@MDC, Luca Diddi (resp. scouting Carpi per la Toscana): Giuntoli un re, Lasagna fortissimo

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Luca Diddi

In esclusiva per Mai Dire Calcio, il responsabile dell’Academy del Carpi per la Toscana Luca Diddi ci spiega come funziona il lavoro di scouting, raccontandoci inoltre i segreti del club e…di quando scoprii Jack Bonaventura.

Nel calcio come nella vita, le cose eccezionali sono più apprezzate ed amate proprio a fronte del loro carattere anti-quotidiano che ben si sposa con una rarità di fondo. Imprese di piccoli Davide in un mondo di Golia hanno sempre regalato grandi sorrisi, oltre che speranza verso un movimento che ogni giorno lotta per confermare o rivalutare sé stesso. La storia del Carpi e del suo approdo in Serie A, ad esempio, torna molto utile in tale ambito. Senza la materia prima, però, è impossibile costruire qualcosa di duraturo e in questo splendido sport la preziosa materia è, indubbiamente, rappresentata dai giovani. In questo momento, il futuro del Carpi e, potenzialmente, di una discreta fetta del calcio italiano è anche nella mani di Luca Diddi, Responsabile Scouting per la società toscana oltre che allenatore. Abbiamo intrapreso con lui un piccolo viaggio all’interno delle dinamiche giovanili del club e, più in generale, dell’intera struttura riguardante la ricerca di piccoli, futuri campioni. Tra procuratori, dirigenti competenti, giocatori già affermati ed altri con la porta della consacrazione pronta ad attenderli, è stato più facile comprendere e apprezzare alcune dinamiche che, da sempre, si svolgono “dietro le quinte” delle squadre nostrane.

 

MDC – Partiamo con una domanda introduttiva: spieghiamo innanzitutto in cosa consiste lo scouting, a conti fatti una vera e propria arte calcistica. E, soprattutto, come deve porsi il tifoso di calcio rispetto a questo particolare tipo di attività.

DIDDI – “Il lavoro di scouting è un lavoro più che altro istintivo, poiché non necessità nemmeno di grandi corsi da seguire, anche se magari servono a noi professionisti per essere aggiornati. E’ un lavoro che si basa sulla valutazione di un calciatore nei settori giovanili con parametri ben precisi definiti dalla società per cui lavoriamo, e noi cerchiamo di trovare il ragazzo giusto. Ovviamente ci vuole fortuna, perché magari vedi un ragazzo che secondo il tuo parere non è valido e poi invece, crescendo, lo ritrovi nelle serie maggiori. Come rovescio della medaglia, puoi vedere un ragazzo prima degli altri, che magari è stato anche scartato da altre società, e con te invece riesce a realizzarsi e ad andare a giocare in società professionistiche di prima fascia. Di conseguenza, questo lavoro è molto personale.

 

Chi reputa sia stato il principale ispiratore per la sua professione?

“Premetto: ovviamente in questo lavoro io, che in questo momento opero per il Carpi da ormai un anno e mezzo, posso affermare che il Carpi è una società che ha fatto un percorso veloce nel passare da dilettante a professionista, e quindi questo lavoro all’interno della società è cresciuto esponenzialmente in questi anni. Ci siamo trovati, nel giro di pochi anni, senza magari rendercene conto, ad andare a cercare giovani non solo nella zona limitrofa di Carpi ma in tutta Italia per portarli in questa società di Serie A. Quindi, l’impatto di scouting fuori dalla provincia lo abbiamo cominciato quest’anno. Siamo in una fase di sviluppo, perché la società è cresciuta in maniera talmente veloce che anche le persone che ci lavorano all’interno non hanno avuto il tempo di organizzarsi in questo ambito. Per noi lo scouting fuori regione è iniziato dunque da poco. Per quanto riguarda gli ispiratori, i maggiori siamo proprio noi stessi: in prima squadra ci sono degli scouting, nel settore giovanile altri che si basano principalmente sui ragazzi italiani e non esteri. Il Carpi è una società fatta di persone vere, non è neanche facile quindi andare a trovare persone con determinati parametri basilari per la nostra realtà e il tipo di giocatore che fa bene al Carpi. Esempio lampante: giocatori importanti come Borriello e Matos si sono trovati fuori perché il vecchio gruppo rendeva meglio, e nelle ultime quattro partite abbiamo fatto 8 punti. Questa è una grande famiglia, le persone che respirano l’aria di Carpi sanno cosa vuol dire. Per il professionista che arriva da fuori può essere difficile inserirsi in questa realtà”.

 

Lei occupa attualmente il ruolo di Responsabile Scouting per il Carpi nella regione Toscana. Ovviamente, il suo lavoro si riflette in quello che potrebbe essere il futuro della squadra. A conti fatti, come giudica in questo momento lo stato di salute del club basandosi sui ragazzi visionati e poi portati in squadra?

“Noi abbiamo un settore giovanile che lavora alla grandissima, fatto di tecnici super-preparati. Con i vari responsabili del Carpi cerchiamo di analizzare singolarmente le squadre e di costruirle a seconda dei pezzi mancanti. Facciamo riunioni dove decidiamo come intervenire: non abbiamo la potenzialità di una Juventus o di un Milan o dell’Inter, che fanno venire un sacco di ragazzi in prova e poi magari ne scelgono uno. Noi andiamo sul campo, li seguiamo per un paio di mesi: se i ragazzi mostrano caratteristiche fisiche e tecniche adatte al nostro stile di calcio, li facciamo venire in prova e iniziamo un percorso di avvicinamento al club tramite anche la famiglia, facendo respirare loro l’ambiente. E’ un percorso stazionato, senza traumi: magari una grande squadra prende un giocatore a metà stagione e gli stravolge la vita a livello scolastico e familiare. Noi corriamo anche il rischio che il giocatore ce lo prendano, ma a gennaio preferiamo non stravolgere la vita di nessuno. La nostra politica è questa, cerchiamo di non traumatizzare nessuno. Abbiamo questi parametri nella scelta che non sono troppo invasivi, abbiamo trovato ragazzi molto interessanti in Toscana, visti per primi, e magari corriamo il rischio di farceli prendere. Però ormai il nostro percorso è questo: se una famiglia viene a Carpi si sente a casa, magari va a Firenze e si sente poco considerata. Il rapporto è diretto tra noi e la famiglia: non ci sono intermediari, è tutto molto semplice. I procuratori in questo ambito stanno fuori dal campo, poi dopo si può discutere. Tanti procuratori che propongono giocatori alle società molto spesso non mantengono le promesse fatte all’inizio. Recentemente mi son trovato a discutere riguardo un ragazzo che era stato proposto alla Fiorentina, il club però non sapeva nemmeno chi fosse. Succede anche questo purtroppo.”

 

Carpi academy
Il simbolo della Carpi Academy, di cui Luca Diddi è il responsabile per quanto riguarda la regione Toscana

Il Carpi è stato protagonista nello scorso campionato di Serie B di una cavalcata trionfale quanto inattesa, culmine di un progetto più ampio che da anni aveva ingranaggi in moto. A prescindere dalla permanenza o meno nella massima Serie, il progetto Carpi avrà modo di proseguire con la stessa bontà anche in futuro?

“Il progetto in questi anni ha avuto un grandissimo personaggio, trascinatore della società: Cristiano Giuntoli. La sua è stata una figura di riferimento all’interno della società di forte valore: lui era quello che andava agli allenamenti dei ragazzini, concordava la parte fisica con gli allenatori, una persona a tutto campo con notevole influenza e grande personalità. Per cui, quando in un regno il re va via c’è un po’ di smarrimento e di panico. Alla fine, con Romairone, abbiamo trovato la linea base dello scorso anno, infatti adesso la differenza si vede. Le offro un dato statistico interessante sullo scorso campionato: Il Carpi è una squadra che lavora molto sulla verticalizzazione e sulla parte fisica, ma a livello di possesso palla il Carpi era all’ultimo posto della Serie B. Eppure abbiamo vinto il campionato. Tagli e tanta corsa hanno fatto la differenza e noi siamo stati la sorpresa. A livello di settore giovanile, come ho detto prima, c’è ancora un po’ di assestamento per via delle tante vittorie arrivate in fretta. C’è un progetto ben declinato a livello di lavoro e di metodologia che certamente darà benefici in futuro. Poi c’è anche il progetto della nostra Academy, di cui io sono anche responsabile per la Toscana, e questa è un’altra cosa in più della società che dà la possibilità alle società dilettantistiche di andare a far parte del mondo Carpi attraverso eventi che noi facciamo per allargare il raggio della società”.

 

Inevitabilmente lei sa bene quanto sia difficile lanciare nel calcio che conta giovani italiani. Eppure i talenti ci sono: restando in casa Carpi, basta osservare lo straordinario percorso di Kevin Lasagna, che appena due anni fa giocava in Serie D e che ora si sta proponendo come un calciatore davvero interessante. Il primo gol in Serie A contro l’Inter, d’altronde, lo testimonia. E qui arriva una provocazione: se uno come Lasagna fosse stato straniero, avrebbe avuto più risalto mediatico?

“Secondo me se fosse stato straniero non sarebbe a Carpi, in tutta onestà. Le società prendono giocatori stranieri allucinanti. Le faccio un esempio: la Fiorentina ha preso Gilberto quando anche lo stesso Sabelli, giocatore che abbiamo preso a gennaio, in quel ruolo è fortissimo. Quando leggo certi nomi pazzeschi mi capita di scontrarmi con chi la pensa diversamente. Altro esempio: la Roma dà Verde al Frosinone, che però lì non gioca perché gioca Tonev. In Italia ci sono talmente tanti giovani più forti di certi stranieri, persino in Serie D ci sono ragazzi che potrebbero tranquillamente avere posto almeno nella Primavera di squadre di livello. La Juventus ha più stranieri che italiani, l’Inter ha più stranieri che italiani. Se Lasagna fosse stato brasiliano a quest’ora sarebbe a giocare nell’Inter o nella Juventus, perché è un ragazzo dalle enormi potenzialità. Molto spesso noi al Carpi analizziamo situazioni simili: so di società che prendono ragazzi del 2003 o 2004 stranieri, una cosa allucinante. Bimbi piccolissimi presi dalla Francia o dalla Spagna, tramite procuratori che ci macinano non si sa quanto. Non c’è più l’idea di andare in una società dilettantistica, non c’è più la pazienza di aspettare un ragazzo. Se tu prendi un ragazzo e lo valorizzi, facendolo allenare dai tecnici giusti, alla fine lo puoi lanciare fatto e finito.  In Italia però non ci sono soldi, negli altri paesi si, quindi purtroppo i ragazzi tendenzialmente preferiscono andare lì. Ora c’è il nuovo provvedimento secondo il quale dall’anno prossimo in Serie B dovrebbero giocare calciatori più giovani, speriamo. Anche a livello di scouting ci si rende conto che è difficile: ad ogni collaboratore ho assegnato una società di riferimento e loro hanno rapporti con queste società. Quindi o fidelizzi o altrimenti per un club come il nostro diventa dura. Una cosa accaduta proprio a me: ho trovato un giocatore a Pietrasanta, un 1998 fortissimo. Due mesi dopo è arrivata la Juventus, ha posato 250.000 euro e l’ha preso. Lui è sicuramente forte, però magari lì farà più fatica ad inserirsi mentre a Carpi sarebbe stato più facile. In Toscana l’Inter ha 43 scouting: vuol dire che tutti i mesi in nerazzurro vanno almeno 20-30 ragazzi in prova. Quindi noi o prendiamo il ragazzo prima di tutti o restiamo fregati. Ovviamente la grande società ti “illude”, perché il ragazzo rischia di rimanere fregato. Fare scouting per una società come la nostra vuol dire dover stare attenti anche la notte: concludi un affare con la famiglia di un piccolo calciatore alle 15:00, poi alle 17:00 la madre ti telefona paventando interessi di grandi club. Se a un bambino dici “Juve” lui perde la testa, però non sa che in realtà il club non ha idea nemmeno di chi si tratti. Qui prendiamo il ragazzo perché serve, perché possiamo costruirgli un progetto, sarebbe una prima scelta. Ormai c’è sempre più concorrenza, è un mercato selvaggio. Noi onestamente cerchiamo di mantenere sempre una linea di correttezza e di professionalità verso il ragazzo e verso la famiglia: dare un’illusione ad un bimbo è molto facile. Se arrivi al Carpi è perché ci interessi sul serio, perché abbiamo in serbo qualcosa per te. Noi non abbiamo la forza delle grandi a livello di investimenti, noi dobbiamo valutare benissimo le nostre operazioni in tale ambito. Magari il ragazzo che tifa Fiorentina viene avvicinato dai viola con un contratto a presenza e lascia tutto a gennaio, poi però non raggiunge le presenze necessarie e viene lasciato libero, magari costretto a tornare alla società di prima. E’ un mondo in cui tutti i giorni devi fare la guerra, a tutti. Noi siamo organizzati anche a livello di convitto, di appartamenti e di ogni cosa che può servire, però ci sono dei parametri che vanno rispettati e nel nostro piccolo cerchiamo di mantenere i rapporti umani”.

 

La querelle Sarri-Mancini ha evidenziato una situazione nella quale, in termini generali, è uscito sconfitto tutto il movimento calcio. A lei è capitato di assistere ad episodi del genere, che vengono definiti “di campo”?

“Si, mi è capitato, specie perché io faccio anche l’allenatore. Ho vissuto situazioni simili tra colleghi e sono sempre dell’idea che le cose debbano rimanere in campo: ci possono essere gli sfottò, certi modi di interagire dopo una sconfitta dovuti al nervosismo, però tutto deve finire lì o bisogna chiarire le situazioni in uno spogliatoio, senza andare a sporcare poi l’idea di calcio italiano. Il nostro calcio ci rimette sempre in questo tipo di contesti, anche lo stesso Mancini mi pare si sia reso protagonista di episodi simili in passato…Sarri ha sbagliato per ciò che ha detto, ma ha sbagliato anche Mancini perché è andato a fare quello che ha fatto in tv. Sarri mi sembra si sia scusato più che abbastanza: da buon toscano, preso dalla partita e dalla tensione, ha avuto un’inflessione sfortunata. L’ho conosciuto personalmente ed è una persona schietta, sincera, che sa di aver sbagliato e ha ammesso l’errore: è una persona di campo, che ha fatto tanta gavetta e che conosce le dinamiche di questi eventi. Penso che chiunque durante una gara abbia offeso qualcuno: è capitato anche che calciatori mandassero a quel paese gli arbitri, senza che nessuno però facesse scatenare un putiferio simile”.

 

Lasagna
Kevin Lasagna è senz’altro uno dei giovani calciatori italiani più interessanti del Carpi e della Serie A intera

Nel corso della carriera lei avrà sicuramente scoperto giocatori interessanti: quali sono quelli che hanno avuto più facilità ad imporsi?

“Nella mia carriera ho avuto un giocatore che è rimasto sé stesso, che ho avuto come tecnico, ovvero Giacomo Bonaventura: l’ho avuto quando era piccolo, arrivava da una squadra di Viareggio. Era ed è rimasto una grande persona, un ragazzo squisito. Ho avuto anche Marconi, l’attaccante dell’Alessandria, o anche Tommaso Bianchi che era al Sassuolo. Sono affezionato a tutti, ma la bontà di Bonaventura è immensa. A livello di scouting ho trovato ragazzi che spero si affaccino in tempi brevi in Serie A e in Serie B”.

 

In tal senso, per chiudere: una sua giovane scoperta calcistica di cui sentiremo parlare in futuro.

“Faccio un nome, un ragazzo 1998 che è stato acquistato dalla Juventus e che si chiama Frank Kanouté, che ho scoperto a Pietrasanta ad agosto. Ora è a Torino, secondo me questo giocatore qui è più forte del Diawara di Bologna. Lo portai a Carpi, andò anche in prima squadra e si allenò lì a Nova Gorica, fece un’amichevole giocando molto bene. E’ stato anche a Napoli in prova ed ora è alla Juventus, posso senz’altro dire che nella loro Primavera non c’era un ragazzo così forte, sono assolutamente sicuro che farà carriera perché secondo noi è un ragazzo validissimo”.