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L’anno scorso ha vissuto una stagione da eterno secondo alle spalle dell’inamovibile Neuer e contemporaneamente la ‘sua’ Napoli lo rimpiangeva partita dopo partita, poi il ritorno al passato e da questa estate è tornato ad indossare i guantoni azzurri per difendere la porta del San Paolo. Parliamo ovviamente dello spagnolo Pepe Reina che a Napoli due stagioni fa lasciò un ricordo indelebile e viceversa, con la città e l’ambiente partenopeo ad essere entrati permanentemente nel cuore del colosso iberico che anche dalla Baviera uno sguardo agli azzurri lo ha sempre lanciato. Quest’anno ha ripreso il suo posto naturale, da idolo del San Paolo, sfoderando sin da subito le sue qualità questa volta al servizio di mister Sarri che nel frattempo ha sostituito l’antico maestro Benitez. Reina, intervistato dalla Tv ufficiale della Serie A ha parlato del’annata attuale tracciando anche gli obiettivi stagionali: “L’unica cosa che possiamo promettere ai tifosi è il lavoro. Tanto lavoro, sacrificio, sforzo e sudare la maglia. Abbiamo un unico pensiero: continuare a crescere e a fare bene in campionato, Europa League e Coppa Italia. L’obiettivo è cercare di vincere qualcosa. Sarri? Questi sono i cardini del suo metodo di lavoro: siamo un gruppo umile, disposto al sacrificio e a imparare e migliorare in ogni momento della stagione”.

LA SUA NAPOLI – Reina prosegue parlando dell’ambiente partenopeo: “Qui avverto tantissima fiducia e altrettanto affetto nei miei confronti: ho un rapporto meraviglioso con la città e i tifosi. E poi ho tanti amici: siamo tornati per questo. Il campo e l’adrenalina delle partite mi mancavano troppo: in azzurro ho l’opportunità di ritrovarle. Bisogna capire che a Napoli si mangia pane e calcio per i tifosi napoletani il calcio è una necessità. E’ una religione. La responsabilità di rappresentare una città così è un qualcosa di importante: essere uno dei giocatori di questa squadra, di questa società, mi rende felice”.

MEGLIO IN PORTA – Reina ha poi concluso con un aneddoto sul suo passato: “Da ragazzino ero un pessimo giocatore, ma quando sono stato retrocesso in porta non è andata male. Il portiere è l’unico a poter toccare la palla con le mani, e già questo ti rende diverso: è un ruolo di grandissima responsabilità, e in una piazza come Napoli lo è ancor di più”.

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