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Dal campo alla panchina, passando per un’impresa straordinaria, il cui valore forse non è stato ancora recepito appieno ma trascende il semplice significato calcistico. Paolo Tramezzani, apprezzato commentatore tecnico, fa parte dello staff tecnico della nazionale albanese dal dicembre 2011; vice di Gianni De Biasi, nell’ottobre 2015 è riuscito a regalare ad un popolo intero la gioia della prima qualificazione alla fase finale di un Europeo. Sempre più impegnato e coinvolto nel progetto di sviluppo del calcio in Albania, non si è sottratto alle nostre domande e curiosità, nonostante un viaggio a Tirana alla scoperta dei talenti del futuro. Disponibile e sorridente nel raccontare con umiltà un risultato che potrebbe rappresentare il punto di svolta epocale per una nazione ancora segnata da anni di conflitti e sofferenze, di nuovo ottimista e vogliosa di continuare a stupire.

Partiamo dall’exploit che vi ha visto protagonisti con l’Albania, per la prima volta nella sua storia qualificata alla fase finale di un Europeo, grazie all’enorme lavoro di Gianni De Biasi in panchina e quello portato avanti da lei in prima persona in fase di scouting alla ricerca di profili adatti alla nazionale (oltre 140 calciatori visionati e quasi 70 convocati dal dicembre 2011).

Penso fosse in qualche maniera inevitabile svolgere questo determinato tipo di lavoro, per diversi motivi. Innanzitutto perché la squadra precedente era composta da giocatori importanti con un’età anagrafica molto avanzata, e poi per via del fatto che sapevamo che c’erano tantissimi giovani talenti in giro per i vari campionati stranieri; quindi, data la non grande conoscenza che avevamo inizialmente, abbiamo dovuto cominciare questa grande opera di ricerca e osservazione, oltre che di convincimento nei loro confronti. Non tutti erano così propensi a giocare per la nazionale albanese, poi successivamente le cose sono cambiate anche grazie ai risultati ottenuti sul campo.

“Per noi è stato importante aver avuto tempo per lavorare al meglio, plasmare la squadra, fargli capire i concetti di gioco e dare un’identità ai giocatori in campo”. Questa sua frase mi ha colpito molto, considerando il fatto che spesso nel calcio moderno non viene mai concesso il tempo necessario per raggiungere dei risultati; crede che la vostra situazione possa essere paragonata anche a quella della Nazionale italiana di Antonio Conte, visto anche lo stato del nostro movimento calcistico? Quanto servirebbe anche al nostro ct lavorare con più calma sui giocatori a disposizione?

Secondo me sono due situazioni diverse, soprattutto per quanto riguarda la fase di scouting. Mi spiego, i giocatori italiani che fanno o che potrebbero far parte della Nazionale, li conosco tutti ed è molto più semplice. Noi invece dovevamo andare alla ricerca di giocatori nati o cresciuti in Albania e in Kosovo, o che avessero origini albanesi e kosovare, perché comunque in Germania, in Svizzera, in Turchia, in Grecia, in Belgio, in Svezia, Danimarca, Norvegia, così come in Italia, ci sono tantissimi ragazzi giovani che giocano in squadre importanti. Da una decina di giorni mi è stato affidato l’incarico di direttore tecnico della nazionali giovanili e siamo già stati in Grecia, Svizzera e Italia per vederne il più possibile. La nostra forza è quella di andare a conoscerli, seguirli nella loro crescita, e convincerli a scegliere di giocare per l’Albania. Soprattutto il caso della nazionale svizzera, in cui militano diversi giocatori di origini kosovare (Xhaka, Shaqiri, Memheti, Behrami, Dzemaili, Kasami) rappresenta un rischio da scongiurare.

Che rilevanza crede abbia avuto nella vostra impresa la voglia di emergere dei giovani e quella di rivincita dei più esperti abituati alle difficoltà e alle sofferenze che la popolazione albanese ha dovuto sopportare nei decenni precedenti?

Raggiungere un risultato è sempre importante perché ti gratifica del lavoro e dei sacrifici fatti, credo tuttavia che il nostro valore aggiunto sia stato dato dal fortissimo legame di appartenenza che i giocatori albanesi hanno nei confronti della loro nazione e della loro bandiera. Per questo motivo, unisco sempre le due cose: la soddisfazione calcistica resta, ma ciò che ricorderò sempre è stato vedere la gioia negli occhi di un popolo intero (uomini, donne e bambini) dopo anni di sofferenza.

Berisha, Cana, Hyasj, Basha, Memushaj. Quanto ha inciso nel vostro lavoro l’esperienza che questi giocatori hanno maturato in Italia e in che modo vi ha aiutato a conquistare la fiducia del gruppo?

Penso che giocare in Italia rappresenti una grande opportunità di crescita per tutti i calciatori in generale. Molti giocatori albanesi hanno trovato squadra in Italia negli ultimi anni, questo a dimostrazione di quanto il movimento sia cresciuto; adesso, dare i meriti solo ed esclusivamente alla nazionale mi sembra poco rispettoso del valore degli stessi ragazzi, ma è chiaro come sia stato per loro un trampolino di lancio.

Cosa ci racconta di Berat Djimsiti e Arlind Ajeti, nuovi acquisti di Atalanta e Frosinone?

Sono due ragazzi che seguo personalmente da tre anni, avendo fatto tutta la trafila delle nazionali giovanili con la Svizzera (dall’under 15 all’under 21). Quando mi sono avvicinato a loro chiedendo la disponibilità a giocare per noi, hanno preso tempo, chiedendo di parlare prima con le famiglie e gli agenti; per entrambi esisteva la concreta possibilità che entrassero a far parte del giro della nazionale maggiore svizzera, poi il passaggio si è complicato mentre noi iniziavamo a conquistare i primi ottimi risultati. Anche per questo motivo alla fine hanno scelto l’Albania, con la convinzione che stesse nascendo un gruppo importante.

Quanto ancora può crescere il movimento calcistico albanese?

Tra le 24 squadre che si sono qualificate all’Europeo, siamo la terza più giovane e quindi c’è l’idea che si possa ancora migliorare tanto. C’è un grande gruppo, composto da ragazzi umili, oltre tutti i ragazzi che ancora militano nella nazionali giovanili; crediamo che il giusto mix tra le varie generazioni, possa far ben sperare per il futuro.

Un giudizio su Rey Manaj, giovanissimo talento classe ’97 in forza all’Inter. Al di là di tutta la querelle attorno alla sua convocazione in nazionale (con l’attaccante nerazzurro che aveva accusato De Biasi di aver dichiarato ai giornali che il giocatore gli avrebbe mandato dei messaggi per mettergli pressione per ottenere la convocazione in nazionale), che prospetto è?

Manaj mi era già stato segnalato da quando giocava con gli Allievi della Sampdoria; successivamente si aggregò alla Primavera per il Torneo di Viareggio e ricordo che nel derby con il Genoa faceva già la differenza, nonostante giocasse sotto età rispetto ai suoi compagni. Ha bruciato le tappe, è un ragazzo di qualità e dagli ampi margini di miglioramento, ma è talmente giovane che credo vada lasciato crescere senza tante pressioni addosso.

Domanda inevitabile su Lorik Cana, leader tecnico ed emotivo della vostra nazionale, giocatore dalla grande personalità, simbolo di una nazione intera. Come mai non è riuscito a imporsi anche in Italia con la maglia della Lazio?

Non conosco i motivi, ma concordo sull’importanza che riveste in campo e fuori. Quando veste la maglia della nazionale è davvero un giocatore importantissimo, ha sempre creduto di poter raggiungere la qualificazione ed è riuscito a coronare un suo sogno personale. Forse nella parte iniziale della sua avventura italiana, nonostante venisse impiegato nel ruolo di centrocampista, non è riuscito a giocare con continuità e il suo rendimento non è mai stato al top. Per noi è comunque un valore aggiunto, un ragazzo semplicissimo e molto umile, che incarna alla perfezione quello che è lo spirito di questa squadra.

Francia, Romania, Svizzera e Albania. Quante possibilità vi date di passare il turno?

Sappiamo che sono squadre che probabilmente hanno più qualità rispetto a noi, così come è accaduto con quelle che erano inserite nel nostro girone di qualificazione del resto; credo ad esempio che la Serbia fosse la più forte in assoluto, anche più di Portogallo e Danimarca, ma abbiamo dimostrato di giocarcela alla pari anche attraverso altre qualità. Abbiamo voglia di continuare a stupire, facendo il massimo, senza sentirci già appagati.

Dal 2011 sei il vice di Gianni De Biasi, coordinatore tecnico delle giovanili del Finale Ligure, da qualche giorno anche delle rappresentative giovanili albanesi. Se in Italia dovessero proporti una panchina, accetteresti?

Oggi il mio futuro è con Gianni De Biasi, perché gli devo tanto, è una persona che mi ha dato grande fiducia e spazio, dandomi l’opportunità di crescere e quindi mi vedo accanto a lui. Non so ancora cosa farò da grande (ride), per ora penso agli Europei.

Martedì sera eri al San Paolo per commentare Napoli-Inter: qual è il tuo commento sulla vicenda tra Sarri e Mancini che sta scatenando molte polemiche in queste ore?

Preferisco non commentarla per non andare a creare ancora più caos di quello che c’è già, anche se una mia idea ce l’avrei…

Chi vince il campionato e chi la Coppa Italia?

Penso che per lo scudetto possa essere una lotta tra Napoli e Juventus, mentre per la Coppa Italia dico Inter.