Florenzi, una vita in giallorosso: “La rinuncia più dolorosa? Le partite a calcetto con gli amici…”

Florenzi, una vita in giallorosso: “La rinuncia più dolorosa? Le partite a calcetto con gli amici…”

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Simbolo della Roma a fianco degli idoli d’infanzia, Alessandro Florenzi è oggi tra i giovani calciatori italiani emergenti, oltre che tra i leader dello spogliatoio giallorosso; una crescita che parte da lontano, figlia dell’umiltà e l’abnegazione che il ventiquattrenne di Vitinia è sempre riuscito a mostrare durante il percorso che l’ha portato dagli Esordienti alla Prima Squadra. Florenzi si è concesso in una lunga intervista su asroma.com, in cui ha ripercorso tutti i momenti più importanti della sua giovane carriera; parole sincere e genuine, da trasmettere alle nuove generazioni che si apprestano a intraprendere il suo stesso cammino.

“Ho avuto una infanzia felice con due genitori che mi vogliono bene e un fratello che mi ama. Essendo una famiglia di pallonari (con il padre che arrivò fino alla Promozione e il fratello che ha militato nel Cassino), a un anno e mezzo mi sono innamorato del pallone, e a quattro o cinque anni  ho iniziato a vedere le prime partite alla tv con mio padre: lì ho iniziato a capire il calcio, le sue regole e cosa fosse quella squadra che giocava con i colori giallo e rossi”. Da quel momento in avanti, i colori preferiti, nonostante i tentativi esterni di fargli cambiare squadra, scegliendo la Lazio. “A dire la verità, un mio amico ci ha provato: si chiamava Alessandro e veniva a scuola con me alle elementari. Io ero stato ‘instradato’ bene da mio padre, lui però stando a scuola insieme a me tutti i giorni ha tentato di convertirmi. È stato anche bravo nel suo pressing, ma alla fine ho resistito e sono rimasto della Roma”. La prima società da ragazzino, l’Axa, inizialmente senza un ruolo ben preciso ma poi “attaccante: ero schierato o come seconda punta nel duo offensivo o, se davanti eravamo in tre, come esterno, sia a destra sia a sinistra”, sognando di emulare le gesta di Francesco Totti, anche se il vero idolo d’infanzia era un altro. “Quando si giocava con sotto casa o a scuola i nomi dei giocatori famosi erano i soliti, ovviamente Francesco Totti era il più gettonato da tutti nella capitale: conta che quando la Roma vinse lo Scudetto nel 2001 avevo dieci anni…  Poi però, a dire il vero, quando sono cresciuto e ho iniziato a giocare nelle squadre di calcio il mio idolo era Cesc Fabregas, un giocatore fantastico per me”.

Crescere e capire di essere più portato di altri verso il gioco del calcio, esattamente come accaduto a Florenzi ai tempi dell’Axa, lì dove tutto ha avuto inizio. “Me ne accorgevo nelle partitelle che facevamo tra noi e nei primi campionati. Sia atleticamente che tecnicamente ero uno dei migliori. Quando avevo nove anni sono andato a giocare nella Lodigiani, in quella che al tempo era considerata la terza squadra della capitale, visto che militava nell’allora serie C. Dopo due anni lì mi sono trovato nella situazione di dover scegliere tra Roma e Lazio, che mi volevano entrambe. Io mi sono convinto quando sono andato con mio padre a Trigoria e lì ho incontrato Bruno Conti, il responsabile del settore giovanile del club. Non mi ricordo bene cosa ci dicemmo, ma mi bastò la sua presenza e la sua accoglienza per farmi scegliere i colori giallorossi”. I primi allenamenti, gli esordi e i momenti difficili nelle giovanili giallorosse, fino al rapporto con le due persone che più di tutte le altre lo hanno aiutato a diventare ciò che adesso rappresenta per la Roma e i suoi tifosi: Totti e De Rossi. “Nella stagione 2002/03 ho iniziato a fare il raccattapalle all’Olimpico e quindi allo stadio avevo la possibilità di vedere tutti. Uno dei primi che ho visto da vicino è stato proprio il Capitano, Totti. Mi ricordo che mi sembrava grande fisicamente, mi metteva in soggezione, anche se poi è bastata una sua battuta e un suo saluto per mettermi subito a mio agio. La prima volta che ho incontrato Daniele e che ci ho parlato un po’ è stato paradossalmente non a Trigoria, ma al mare! Ero a Ostia, dove lui è nato e viveva: mi ricordo che lui era con il padre, Alberto, che già allenava la Primavera del club e che mi conosceva perché qualche volta, anche se militavo nelle categorie più giovani, mi aveva chiamato per partecipare a qualche seduta di lavoro con lui. Così andò il primo incontro con De Rossi: ci salutammo e parlammo un po’. Poi qualche anno dopo me lo sono ritrovato in Prima Squadra. Con lui e Francesco ho un ottimo rapporto. Sono state le due persone che mi hanno supportato e consigliato dalla A alla Z. Partendo dagli atteggiamenti da tenere in squadra e in un ambiente come quello della nostra città. A volte mi hanno preso in disparte ma spesso è bastata una parola messa in una frase e un’occhiata a farmi capire se stavo facendo una cosa buona o no”.

Per arrivare dove tutti sognano, è fondamentale restare con i piedi per terra, lavorare e sacrificarsi, grazie al supporto fondamentale dei propri cari; Florenzi è rimasto il ragazzo umile di un tempo, ma non smette mai di rendere merito alla famiglia che gli insegnato i veri valori della vita. “Penso che due elementi siano imprescindibili: la famiglia e la testa. Devi essere forte psicologicamente e lo sei se hai dei cari alle spalle che ti seguono e ti insegnano i  veri valori della vita. Io ho la fortuna di avere avuto con me mia madre e mio padre che mi hanno sempre tenuto con i piedi per terra, essendo venuti loro stessi dalla strada. Mi hanno cioè fatto capire dall’inizio cosa significa essere umile e cosa significa lavorare per arrivare a un obiettivo”. Dopo lo scudetto Primavera nel 2011, vinto da capitano a spese del Varese, per Florenzi è arrivato il prestito al Crotone (“un anno importantissimo, mi sono allontanato da casa e in quei mesi sono cresciuto insieme come calciatore e come uomo”), prima del ritorno a Roma, stavolta per restare da protagonista. Il primo gol in Serie A a San Siro contro l’Inter (“solo negli spogliatoi a mente fredda capii in effetti che il gol di quella sera era stato un momento speciale e che me lo sarei ricordato per sempre”) e l’escalation di prestazioni che l’ha portato a essere un punto fermo sia nella Roma, che in Nazionale. No, la notorietà non ha cambiato il suo modo di essere, il successo è arrivato, nonostante qualche piccola rinuncia che da ragazzino era difficile da accettare. “Sono rimasto lo stesso, con gli stessi valori di quando ero più piccolo: è rimasta uguale la mia umiltà, il mio rapporto con la famiglia, con la mia ragazza… anzi, qui il cambio c’è stato, lei a luglio è diventata mia moglie. Da giovane non ho sofferto tanto il non potere uscire e fare tardi nei weekend, anche perché quando ho iniziato a considerare il calcio un lavoro che mi poteva garantire un futuro l’ho preso come una cosa seria con delle regole da rispettare. Paradossalmente l’aspetto per cui ho sofferto di più, nei tempi del settore giovanile, era che non potevo andare a giocare a calcetto quando mi chiamavano gli amici. È successo diverse volte che mio padre mi ha vietato categoricamente di andarci per paura che mi facessi male e io ne ho sofferto: col senno di poi devo dire che ha fatto bene… anche se anni fa qualche volta ci sono andato lo stesso“.