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barzagli

A Massimo Lopez “una telefonata allungava la vita” in quello che divenne ben presto uno degli spot tormentone degli anni ’90, ad Andrea Barzagli il nuovo ruolo potrebbe allungargli la carriera. Necessità o intuizione, fatto sta che Massimiliano Allegri si candida a diventare l’elisir di lunga vita di uno dei difensori italiani migliori (forse il migliore in assoluto) degli ultimi anni; tra gli ultimi reduci (assieme a Buffon, De Rossi e Pirlo) dei campioni di mondo del 2006 a vestire ancora l’azzurro della Nazionale, il trentaquattrenne bianconero sta sorprendendo tutti anche nel ruolo di terzino destro.

A rubare gli occhi, nel poco spettacolare derby d’Italia di domenica sera, è stato lui; puntuale nei tackle, attento nelle diagonali, insuperabile nell’uno contro uno, addirittura capace di ripartire palla al piede, proponendosi in avanti. No, non era una visione, era tutto vero. Con il passare del tempo, Andrea Barzagli è diventato grande, fino a scrollarsi di dosso quell’antipatica etichetta di eterna promessa, un centrale che al gioco duro e maschio classico del difensore centrale ha sempre preferito l’eleganza; più fioretto che spada, fino a imporsi come uno dei leader delle retroguardia bianconera capace di dominare in lungo e in largo in Italia e sfiorare l’impresa in Europa. Quando nel 2008 aveva scelto la Bundesliga con il Wolfsburg, in tanti aveva pensato che quello fosse il suo destino, quello di un giocatore normale trovatosi quasi per caso a far parte della spedizione mondiale in Germania, il fratello minore dei vari Nesta, Cannavaro e Materazzi, quello a cui mancava la necessaria personalità per essere leader.

Dopo aver vinto un campionato da protagonista nel Wolfsburg trascinato dai gol di Edin Dzeko, il suo rendimento era calato complici anche alcuni problemi fisici, tanto che sembrava destinato a un lento e inesorabile declino; per questo motivo, quando Beppe Marotta decise di portarlo alla Juventus (con una grande e lungimirante operazione di mercato, il suo cartellino costò appena 300mila euro), in molti bollarono il suo ritorno come l’ennesimo flop della dirigenza bianconera, chiamata a ricostruire la Juventus dopo le macerie di Calciopoli. Dopo un breve periodo di rodaggio nella tribolata stagione juventina, la svolta avvenne l’anno successivo, con l’avvento di Antonio Conte alla guida della Vecchia Signora; imprescindibile, a Torino e in Nazionale con Prandelli, la sua crescita esponenziale l’ha portato a toccare livelli mai raggiunti in carriera (nemmeno nel primo anno a Wolfsburg, quando giocò interamente tutte le partite, laureandosi campione di Germania). Da terzo centrale, assieme ai fidati Bonucci e Chiellini, è stato l’incubo di tanti attaccanti in questi ultimi anni; strepitoso negli anticipi grazie a un tempismo perfetto, è stato dei tre moschettieri bianconeri quello con più peso specifico.

E se è vero che gli anni passano e il fisico sembra non essere più quello di un tempo, giustificandone l’impiego part-time di inizio stagione, è altrettanto vero che quello ammirato a San Siro sembra essere il solito, implacabile Barzagli degli ultimi anni; quello capace di garantire ad Allegri, ancora alla ricerca della formula giusta, la giusta copertura sulla fascia, senza dimenticare mai la straordinaria capacità di sbrogliare situazioni pericolose al centro dell’area di rigore. Elastico, come la nuova Juventus, lo trovi sulla stessa linea dei due centrali a dar vita al classico 3-5-2 e subito dopo più largo, a coprire le spalle dello scatenato Cuadrado, in quello che è certamente un 4-4-2, tendente al 4-3-3. Facile con un giocatore così che, al contrario dei grandi esempi del passato, ha evidentemente deciso di allungarsi la carriera avanzando il proprio raggio d’azione, invece di retrocedere all’indietro; e chissà che il nuovo ruolo, oltre a quella in bianconero, non gli permetta di allungare anche la carriera in Nazionale che sta meditando di lasciare dopo l’Europeo in Francia.

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