinetina?

Allenare Ronaldo era un vero piacere, sia per le cose che ci faceva vedere, sia perché il suo comportamento è sempre stato tra i più belli ed esemplari che io ho incontrato nella mia lunga carriera. Lavorare al fianco di un giocatore come lui, il migliore al mondo, è stato per me un grande orgoglio; c’è da dire però che di campioni ne avevo abbastanza all’Inter, basta ricordare giocatori come Simeone, Zamorano, Djorkaeff, Zanetti, Bergomi, Pagliuca, Baggio, Pirlo che di spettacolo ne facevano eccome.

Ricorda qualche aneddoto particolare, un episodio simpatico che le è rimasto impresso a proposito del suo rapporto con Ronaldo?

Lui era un ragazzo che faceva tutte le cose per puro divertimento, seguendo tutte le indicazioni che gli davo; al di là delle qualità tecniche, era un grande uomo, nonostante all’epoca fosse anche un personaggio. Una volta chiesi alla squadra di non bere Coca-Cola, pur sapendo che a tutti piaceva berla; allora dissi di lasciarla bere per tutti soltanto a Ronaldo, che era un grande appassionato. Tutti si misero a ridere e non la bevvero più, almeno durante i pranzi tutti assieme. Fu chiaramente una semplice battuta che però tutto il gruppo recepì nel modo giusto, questo per sottolineare il fatto che l’Inter è stata senza dubbio la squadra che mi ha creato meno problemi da questo punto di vista, proprio per la serietà del gruppo in generale.

Perché quell’Inter riuscì a vincere “solo” una Coppa Uefa?

Dopo una buona parte di stagione sempre in testa, arrivammo allo scontro diretto con la Juventus a un solo punto di distacco, subimmo quello che ho sempre considerato un furto e finimmo secondi in campionato. Vincere all’epoca la Coppa Uefa non era cosa da poco, visto l’alto livello delle squadre partecipanti.

Lei venne esonerato dopo aver battuto il Real Madrid (con l’Inter prima nel girone di Champions League) e la Salernitana la domenica successiva. Si è mai chiesto il motivo?

Non c’era effettivamente una spiegazione logica, visto il momento che stavamo attraversando; non mi sono mai chiesto il perché di quella scelta, mi bastarono le parole di Moratti che qualche tempo dopo, alla domanda su quali errori ritenesse di aver fatto durante la sua presidenza, disse di aver sbagliato una cosa sola: mandare via Simoni in anticipo. Ecco perché il mio affetto nei confronti dei colori nerazzurri è assolutamente immutato; nel calcio queste cose accadono, ma giuste o sbagliate che siano, non c’è da chiedersi il perché. Tra l’altro dopo essere stato esonerato, mi aggiudicai il premio come miglior tecnico italiano dell’anno (Panchina d’oro 1997/1998), e quella fu una grande soddisfazione.

Dopo il triste epilogo di Juventus-Inter, la partita che come ha spesso ribadito le ha in un certo senso rovinato la carriera, crede di essere stato messo un po’ in disparte e ai margini del calcio che conta?

No, assolutamente. Ho avuto una carriera lunga 60 anni, allenando club come Lazio, Napoli, Torino, Inter, mettendo assieme oltre 1000 panchine; da ragazzo il mio sogno era quello di giocare a calcio, e l’ho fatto per vent’anni, di fare l’allenatore e partendo dal Carpi in quarta serie, sono arrivato fino alla panchina dell’Inter. Sono contentissimo di quanto fatto, senza alcun rimpianto da portare con me.

Prima di arrivare a Milano, era stato un anno a Napoli (dove poi è ritornato nel 2003/2004), lasciando però la panchina prima della fine della stagione. Che ricordi ha della sua esperienza napoletana?

C’è da dire che quella fu un epilogo diverso, perché Ferlaino mi chiese di restare e io gli dissi che avrei accettato volentieri nel caso mi avesse fatto un contratto di due anni, avvisandolo del fatto che mi avevano cercato squadre come la Sampdoria e appunto l’Inter; lui non accettò e io andai via.

Proprio a Napoli quest’anno è arrivato Maurizio Sarri, alla sua prima esperienza su una panchina importante, dopo tanta gavetta in provincia; crede che la parabola dell’ex tecnico dell’Empoli possa in qualche maniera somigliare alla sua?

Diciamo che in un certo senso può ricordare la mia storia; anche lui come me non è arrivato giovanissimo in serie A, ma ha fatto bene in passato e farà sicuramente bene anche qui.

Sessant’anni nel calcio, una carriera lunghissima, in cui è stato calciatore, allenatore, direttore tecnico e adesso presidente; qual è il ruolo che le è piaciuto più di tutti ricoprire?

Il massimo per me è stato essere calciatore,anche di buon livello, essendo anche arrivato a ricevere la convocazione in Nazionale; anche allenare è stato divertente e appagante, mentre gli altri sono ruoli che fai a fine carriera, perché magari ti sei ben comportato e la gente sa che sei affidabile e credibile, avendo accumulato una certa esperienza sul campo.

Veniamo al presente, o comunque al passato recente; l’anno scorso a novembre, ha voluto dare fiducia a Marco Giampaolo (finito un po’ ai margini dopo alcune parentesi sfortunate), affidandogli la panchina della Cremonese. Pensa di essere stato l’artefice del suo rilancio ad alti livelli?

Io credo che il vero artefice sia stato lui, lavorando bene e facendosi notare per la bontà del lavoro fatto qui con noi; la nostra è stata certamente una buona scelta e siamo contenti di quanto fatto, nonostante per qualcuno fosse un po’ azzardata. Direi che accettare di venire a Cremona alla fine abbia giovato anche a lui, visto che gli è servito per tornare in serie A e noi siamo contentissimi di questo.

Ecco, per sostituire Giampaolo, quest’anno avete puntato su Fulvio Pea, tecnico preparato e stimato nell’ambiente che ha recentemente avuto poco fortuna; pensa che avrebbe potuto fare di più nella sua carriera di allenatore?

Intanto diciamo che essendo ancora giovane, può fare ottime cose; è un bravo allenatore, ha lavorato al mio fianco per cinque anni come secondo, conoscevo bene le sue qualità ed è per questo che è stato scelto. Ritengo che l’anno scorso a Monza abbia fatto un grande lavoro, nonostante tutti i problemi societari che ha dovuto affrontare; siamo contenti di averlo scelto, dato che sta lavorando molto bene.

Può essere la volta buona per la Cremonese di puntare alla serie B?

Noi ci puntiamo, inutile negarlo. Abbiamo affrontato tre ottime squadre in questo inizio di campionato, sarà una dura battaglia, ma è chiaro che un pensierino al salto di categoria lo facciamo anche noi, non è peccato.

Tra i giocatori che si sono messi in luce nella rosa dello scorso anno c’era anche Rey Manaj, che pare abbia stregato Roberto Mancini durante il ritiro estivo. Cosa può dirci di questo giovanissimo talento, tra l’altro classe ’97: dove pensa possa arrivare?

Manaj è un ragazzo che ha grandi qualità. Avremmo voluto tenerlo qui con noi un altro anno, ma quando si è presentata l’opportunità dell’Inter non ce la siamo sentiti di trattenerlo; abbina tecnica e fisicità, è chiaro che deve maturare vista la giovane età, ma la spiccata personalità di cui è dotato credo possa aiutarlo nella sua esperienza a Milano. Speriamo che con l’aiuto e l’apprezzamento di Mancini, che l’ha evidentemente ritenuto già pronto per l’esordio in A, possa togliersi grandi soddisfazioni; noi tutti siamo orgogliosi e felici per lui, dato che l’abbiamo cresciuto e aiutato nel suo percorso di crescita.

Per concludere, c’è una panchina o una piazza, alla quale si sente più affezionato delle altre?

Come detto prima, ho vinto tanto, dalla Coppa Uefa al campionato di C2; a Parigi ero emozionato e commosso, e così pure a Carrara e ovunque sono riuscito a vincere. Tutte le vittorie ottenute mi hanno dato le stesse identiche sensazioni, mi sono divertito dappertutto e in tutti i momenti più belli della mia carriera.