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Probabilmente vi sarà capitato di assistere ad una partita di calcio a porte chiuse e sicuramente avrete accusato un’insolita malinconia, una mestizia latente in grado di rovinarvi anche i tanto attesi 90 minuti. Proprio questo è lo strano caso che affligge la stagione calcistica 2015/2016 della Roma allo Stadio Olimpico. Eppure la Curva Sud è da sempre una delle tifoserie nostrane riconosciute per fedeltà e passionalità, nonostante le estreme manifestazioni violente, spesso riconducibili alle solite frange del non tifo. 

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Curva Sud: “Resteremo fuori fino a quando non sarà liberata”

In ogni caso la squadra giallorossa si è ritrovata suo malgrado a disputare le partite casalinghe senza il supporto del 12° uomo in campo, nello specifico i tifosi della Curva Sud. La scelta di molta parte della tifoseria è stata quella di abbandonare il posto in curva, rimanendo in sciopero all’esterno dello stadio per protestare civilmente contro le disposizioni emanate dal Prefetto di Roma Franco Gabrielli. All’inizio della scorsa estate il Prefetto Gabrielli ha ritenuto necessario intervenire sulla questione della sicurezza negli stadi per la Capitale, ordinando la questione dello Stadio Olimpico secondo delle precise modifiche utili a frammentare e scremare il pubblico delle curve di Roma e Lazio. Una decisione in totale controtendenza rispetto alle ultime direttive UEFA, indirizzate verso l’abbattimento delle barriere per migliorare la fruibilità dello spettacolo.

Comunicato del 26 giugno

Sulla scorta di questa disamina – corroborata anche da accertamenti compiuti dalla Polizia scientifica – il Prefetto, su concorde parere del Comitato, ha comunicato ai rappresentati del CONI e delle due società sportive che l’utilizzo dello stadio “Olimpico” potrà avvenire, nel campionato 2015-2016, purché siano osservate le seguenti prescrizioni:

– innalzamento delle barriere che separano il settore “distinti” dalle “curve”, in modo da impedirne lo scavalcamento;

– divisione delle due curve in due settori, attraverso l’installazione di un apposita barriera;

– riduzione della capienza delle due “curve”;

– installazione di apposite separazioni, atte a creare “corridoi” per rendere più agevoli le operazioni di filtraggio e pre-filtraggio dei tifosi che accedono alle curve.

Un provvedimento gravoso accusato in particolar modo dal tifo romanista, che reagisce con la protesta dello sciopero silenzioso già alla presentazione della squadra Roma-Siviglia del 14 agosto. Segue un periodo di frustrazione offuscata dalla concitata fase conclusiva del calciomercato, fino alle prime partite e alla seconda giornata di campionato che offre il big match Roma-Juventus con Olimpico pieno ma insolitamente silenzioso e la curva in evidente protesta. Proprio ora arriva la sorpresa. Nei giorni seguenti i romanisti tornando a casa hanno trovato il regalo meno atteso nella cassetta della posta, un inedito prodotto firmato Equitalia. Il 30 agosto proprio in occasione di Roma-Juventus sono state disposte più di 42 multe da circa 167 euro, pagabili entro due mesi dall’emissione. I malcapitati avrebbero seguito la partita da un altro posto rispetto a quello segnato sul loro biglietto. Un provvedimento senza precedenti che in realtà è riconosciuto nel Regolamento d’uso dell’Olimpico sin dal 2003. Alla terza violazione scatta il Daspo.

“Provvedimenti eccessivi? Non faremo passi indietro, perché dobbiamo garantire la sicurezza di tutti allo stadio”

Con le multe la protesta si inasprisce, imitata dai rivali cittadini della Curva Nord laziale che alla prima gara casalinga rimangono all’esterno dello stadio. Per le prime quattro gare casalinghe della Roma, Champions compresa, la curva ha adottato la politica della protesta senza sciarpe, cori e bandiere, ottenendo nessun segnale dalla prefettura se non dichiarazioni inflessibili come le parole del questore di Roma Niccolò D’Angelo. Anzi, i controlli nelle cosiddette aree di filtraggio e pre-filtraggio si dimostrano meticolosi e capillari come mai prima d’ora, con tifosi spogliati anche delle scarpe senza differenza di età e fotografie ai tatuaggi al limite della schedatura carceraria.

Sicuramente il calcio sta cambiando, per dispiacere dei nostalgici del panino alla frittata con annessa birra fresca (tristemente bandita nei match di Champions League) e del bandierone a sventolare i colori della propria squadra del cuore. Lo chiamano calcio moderno ma non si tratta di falso nueve, tiki taka o altre evoluzioni tattiche. Il riflettore si sposta dal campo agli spalti, sapientemente manovrato dai figli dell’era globale per mettere lo spettatore al centro del gioco. Tutto è sotto controllo, studiato, ragionato, manovrato. Tessera-cancello-tornello-steward-telecamere: ogni tipo di tecnologia è stata adottata come mezzo all’annientamento della violenza negli stadi, al servizio dello spettatore per rendere il calcio uno spettacolo accessibile a tutti. Con enorme tristezza e disprezzo abbiamo potuto osservare quella stessa violenza spinta fuori dallo stadio manifestarsi in scontri e risse sulle strade che lo circondano, come dimostrato anche per l’esempio del calcio inglese qualche anno fa. La violenza ha poco a che fare con questo caso e la necessità di dividere le curve, lo spettacolo nello spettacolo, alla lunga rischia di intiepidire uno sport che trova la sua essenza nella reazione sociale. La curva, di qualunque nome e colore, è lo specchio di un popolo e privarne il calcio significa mutilarlo della sua ragione d’esistere.