Aggredisce arbitro, squalificato quattro anni: direttori di gara sempre più nel mirino

Aggredisce arbitro, squalificato quattro anni: direttori di gara sempre più nel mirino

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Il problema esiste e comincia a farsi serio. Nel corso della stagione 2013/2014 è stata registrata più di un’aggressione al giorno nei confronti di un arbitro, in molti casi con prognosi; il pugno duro, come quello usato verso Michael Amorello, calciatore di terza categoria che milita nel Viareggio, da solo non può bastare. Questione di cultura, come evidenziato recentemente anche da Marcello Nicchi, presidente dell’Associazione Italiana Arbitri, che ha parlato di “problema drammatico. Quando si picchiano ragazzi, qualche volta minorenni il passo successivo è quello di non mandarli gli arbitri nei campi in cui si picchiano. Gli esempi sbagliati in alto si pagano nei campi di periferia dove non c’è protezione e non c’è neanche cultura ovviamente. In un accerchiamento di un arbitro di Serie B, poi l’arbitro sa quello che deve fare. In un campo magari di seconda categoria di qualche paesino nel circondare l’arbitro poi esce fuori il demente, perché questo è il suo nome, che poi sferra un calcio o tira un pugno“.

Proprio quanto accaduto sui campi della terza categoria toscana, dove Amorello “ha colpito con un calcio da dietro volontariamente, all’altezza del ginocchio, un avversario che non subiva conseguenze, espulso colpiva l’arbitro con un pugno in testa facendolo cadere, poi allontanato da dirigenti e calciatori, l’arbitro veniva soccorso e si recava al pronto soccorso dove gli sono stati prescritti alcuni giorni di prognosi”. Un gesto deplorevole, costato al giocatore quattro anni di squalifica, l’ennesimo della saga che vede i giovani direttori di gara sempre più nel mirino dell’ignoranza di certi loro coetanei e di dirigenti incapaci, spesso destinatari al pari degli stessi calciatori, di misure restrittive e squalifiche esemplari. La caccia all’arbitro sembra lo sport più diffuso negli ultimi tempi e non conosce confini; ma il moltiplicarsi del fenomeno anche in Italia, impone una severa riflessione su quella che è la cultura che viene inculcata nella testa dei giovanissimi che si avvicinano al mondo del calcio, troppo spesso carente dal punto di vista del rispetto di avversari e direttori di gara.

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