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Per la generazione di tifosi cresciuta tra gli anni 80’ e 90’, un giocatore come Francesco Moriero era uno di quelli che applaudivi sempre allo stadio e a casa ti faceva saltare in piedi sul divano. Uno che ha vestito tante maglie ed è riuscito sempre a farsi amare dai tifosi, dagli allenatori e soprattutto dai compagni di squadra per la totale disponibilità e abnegazione che offriva per il bene del gruppo. Una carriera a 100 km/h sulla fascia destra, impreziosita da gol spettacolari che sono entrati di diritto nella storia del calcio italiano. In esclusiva ai microfoni di MaiDireCalcio Moriero ha raccontato il feeling con Ronaldo, la coppa Uefa del 98, la carriera da allenatore e quella voglia matta di tornare sul terreno di gioco. Nel calcio di oggi, sempre più fisico e legato alla tattica, uno come Checco Moriero ci manca davvero tanto.

Questa sera grande sfida al Meazza tra Inter-Roma, due squadre che hanno significato molto per la tua carriera da calciatore. Che partita ti aspetti, quali saranno i giocatori chiave e chi vedi favorita tra le due.

“Mi auguro, e sono convinto, che sarà una bella partita da vedere. Si incontrano due squadre che lottano per lo scudetto come dimostra la loro classifica. Sono molto differenti tra loro con la Roma che va sempre in gol, gioca sulle ripartenze e ha tantissima qualità. Giocatori importantissimi come Salah, Gervinho o Nainggolan possono essere fondamentali in una partita del genere. L’Inter invece trova difficoltà nel gioco ma è allo stesso tempo molto concreta, fa pochi gol ma è in alto in classifica aspettando che il suo gioca abbia un’evoluzione. Deve ritrovare i gol di Icardi e lo stesso Jovetic, che secondo è il giocatore più importante per i nerazzurri e può fare la differenza con la sua qualità”.

A proposito del gioco dell’Inter, Mancini fino adesso sembra aver privilegiato la solidità e l’equilibrio difensivo ad una manovra più fluida e votata all’attacco. Pensi che questo sia un’atteggiamento che possa pagare per tutta la stagione o ti aspetti una svolta tattica per i nerazzurri.

“Sicuramente i risultati ti aiutano ad avere più forza e più coraggio. In una partita come quella contro la Roma non puoi pensare solo a non prenderle e a sperare di fare gol negli ultimi minuti, come accaduto spesso all’Inter fino ad ora. La Fiorentina di questo avvio di stagione ci insegna che si può vincere passando per il gioco, come quando contro l’Inter a San Siro ha dominato. Credo che la squadra di Mancini debba fare un salto di qualità e imporre il proprio gioco e il proprio ritmo, cosa che fino adesso non ha ancora fatto. I risultati gli stanno dando ragione ma allo stesso tempo penso che i nerazzurri abbiano ancora grandissimi margini di miglioramento.”

In questa prima parte di stagione tra i nerazzurri una piccola sorpresa è rappresentata dalle prestazioni di Biabiany. Un acquisto a sorpresa durante l’estate che, soprattutto dopo la lunga inattività, in pochi pensavano potesse diventare importante nelle rotazioni di Mancini. In qualche modo, considerando anche il ruolo e alcune caratteristiche tecniche, vedi delle somiglianze tra questo Biabiany e il Francesco Moriero che nel 97 approdò all’Inter in sordina, per poi diventare un giocatore fondamentale per quella squadra.

“Biabiany è un buonissimo giocatore, molto veloce, bravo nell’uno contro uno. Non so se io magari ero superiore (ride ndr). E’ un giocatore che potrebbe imporsi. Sicuramente il modulo lo aiuterà, perché giocando sull’esterno, che è il suo ruolo naturale, può mettere in mostra le sue caratteristiche migliori. Deve migliorare dal punto di vista della personalità perché giocare nell’Inter non è affatto facile. Io quando arrivai a Milano ero, giustamente, la riserva di un idolo come Javier Zanetti. Poi con il lavoro, l’umiltà, mi sono messo al servizio della squadra e ho guadagnato un posto da titolare”.

Abbiamo fatto un tuffo nel passato e allora torniamo all’estate 97. A maggio hai già un accordo con il Milan, poi a sorpresa durante l’estate c’è uno scambio con Andre Cruz e passi all’Inter. Com’è andò realmente quella trattativa.

“Furono due mesi molto particolari. Inizialmente ero ad un passo con una squadra inglese, poi arrivò il Milan, io ero a parametro zero, e sembrava tutto fatto. Dieci giorni dopo il mio procuratore mi parlò di questa possibilità di scambio e di passare all’Inter. Accettai molto volentieri perché i nerazzurri erano una squadra che volevano investire tanto, arrivò Ronaldo e c’erano giocatori del calibro di Simeone e Zamorano. Fu la scelta giusta perché quell’anno con la squadra arrivarono grandissimi risultati, probabilmente una delle migliori stagioni della mia carriera, impreziosita dalla vittoria in Coppa Uefa. Giocare davanti a 80.000 persone non è facile ma il mio carattere mi aiutava, lavoravo duro e con sacrificio ed umiltà diventai un giocatore importante per la squadra”.

Quando ripensiamo alla tua carriera da calciatore ci sono due immagini che rimangano ancora oggi molto vivide nella nostra mente. La prima è il gol in rovesciata in Coppa Uefa contro il Neuchatel, uno dei gol più belli in assoluto della storia dell’Inter, e l’altra è l’esultanza del “sciuscià” quando hai lustrato le scarpe ai vari Ronaldo, Baggio, Vieri e che è poi diventata un cult, ed è stata riproposta tante alte volte, dai campetti in periferia alla Champions League.

“La rovesciata era un gesto atletico che sentivo mio fin da bambino. Le ho sempre fatte, sia a Lecce che alla Roma. Poi quella con l’Inter in Coppa Uefa fu davvero spettacolare, ne uscì un gol fantastico che ancora oggi i tifosi nerazzurri ricordano con affetto e me lo ripetono sempre su facebook o quando mi incontrano di persona. La cosa più importante per me era far divertire la gente. Ero un fantasista e lo spettacolo e la felicità dei tifosi per me era essenziale. Per quanto riguarda l’esultanza fu un gesto spontaneo, nato per caso e che non mi aspettavo assolutamente avesse così tanta risonanza negli anni. Era un gesto simbolico nei confronti di un compagno che aveva compiuto una giocata incredibile. Un segno di umiltà e di servizio nei confronti della squadra e che in qualche modo racchiudeva il mio ruolo, cioè servire assist ai miei compagni essere a loro disposizione sempre, sia dentro che fuori dal campo”.

Nella tua lunga carriera hai avuto la possibilità di giocare fianco a fianco a dei giocatori straordinari, che hanno fatto la storia di questo sport. Quello che però ricordiamo tutti, anche per un certo legame che avevate in campo, era senza dubbio Ronaldo il Fenomeno. Cosa ti ricordi del brasiliano, sia come giocatore che come uomo.

“Ho avuto la fortuna di giocare con grandissimi campioni. Proprio nel passaggio dagli anni 80’ agli anni 90’ quando il calcio era molto diverso rispetto ad ora, c’era molto più spazio per i fantasisti e i giocatori di qualità, ogni squadra ne aveva almeno uno. Ho affrontato uno come Maradona e poi ho avuto compagni come Giannini e Roberto Baggio. Ronnie (Ronaldo ndr) secondo me era più del calcio. Un giocatore potente fisicamente ma allo stesso tempo gioioso. Viveva il calcio in maniera passionale, faceva cose incredibili sia in campo che in allenamento. Se decideva di puntare un avvesario era senza scampo perché aveva tutto e riusciva a fare cose che non si erano mai viste. Tra me e lui c’era un feeling particolare, riuscivo a capire dove voleva la palla perché amava attaccare lo spazio. Ricordo un gol che fece nel derby quando io da centrocampo gli servii una palla in profondità e lui con un pallonetto incredibile scavalcò il portiere. Bastava chiudere gli occhi e immaginare dove sarebbe andato. Il giocatore più forte con cui io abbia mai giocato e che sia mai venuto in Italia”.

Abbiamo citato giocatori del calibro di Ronaldo, Simeone, Zamorano, Zanetti. E se pensiamo che in quella squadra figuravano campioni come Djorkaeff, Winter, Pagliuca, Bergomi e lo stesso Moriero viene fuori una gruppo di tutto rispetto. Hai qualche rimpianto legato a quelle stagioni in nerazzurro, con una squadra che avrebbe potuto dare molto di più?

“Secondo me lì c’era una base per costruire velocemente qualcosa di importante. L’abbiamo dimostrato subito il primo anno arrivando secondi in campionato, dove tutti sappiamo com’è andata. Nella stessa stagione vincemmo una Coppa Uefa praticamente a mani basse. Eravamo una squadra forte, completa, avevamo tutto e anche i tifosi la ricordano con grande piacere. Dopo due anni però ci fu una rivoluzione totale, tanti cambi in panchina e anche giocatori importanti piano piano andarono via. Rimane un grande rammarico perché quella squadra poteva dettare legge come ha fatto poi l’Inter qualche anno dopo”.

Zeman, Mazzone, Lippi, Simoni, Maldini, sono solo alcuni dei grandissimi allenatori con il quale hai lavorato negli anni. A quale di questi sei rimasto più affezionato e a chi ti sei poi ispirato maggiormente per la tua carriera da allenatore?

“Ne ho avuto davvero tanti ma il primo rimane senza dubbio Carlo Mazzone, un esempio sia come allenatore che come uomo. Voleva il massimo da ogni calciatore, sia dentro che fuori dal campo. E’ una persona molto schietta e riusciva a tirare fuori il 100% da ogni calciatore. La mia guida è sicuramente lui. Poi nella gestione dello spogliatoio, senza togliere nulla agli altri, Gigi Simoni era davvero molto bravo. Un allenatore che parlava poco ma con la sua franchezza e disponibilità riusciva a far legare il gruppo e, in una squadra importante e piena di campione come l’Inter, era una cosa fondamentale”.

Dopo varie esperienze in panchina, adesso è più di un anno che non ti vediamo su un campo da gioco, il luogo dove ti abbiamo sempre visto e ci piace tanto vederti. Che progetti hai per il futuro e cosa dobbiamo aspettarci ora da Francesco Moriero.

“Tornerò sicuramente sicuramente a calcare il campo. A giugno è scaduto il contratto con il Catanzaro. Vengo da alti e bassi come molti allenatori del resto. Ho avuto la fortuna di allenare all’estero e in serie B con Grosseto e Frosinone. Aspetto la mia occasione ma non un progetto, perché nel calcio non esiste. Negli ultimi mesi ho avuto un paio di incontri ma poi non se n’è fatto più niente. State sicuri che tornerò sul terreno di gioco anche perché mi manca molto”.

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