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La Colombia sta innegabilmente attraversando una nuova età dell’oro dal punto di vista calcistico. Giocatori di talento assoluto come James Rodriguez, Cuadrado, Falcao e Bacca, per fare qualche nome, sono da anni top players nei campionati europei. Sarebbe però un falso storico definire questa Colombia come la migliore espressione del calcio Cafeteros, dimenticandosi dell’incredibile nazionale che partecipò ai mondiali del 1990 e del 1994.

TALENTI E CARTELLI

La generazione che stupì il mondo era un cocktail di talento, personaggi eccentrici e frequentazioni pericolose. La loro guida era Francisco Maturana, allenatore visionario, guru del calcio colombiano, che distribuiva il suo sapere tra Atletico Nacional e nazionale maggiore.

Vi era un ulteriore ingrediente da considerare per capire cosa rappresentava il calcio colombiano a quel tempo: il narcotraffico.

pablo escobar

Una storia che inizia da lontano, negli anni ’70, quando i leader dei traffici di droga si riversarono sui campi di calcio per favorire il riciclaggio di denaro sporco. Nel giro di un paio di decenni i cartelli s’impossessarono dei maggiori club colombiani, generando non poche situazioni di dubbia legalità. Nel 1984 Hernan Botero, presidente del Nacional di Medellin, venne estradato negli Stati Uniti con l’accusa di riciclaggio di dollari provenienti da traffici illeciti; qualche anno dopo i capi del cartello di Calì, i fratelli Orejela, divennero proprietari dell’America di Calì. Infine Pablo Escobar Gaviria, il più potente narcotrafficante di Medellin, portò avanti la sua personale “rivoluzione sociale”: mentre arricchiva popolazione e club calcistici della città madre faceva saltare in aria ogni avversario politico. La sua influenza era tale che riuscì ad evitare l’estradizione imposta dal governo colombiano, scatenando prima una guerra sanguinosa contro le forze dell’ordine e riuscendo poi a farsi imprigionare in un carcere da lui stesso creato, la catedral. Come raccontato nello strepitoso documentario “The Two Escobars”, edito da Espn, in questo carcere, dov’era tutt’altro che prigioniero, riuscì ad organizzare una partitella alla quale partecipò mezza nazionale colombiana: era il 1993 e tra questi vi erano Asprilla, Higuita, Herrera, Valderrama e il povero Andres Escobar. Il netto segnale che il narcotraffico controllava il calcio nazionale. Erano gli anni del Narcofutbol, un incredibile incrocio di calcio e criminalità.

ITALIA ’90

I cartelli del narcotraffico sapevano di puntare su un settore dal guadagno sicuro, il calcio colombiano stava attraversando un momento di grande vitalità. Maturana aveva fatto miracoli con l’Atletico Nacional, vincendo la Libertadores e disputando la finale di Intercontinentale con il Milan. La nazionale che partecipò nel 1990 al Mondiale italiano, sempre sotto la guida di Maturana, riuscì a superare il girone, dietro Germania e Jugoslavia, ma fu eliminata agli ottavi dalla sorpresa Camerun. La partita è ancora ricordata sia per la doppietta dell’eterno Roger Milla, sia per lo sciagurato tentativo di dribbling dell’istrionico portiere colombiano Higuita, che permise all’attaccante camerunense di insaccare a porta vuota. L’eliminazione lasciò l’amaro in bocca agli uomini di Maturana, ma la consapevolezza di essere una compagine in grado di affrontare ad armi pari ogni avversario.

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TRA I DUE MONDIALI

La marcia di avvicinamento al Mondiale americano va analizzata seguendo separatamente due direttrici: il calcio e la politica. Dal punto di vista calcistico gli anni che separarono i due mondiali segnarono un’ulteriore crescita della fantastica generazione colombiana. La nazionale era composta per la maggioranza da giocatori militanti nel campionato colombiano, blindati in patria grazie ai soldi del narcotraffico. Dai portieri Mondragon e Oscar Cordoba ai giocatori più amati come Andres Escobar, Freddy Rincon e Antony deAvila, fino a giungere al capitano e faro della squadra, Carlos Valderrama. Solo due giovani talenti erano riusciti a prendere la strada dell’Europa: Adolfo Valencia e Tino Asprilla.

Le qualificazioni avevano regalato ai cafeteros una cavalcata entusiasmante, culminata nell’incredibile 0-5 inflitto all’Argentina a Buenos Aires, il 5 settembre 1993. Una vera e propria lezione di calcio che aveva costretto gli uomini di Basile, orfani del Pibe de Oro, ad affrontare l’Australia per l’ultimo posto al Mondiale.

La situazione politica colombiana purtroppo in quegli anni non seguiva i fasti calcistici. La tensione da anni era altissima: lo Stato voleva sbarazzarsi di Pablo Escobar ed aveva assoldato un gruppo paramilitare chiamato Los Pepes, artefice di metodi di repressione e violenza ancora più brutali di quelli utilizzati dal cartello di Medellin. Il caos nelle strade delle maggiori città colombiane aumentò a dismisura e raggiunse l’apice con l’uccisione, il 2 Dicembre 1993, dello stesso Escobar.

USA ’94

Queste furono le premesse che accompagnarono la Colombia negli Stati Uniti. La convinzione di avere una squadra pronta a puntare in alto contrastava con la tensione politica e sociale della nazione, creando irrimediabilmente nervosismo tra i calciatori. La gara inaugurale contro ogni pronostico vide la Colombia soccombere contro la Romania, splendida sorpresa del girone. I rumeni interpretarono la gara in modo perfetto, impostando un gioco di rimessa e scatenando i contropiedisti Dumitrescu, Munteanu e Raducioiu, orchestrati magistralmente da Gheorghe Hagi, autore di un gol da antologia da circa 40 metri. La sconfitta bruciante scatenò immediatamente reazioni furiose in patria, nonostante una vittoria con gli Stati Uniti avrebbe potuto riportare la compagine di Maturana in lotta per il passaggio del turno. Ai giocatori furono recapitate dalla Colombia minacce di morte, il centrocampista Gomez fu “invitato” a non giocare per evitare epiloghi drammatici, mentre il difensore Herrera, reduce dal sequestro lampo del figlio di tre anni poco prima del Mondiale, era sempre più convinto ad abbandonare la competizione.

escobar andres

In questo clima surreale e inquietante la Colombia affrontò i padroni di casa in una sfida decisiva. Valderrama e compagni fallirono immediatamente due palle gol clamorose, e gli Usa in contropiede colpirono con lo sfortunato autogol di Andres Escobar. Gli Stati Uniti vinsero 2-1 e si garantirono l’accesso agli Ottavi di finale, dove furono battuti dal Brasile, futuro vincitore del torneo.

Gran parte dei giocatori colombiani preferirono evitare il ritorno immediato in patria; non seguì il loro esempio Andres Escobar che dopo un diverbio in un locale notturno a causa dell’autogol, venne ucciso con dodici colpi di pistola. Pochi giorni prima il difensore del Nacional aveva scritto un articolo per un quotidiano locale di Medellin, chiosando con un beffardo: “A presto, perchè la vita non finisce qui”. Purtroppo le logiche del Narcofutbol per lui avevano previsto un altro destino.

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