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del piero intervista

Lunga intervista concessa dal fuoriclasse ex, fra le altre, della Juventus Alessandro Del Piero. Dalle pagine del Corriere dello Sport il veneto si è raccontato in una lunga intervista, partendo dagli esordi per arrivare alla carriera da allenatore, una possibilità sulla quale si è sempre dichiarato scettico. “Tre anni fa avrei detto no, senza dubbi – racconta Del Piero – ora invece ci ragiono, lo sto analizzando. E’ un lavoro molto complesso, affascinante, che consente di vivere il calcio con una nuova visione. Sia chiaro, non mi sono iscritto a nessun corso. Ho avuto ottimi maestri: Lippi, Capelli, Ancelotti, con i quali ho lavorato più a lungo. Con loro mi sono convinto che le doti essenziali sono grande intelligenza, umiltà ed infinita pazienza”.

Ma quali sono le maglie a cui Del Piero tiene di più? La risposta è semplice: “Della finale di Berlino ho tenuto tutto il kit. E’ uno dei ricordi più belli con le maglie consumate dei primi calci, quelle bianche del Padova. Io ho avuto tre divise: il San Vendemiano, il Padova e, per diciannove anni, la Juventus. E poi quella della nazionale. Che è un gradino sopra a tutto. Delle maglie della Juve forse conserverei quelle delle prime vittorie, sono speciali. Ma ora che ci penso anche la serie B, la caduta e la rinascita e quella dell’ultimo scudetto. Nel 2006 sarebbe stato difficile non rimanere. Ero il capitano, ero tifoso. La Juve mi aveva dato tantissimo. John Elkann mi chiamò e io gli dissi che poteva contare su di me. Non ho mai avuto ripensamenti e non ho rimpianti. Le aggiungo che tornare in A e poi rivincere uno scudetto sono state le gioie maggiori della parte finale della mia carriera. Il numero 7 in Nazionale? Con quello esordii. E per quello la scelsi al mondiale e portò fortuna. Nel Padova giocavo molto col nove. Solo dopo ho preso la maglia numero dieci”.

Una dei momenti più pregni di pathos della sua carriera è stato indubbiamente l’ultima di campionato allo Juventus Stadium contro l’Atalanta, quando Del Piero ha salutato i tifosi: un momento fuori dal tempo, durante il quale la partita è stata praticamente interrotta per concedere la passerella a Pinturicchio. “E’ stato devastante, si sono intrecciate emozioni fortissime. Era stato un anno difficilissimo per me, avevo giocato poche partite ma segnato goal decisivi e quando uscii dal campo, all’inizio della ripresa, sentii un groppo alla gola. Mi ricordo poco le parole di quel momento. Ma tutto si fermò. I giocatori avversari, l’arbitro, i miei compagni. Il pubblico era tutto in piedi e ci rimase per minuti. Loro ringraziavano me delle emozioni che gli avevo fatto vivere per quasi vent’anni. E io, alzandomi sul sedile e salutandoli, dicevo loro il mio grazie. Fu come un tempo sospeso, un magia vera”.

Del Piero ha sempre vissuto il paragone con Roberto Baggio e Francesco Totti, altri due fuoriclasse col dieci che hanno calcato i campi con e contro di lui: “Con Baggio ho giocato. Era un fuoriclasse, un giocatore e una persona di grande qualità. Forse concepiamo il calcio allo stesso modo. E sono felice che, nella memoria sua come di tanti altri appassionati di calcio, i nostri nomi siano uniti da un ricordo dello stesso tipo. Con Totti c’è un rapporto di grande stima. Non ci mandiamo gli sms tutti i giorni. Non siamo i tipi. Siamo molto diversi ma per certe cose del carattere molto simili. Le posso dire una cosa, entrambi avremmo voluto e dovuto giocare di più insieme, in nazionale. Il Mondiale del 2002? Sinceramente mi viene da ridere a pensare che Moreno, tre anni dopo, fu arrestato per spaccio di cocaina. Mi dispiace perché quella era una nazionale fortissima e avremmo potuto vincere quel mondiale se quel sedicente arbitro, un tipo da spiaggia, non avesse cambiato il destino del torneo. A Perugia era chiaro che non si poteva giocare dopo un’ora e mezza di sospensione, ma così andò. Però bisogna superare tutto questo. Se non sei stato più forte dell’errore altrui comunque ti devi guardare dentro“.

I calci di punizione sono sempre stati una specialità di Alex Del Piero, che risponde all’atavico quesito fra tecnica e allenamento. Il veneto è sulla linea di Mihajlovic, altro grande battitore: “Io credo serva più talento. Prima di tutto talento. E desiderio, tanto desiderio. Quando ero piccolo, e già maniaco del calcio, mi ero messo in testa di diventare bravo a calciare le punizioni. E mi allenavo. E anche quello serve, sia chiaro. Ma se i piedi non sono giusti, mi creda, non c’è nulla da fare. Per me il migliore è ancora Pirlo. Ha una incredibile varietà di colpi”.

Chiusura dedicata alla Serie A di quest’anno, molto combattuta, e ad un vecchio amico: “Tutte le squadre alternano risultati. Ce ne sono almeno sei, che possono contendersi il campionato. Voglio dirle che sono felice dei risultati di Paulo Sousa. E’ sempre stato un ragazzo molto intelligente, che sa ascoltare. La Nazionale dell’82? Avevo otto anni e impazzii per quella vittoria. Se pensavo di poter essere un giorno al posto di Zoff? Sì, lo pensavo, lo volevo, lo sentivo. Vidi la partita in una fabbrica di tappezzerie vicino a casa mia. Mentre tutti si abbracciavano e urlavano io, in cuore mio, lo sapevo, che un giorno sarebbe toccato a me“.

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