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Sousa

Da rinnegati ad eroi di Napoli e Firenze: Maurizio Sarri e Paulo Sousa sono il tipico esempio di come le critiche premature nel calcio siano futili e senza senso. E il carro dei vincitori si riempie sempre più…

 

Il fumo della polemica inquina l’aria del calcio dalla genesi dello sport che ha conquistato il mondo. Infuriante quanto brutale, schiaffeggia tesi contrarie e tematiche avverse. Il pallone, d’altronde, vive e si nutre anche di questo: immaginare il calcio senza polemica sarebbe come privarlo della stessa spina dorsale data da arbitri criticati, colpi di tacco, dichiarazioni al veleno, magie di campioni appassionati. Il voler polemizzare non va nemmeno demonizzato: il criticismo ha stimolato menti, plasmato azioni, portato a conclusioni. Ma a volte, come si suol dire, a tacere si fa più bella figura. E nel caso di Maurizio Sarri e Paulo Sousa, star zitti forse risulta al pari di un obbligo.

Scetticismo, indifferenza, quasi paura. L’accoglienza per i due è stata nient’altro che uno sparare a salve, una fucilazione generale per colpe non chiarite. Dal re di coppe al re della gavetta il passo è stato lunghissimo: non proprio una primissima scelta, Sarri è stato immediatamente rigettato da presunti esperti di calcio. Le sue colpe? Non aver vinto nulla, possedere una storia calcistica poco importante, non avere dimensione internazionale. Si, insomma, non essere da Napoli. Un Napoli che, invece, aveva necessità di ripartire da zero, di trovare un’interiorità persa e stracciata da una stagione al di sotto di aspettative troppo alte. I risultati che non arrivano, la polemica che diviene pressante. Poi la bontà di cambiare le scelte, il cementificare un gruppo già di per sé dotato, l’implementare certezze e convinzioni nella squadra. Adesso che Sarri ha conquistato Napoli e l’Italia qualcuno ancora lo critica, spiegando come l’ex Empoli stia in realtà facendo null’altro che approfittando della precedente gestione tecnica. Ma se c’è un episodio che davvero rende l’idea di ciò che Sarri è in procinto di costruire nel capoluogo campano, quello è l’abbraccio di un Higuain sostituito ma felice. Un gesto di accettazione e affetto, di stima e rispetto. “Papà” Sarri, maestro di self control e timido davanti alle telecamere, è padrone del suo destino, e il lavoro è il suo diktat primario.

Dopo aver reso grande il Basilea, Paulo Sousa porta la sua tecnica al servizio della panchina della Fiorentina. Ma scacciare lo spettro di Montella e della sua ex juventinità non è facile: alcuni lo mettono alla porta, altri protestano veementemente. In risposta, Sousa domina la scena come non accadeva da anni: la sua Fiorentina offre un gioco scintillante ed è prima in classifica senza demeriti o appelli di sorta. Kalinic bomber sottovaluto, Borja Valero tornato al centro del progetto, Ilicic ripescato e reso leader, Badelj che fa il Jorginho e a suon di buone prestazioni si riprende fiducia e applausi. Il progetto Viola vive dell’estro e della fiducia di un allenatore che possiede tutte le qualità necessarie per il grande salto. L’entusiasmo regna sovrano e la cortina malefica si dissolve, lasciando spazio ad aria libera e respirabile.

Nel frattempo, il carro dei vincitori si riempie a dismisure, la sua stabilità boccheggia in virtù di tanto peso. Il tempo passa e il carro si riempie sempre di più, tra elogi e incensi dorati. Sarri e Sousa incroceranno le loro strade tra due domeniche, si sfideranno per toccare alte quote. E il carro, già stracolmo, per qualcuno diventerà irrespirabile. In attesa di vederlo svuotarsi alla prima crepa. Ma niente paura: c’è sempre modo, con un po’ di colla, di risalirvi sopra.

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