Murillo: “In campo divento un guerriero”

Murillo: “In campo divento un guerriero”

Jeison Murillo, difensore colombiano dell’Inter, ha rilasciato una lunga intervista ai microfoni de “La Gazzetta dello Sport”. Ecco le sue dichiarazioni:

INTER – “Il mio dovere è lottare. Inter, il tuo è lo scudetto. In battaglia cambio testa e divento guerriero.

BARCELLONA E REAL MADRID – “Che se ne parli pure, ma io sudo la mia maglia fino all’ultima goccia”

INFANZIA – “Sul braccio ho tatuato il nome di mio papà, Jose James. Il pane a casa non mancava, papà faceva l’imprenditore ma eravamo in tanti e non è stato facile portare avanti una famiglia numerosa. Ecco: se non ho preso brutte strade nelle vie della mia città, in Colombia, dove l’infanzia può andare per traiettorie sbagliate, beh, è grazie alla cultura del rispetto, della famiglia, della correttezza e dell’amore verso Dio che lui e mia madre mi hanno dato da piccolo. Ho sempre voluto fare il calciatore. Fin dai tempi in cui io, piccolo piccolo, venni raggiunto dall’Inter prima di diventare interista veramente. Credo di essere più maturo dei miei 23 anni, sono il sesto di sei figli e nel crescere dentro una famiglia splendida secondo una vita umile si capiscono molte cose. E forse ci si sviluppa prima”.

IN CAMPO – “Perché quando sei dentro alla battaglia la tua cabeza , la testa, cambia. E lì divento un guerriero: bisogna lottare, guadagnarsi ogni cosa. Detto questo, sono poi sempre un chico , un ragazzo che ama vivere bene, molto e con semplicità”.

FUORI DAL CAMPO – “La mia fidanzata Samantha, tanto relax fuori dal campo, poi Bella e Dante che sono i miei due bellissimi cani”.

SERIE A – “E’ un Paradiso. E’ il campionato nel quale tutti prima o poi vogliono arrivare. Se lo pensavo così? Lo sognavo, ecco”.

INTER CAMPUS – “Destino, davvero. Quella prima squadretta del mio quartiere si chiamava Andresanin e divenne partner del progetto Inter Campus, quello che porta il calcio e aiuti ai bambini nel mondo. Bene, un giorno arrivarono portando un mare di regali nerazzurri: maglie, palloni, scarpe, anche foto autografate.

CORDOBA – “Ivan Ramiro Cordoba: era l’idolo della mia mamma, e di tutti in Colombia. Ricordo che regalavano maglie a maniche lunghe e faceva caldo: ecco, io quella maglia la indossavo da mattina a sera, fino alla sfinimento, sudando all’infinito”.

GIOCA MALE L’INTER? – “Penso al primo posto. Penso che sia importante capire le cose che non vanno bene, migliorare sempre, acchiappare il momento e anche il risultato. Nel calcio, alla fine, conta quello”.

FEELING CON MIRANDA – “Ci troviamo come fossimo insieme da sempre. I motivi? Veniamo dallo stesso campionato, da due squadre robuste e forti, c’è esperienza anche tattica, collaborazione, comunicazione, semplicemente ci capiamo al volo. In campo anche Miranda cambia testa: gioca senza paura di nulla, da leader”.

SQUADRA -“Siamo una squadra nuova, ma di gente che ha grosse personalità e unione. Se sai di avere a fianco compagni forti, di carattere, grossi fisicamente e che fanno paura, beh, allora vieni contagiato, trascinato. E questo succede a ognuno di noi, a me e a tutti. Questa è l’Inter, e questa è anche la sua forza”.

MANCINI – “Dà tranquillità, sa guidare la squadra e va seguito: l’esperienza che ha è una garanzia in ogni senso”.

MERCATO – “E’ bello che si dicano certe cose. Com’è quella citazione? Nel bene o nel male, basta che se ne parli. Ma io sono un professionista e rispetto la mia camiseta , la maglia che indosso. Fino all’ultima goccia di sudore”.

IDOLO – “Thiago Silva è un riferimento. Cosa penso di avere di lui? Io penso di avere tutto di… Murillo. L’altra sera, qui a Doha, ci siamo incontrati: era già successo, ma mai come in questo caso siamo riusciti a parlare un po’. Mi ha fatto i complimenti per il mio lavoro, mi ha incoraggiato e poi alla fine ci siamo scambiati la maglia. Bellissimo momento”.

SCUDETTO – “Pronunciare la parola Scudetto all’Inter non è un pensiero: è un dovere”.

MIGLIOR ATTACCANTE – “Quando non stai attento, tutti”.

MESSI – “Giocare contro Messi è speciale: lui è uno dei migliori, se non il miglior giocatore del mondo. Ma quella volta non fu merito mio ma dell’intera squadra”.

ESPULSIONE – “Tutti sbagliamo, ma il mio rosso di Palermo proprio non lo capii. E ci rimasi male perché non era fallo. Comunque è passata, come la sconfitta con la Lazio: andiamo oltre”.

REGOLA DA CAMBIARE – “Non da difensore ma da giocatore: mi pare che gli arbitri fischino troppo. Uno sfiora col dito un altro, questo si butta per terra e fischiano. Mi pare eccessivo”.