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Sebastien Frey, ex portiere di Inter, Parma e Fiorentina, ha rilasciato una lunga intervista a “Il Corriere dello Sport”. L’estremo difensore ha annunciato il suo ritiro dal calcio giocato e ha ricordato le sue esperienze nel calcio italiano. Ecco le sue parole:

“Sono stanco psicologicamente. L’ultima esperienza in Turchia è stata la botta definitiva. Ma negli ultimi tre o quattro anni mi sono accorto che questo mondo mi appartiene sempre di meno. Avevo un’altra stagione di contratto, ma non volevo avvelenare il ricordo che ho del calcio. E’ stato la mia vita, non posso andare in campo solo per prendere lo stipendio. Quando ho cominciato a giocare c’era rispetto. La parola di una persona aveva lo stesso valore di una firma, adesso non contano neanche le firme. E a me non piace. Vado a vedere i ragazzini, anche mio figlio Daniel gioca. Può darsi che sia colpa dei genitori, non lo so, ma dagli undici anni in poi hanno in testa le cose sbagliate. Pensano di essere Messi, o Cristiano Ronaldo. Vogliono la macchina grossa, le scarpe con il nome sopra, il calcio lo pensano meno. Io non so cosa darei per tornare all’età in cui pensi soltanto a portare il pallone, nel mio caso i guanti, e ad andare a giocare con i tuoi amici. Il calcio? Dai quindici anni era l’unica cosa che avevo in testa, diventare un calciatore. Ho lavorato tanto per riuscirci. Poi ci vuole anche fortuna. Ho esordito a 17 anni perché il titolare si ruppe l’arteria femorale giocando a bocce. Poche ore dopo ero in porta, e da lì ho sempre giocato”.

INTER –  “Mi volevano il Marsiglia e il Bologna. Ma andai a vedere una partita di Uefa dell’Inter contro lo Strasburgo. Allora il calcio estero non lo vedevi tanto in tv, in Francia conoscevamo soltanto la Juve di Platini. Per me lo stadio erano cinquemila persone, poco più. Quella sera San Siro era pieno, Moratti mi regalò un cappotto, ce l’ho ancora nell’armadio. Poi andai negli spogliatoi e mi presentarono Djorkaeff, Cauet, Taribo West. Vidi passare Ronaldo a un metro da me. Le generazioni di oggi non sanno cosa si sono perse. Dici Ronaldo e pensano a Cristiano. Non sanno che cosa è stato Ronaldo quello vero. Quella sera dissi al mio procuratore: io voglio venire qui, in questa squadra. A Marsiglia sarei stato praticamente a casa, avrei fatto meno fatica. Ma così sono diventato adulto in fretta. E’ stato difficile, mi hanno aiutato soprattutto quelli che parlavano francese, Cauet è stato un altro padre per me, anche Taribo West nella sua pazzia ha dato un contributo. Mi costrinsi a imparare l’italiano alla svelta. E l’Inter allora era una famiglia. Non voglio dire che trattassero Frey come Ronaldo, ma a livello umano eravamo tutti uguali. Oggi questo si è perso. Il primo anno mi allenavo e continuavo a guardare Ronaldo e Baggio. Potevo anche andare in porta con gli occhialini per il 3d e il popcorn, come al cinema. Verona? L’Inter aveva comprato Peruzzi, una leggenda, un mostro. Non sapevo quanto avrei giocato. Mi voleva il Napoli, ma i rapporti fra i club resero più facile il passaggio al Verona. Arrivai dopo l’Europeo, Prandelli aveva dato tre giorni di vacanza alla squadra, io li passai correndo nei boschi con il preparatore. Piangevo tutte le sere, telefonavo ai miei e dicevo che volevo tornare a casa. Ritorno all’Inter? Non mi arrivavano grandi segnali. Un giorno mi chiamò la Lazio e io rilasciai un’intervista: se non mi vuole l’Inter andrò alla Lazio. Poi andai a trovare i miei nonni. Stavo parcheggiando e sentii squillare il telefono. Era Lippi. Bisogna capire, Lippi. Io ero soltanto Frey. Mi chiama e mi fa: perché hai detto quelle cose? E io: perché non mi fermo, non torno a fare il secondo. Lui non si arrabbiò neanche: mi disse di stare tranquillo, che sarei stato il titolare dell’Inter. Non sapevo più cosa dire. Mantenne la parola. Marcello è così: un toscano senza filtri, in questo mondo siamo in pochi. Proprio per questo dopo la sconfitta di Reggio Calabria disse che avrebbe preso i giocatori a calci nel culo. Lì si ruppe qualcosa, e lui pagò col posto. La stagione finì malissimo. Il derby perso sei a zero è stata una delle serate più lunghe della mia vita. Continuavo a pensare: perché io? Perché proprio a me? Il Milan sembrava posseduto, noi paralizzati. E da lì alla fine del campionato fu un incubo”.

PARMA – “Chiesi a Moratti che intenzioni aveva, ma non mi dava grandi risposte. Non potevo pensare a un’altra stagione come l’ultima. Mi voleva la Roma di Capello, ma l’Inter disse che ero incedibile. La verità è che non volevano cedermi alla Roma. Rimasi per un po’ in mezzo alla strada, poi l’Inter prese Toldo e io andai al Parma per 45 miliardi di lire. A Buffon sinceramente non ci ho neanche pensato. Io ero Frey, venivo dall’Inter, non vorrei passare per presuntuoso ma non avevo nessun problema. Invece nei primi mesi a Parma mi accorsi di cosa voleva dire. Fu una stagione strana: vincemmo la coppa Italia ma ci salvammo a due giornate dalla fine facendo una fatica allucinante. Il crac Tanzi? Non voglio entrare in quello che Tanzi ha fatto nella Parmalat, è qualcosa di imperdonabile. Ma del mio presidente io posso parlare solo bene, mi ha fatto stare bene, mi ha sempre dato rispetto. Dalla sera alla mattina ci dissero che non c’erano più soldi. Avevamo due strade: potevamo mettere in mora la società e fare una figura di merda, o finire il campionato con onore. Arrivammo quinti, lottando per un posto in Champions fino a due giornate dalla fine. Ringrazio tutti i miei compagni di quel Parma, uomini veri. Lo spareggio di Bologna rimane uno dei giorni più emozionanti della mia carriera: non ho dormito la sera prima, non mi è mai successo, io sono uno che alle nove va a letto e alle dieci dorme. Quello che è successo è una tristezza. Peggio: uno schifo. Una squadra storica del calcio italiano, che ha avuto campioni incredibili. Ma vedo che la gente sta seguendo la nuova società. Bello».

FIORENTINA – “Con Prandelli, che ho avuto a Parma, a Verona e a Firenze, in tanti anni si è creato una gran rapporto di lavoro, c’è stata stima reciproca e poco di più. Firenze? Un colpo di fulmine. E’ la città ideale, bella che non ti stanchi mai di guardarla. E piena di calore, di passione. Quando mi feci male il chirurgo mi disse che forse avrei dovuto smettere di giocare. Invece ce la feci. A Firenze sono state stagioni bellissime, quasi miracolose. Calciopoli? Lo sentimmo in tivù, ci sembrava uno scherzo. Come quando ci dissero che potevamo rimanere in A, ma partendo da meno diciannove. Mi ricordo le due classifiche che mettemmo negli spogliatoi, quella vera e quella conquistata sul campo. La penalità ci diede una forza incredibile, chiusi in una bolla tirammo fuori tutto quello che avevamo, e anche di più. Scudetto? La vedo dura. Ma spero di sì. Il gioco è da applausi. E la gente di Firenze lo merita. Allora chi vince? Metterei in un sacco Napoli, Inter, Juve e Fiorentina e pescherei un nome a caso. A Firenze è finita come avrebbe voluto? Non proprio. Ho lanciato tanti segnali ma non sono stati capiti, e comunque non sono arrivati ai Della Valle. Avrei voluto chiudere a Firenze, mi sembrava bello, giusto. Avrei fatto anche il terzo portiere, non volevo essere protagonista, ma soltanto dare una mano ai più giovani, fare un regalo a chi mi ha dato tanto. Sono un po’ deluso che non sia finita così”.

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