Felipe Melo, dalle stelle alle stalle: di chi è la colpa?

Felipe Melo, dalle stelle alle stalle: di chi è la colpa?

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Felipe Melo, da leader con “un pizzico di Pirlo e tanto Roy Keane” a pazzoide pericoloso per sé stesso e per gli altri: la colpa è sua o di chi lo racconta?

Da leader carismatico a folle scriteriato pericoloso per se stesso e per gli altri. Questa è stata la parabola di Felipe Melo nel corso dei 90 minuti di Inter-Lazio, partita che ha visto i nerazzurri sconfitti, oltre che da una prestazione decisamente non degna della prima in classifica, a causa di un calcio di rigore ingenuamente provocato dal pivote brasiliano, che poi si è fatto espellere a seguito di una delle più classiche “Melate”. Calcione fra collo e spalla di Lucas Biglia, rosso diretto e tre giornate di squalifica. All’uscita dal campo San Siro lo applaude, lui fa cenno di no con le mani: gli applausi non se li merita quella sera, ed ha pienamente ragione.

Il fatto che reazioni del genere facessero parte dell’intero pacchetto Felipe Melo è cosa risaputa: il brasiliano, fisico e feroce, gran recuperatore di palloni, moltissime volte in carriera ha rimediato cartellini rossi per entrate al limite. Spesso ha dato il peggio di sé nei momenti caldi e nelle partite complicate, proprio quando ad una grande squadra servono sangue freddo e nervi d’acciaio. Proprio contro l’Inter rimediò un rosso, quando indossava la maglia della Juventus, per uno stupido fallo di reazione su Mario Balotelli; gli anni nel campionato turco non l’hanno cambiato.

Incensato dalla stampa in avvio di stagione, è stato rapidamente affossato dopo la Lazio: il solito Felipe Melo, non è da grande squadra, poi gioca anche male, questi i commenti che sono rimbalzati su web e su carta a seguito della serata di San Siro. Il 14 settembre sulle pagine della Gazzetta dello Sport leggevamo una delle più note firme della rosea lanciarsi in un epinicio alle doti di Felipe Melo che recitava “Melo è un regista duplex, ha il senso della verticalizzazione e la sua cifra caratteriale è la cattiveria, per sua stessa ammissione. Un pizzico di Pirlo – giusto un pizzico, eh – e tanto Roy Keane […] E’ evidente che alcune volte sarà espulso, però con Melo l’Inter si è stabilizzata lì nel mezzo, dove si sperava che attecchissero le belle doti del giovane Kovacic”.

Lo stesso autore, il 21 dicembre nel post Inter-Lazio, sottolinea: “Vuoi dare le chiavi in mano a un Melo che ha la carriera maculata da crisi di nervi? Aspettati che possa lasciarti in 10 e con un rigore a carico”. I toni e le sfumature sono decisamente mutati, ma il filo conduttore rimane sempre lo stesso: il brasiliano è un giocatore ben conosciuto, con le sue forze e le sue (tante) debolezze. Il giocatore è stato voluto da Mancini, che ha allenato e ben conosciuto il pacchetto completo: in quella che è stata la sua peggior serata stagionale Felipe Melo ha recuperato più palloni di Medel e ne ha persi di meno, se vogliamo parlare di dati.

Tirando le somme possiamo dire che fra il giocatore dipinto ad inizio stagione e quello tratteggiato adesso c’è una forte discrepanza: Felipe Melo non è il leader incensato ed acclamato ad inizio stagione, non ha neanche un pizzico di Pirlo (sarebbe come dire che Dionisi, con tutto il rispetto, ha un pizzico di Maradona, una blasfemia calcistica), ma non è neanche diventato nel giro di 90 minuti il giocatore più scarso della Serie A, come si potrebbe evincere dal tiro al bersaglio degli ultimi giorni. E’ niente più che un eccellente guardiano, finché la testa lo sostiene, al servizio, nell’idea di calcio di Mancini, di individualità che non hanno bisogno di essere illuminate dalle retrovie. Con buona pace di chi lo sostiene e chi lo critica.