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florenzi

Teoria, tecnica, applicazione e un vecchio adagio che sa tanto di sentenza. Il caso di Alessandro Florenzi, reinventato terzino da Rudi Garcia e lì spesso utilizzato fino all’ultimo match sulla panchina giallorossa contro il Milan, scuote il calcio italiano, riaprendo il dibattito attorno alle caratteristiche fisiche da possedere per recitare al meglio la parte, prima tra tutte l’altezza. “Sacchi diceva sempre, meglio avere un terzino alto e ben strutturato fisicamente perché prima o poi certe situazioni di gioco si pagano…”; secondo Zvonimir Boban, quella capitata in occasione del pareggio rossonero di Kucka, è la classica azione che l’ex tecnico del Milan e della Nazionale temeva, con il difensore di fascia sovrastato dalla potenza e dal fisico dell’avversario in corsa.

Il cross sul secondo palo di Honda ha colto impreparata l’intera retroguardia giallorossa, ma è indubbio che l’uomo in consegna per Florenzi fosse proprio il centrocampista slovacco, imperioso nello stacco e autore del definitivo 1-1. Dal novembre 2014 (giorno del match di Champions League con il Cska Mosca) in avanti, e visto il calo di forma di Maicon, il tecnico francese l’aveva promosso titolare a destra nella difesa a quattro, ricavandone spinta e qualità in fase d’attacco ma anche inevitabili passaggi a vuoto in ripiegamento e copertura degli spazi. Ovvio come i problemi difensivi della Roma non siano scaturiti esclusivamente dalla posizione in campo di Florenzi, ma è indubbio che la scarsa abitudine al ruolo da parte del giocatore e i continui spostamenti all’interno dell’undici titolare, abbiano giocoforza inciso sul suo rendimento fino all’episodio che probabilmente costringerà Luciano Spalletti a rivedere le scelte del suo predecessore, affidandosi a difensori puri. 1,72 per 67 kg, Florenzi non sembra differire molto dal punto fisico da molti suoi colleghi in serie A, dando così ragione alla teoria secondo la quale per essere un buon terzino occorrano continuità e applicazione, piuttosto che prestazioni intervallate da un tourbillon in giro per il campo a seconda delle esigenze tecnico-tattiche. Per questo motivo abbiamo voluto indagare, analizzando l’altezza delle coppie di terzini impiegati nell’ultimo turno di campionato, ricavando dati interessanti e una verità incontrovertibile.

Dai più piccoli (Laurini e Mario Rui, rispettivamente 1,73 e 1,68), ai più grandi (i colossi del Bologna Mbaye, 1,88, e Masina, 1,89), passando proprio per il duo Florenzi-Digne, la maggior parte degli allenatori decide di affidarsi a difensori veloci e reattivi, forti e prestanti nel fisico per reggere l’urto dei contrasti all’interno dell’area di rigore, oltre che abili nel farsi trovare nella giusta posizione per attaccare la palla e non subire gli avverarsi diretti. A prescindere che si tratti di una difesa a 3 o a 4, l’importanza di avere terzini all’altezza (1,90 quella media tra i 40 impiegati lo scorso weekend), non può prescindere dall’aiuto e dalle coperture preventive dei centrocampisti, lucidi e perfettamente in grado di leggere in anticipo l’azione. “In Italia si difende individualmente e il riferimento principale è quasi sempre l’avversario e quasi mai il compagno. Ma se non c’è una connessione col compagno, un collegamento, non sei una squadra. Noi in fase difensiva avevamo tre riferimenti: l’avversario, il pallone e il compagno, e dovevamo sempre capire quando era più giusto coprire lo spazio o quando era più giusto invece marcare l’uomo e aggredirlo. L’obiettivo era avere undici giocatori in posizione attiva con la palla e senza la palla; se Maldini stringeva, Evani andava a fare il quinto uomo; dall’altra parte se Tassotti stringeva, Colombo andava a fare il quinto uomo. Perché noi aggredivamo nella zona palla e cercavamo una copertura lontano dalla palla”. Teorie e tecniche di Arrigo per una difesa perfetta, ancora attuali come venticinque anni fa; difficilmente un giocatore come Florenzi avrebbe giocato da terzino nel suo Milan, così come nella Roma di oggi.