Ventura: “Bayern o Chelsea? Il mio sogno si chiama nazionale”

Dario Marotta
20/02/2016

Ventura: “Bayern o Chelsea? Il mio sogno si chiama nazionale”

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Una candidatura forte, guardata con positiva curiosità. Scende in campo Giampiero Ventura, pronto a sedersi sulla panchina della nazionale italiana. Un sogno confessato a voce alta, attraverso le pagine del corriere dello sport:

Le piacerebbe allenare la nazionale italiana?

Altroché se mi piacerebbe. Mi hanno proposto di andare lontano, all’estero, per allenare una nazionale. Mi garantivano tanti soldi ma io non ho accettato. E le dico di più: se mi chiedessero, lo dico per fantasia, di scegliere tra il Bayern, il Chelsea e la nazionale azzurra, non avrei dubbi. I soldi sono importanti, come sa chi non ha o non li ha mai avuti, ma allenare l’Italia sarebbe un tale onore che davvero non sarebbe paragonabile con il più redditizio dei contratti. Le aggiungo una cosa: sono convinto che stia crescendo una generazione di giovani calciatori che potrebbero consentire alla nostra nazionale di aprire un ciclo come fu quello tra il 1978 e il 1982.

Chi è stato il talento più rilevante che ha avuto la possibilità di allenare?

“Forse la sorprenderà la mia risposta: Fabian O’Neill. Era un vero campione ma beveva, beveva tanto. Fichè stette con noi, al Cagliari, si comportò da professionista. Prima e dopo un disastro. Alla Juve si accorserò della situazione e durò poco. Ma in campo, quando toccava la palla, accendeva la luce. Incarnava l’essenza del calcio. Non ha lasciato il segno perché in lui, il calciatore e l’uomo, si erano separati, erano entrati in conflitto. Un allenatore deve prendere per mano un ragazzo così e aiutarlo a ritrovarsi. E’ quello che facemmo con lui”.

Cosa le piace di più del suo lavoro?

“Trasmettere delle idee, vivere al contatto con ragazzi portatori di un mondo e di modi di pensare sempre nuovi. Io mi diverto moltissimo, a lavorare. Non c’è mai stato un giorno della mia vita in cui ho pensato con noia o fastidio all’andare in campo, mettermi la tuta e lavorare sugli schemi o sui passaggi. E poi mi piace inventare calcio. Pensi che il primo ‘blocco’, come quelli che si fanno nel basket e che oggi sono comuni, mi venne in mente vedendo lo scontro tra due giocatori su un campo di interregionale. Si diedero una craniata pazzesca ma io lo applicai e il primo anno facemmo due-tre gol così. Era un calcio d’altri tempi in cui chi aveva idee innovative vinceva. Pensi a Sacchi, a quello che ha fatto di rivoluzionario, alle origini del football europeo. L’organizzazione ha cambiato il calcio”.

Quanto le pesa non aver mai allenato una grande?

“E colpa mia. Io non ho percepito il momento in cui il calcio ha cambiato pelle. Per me, nella vita e nel lavoro, l’importante è essere, non apparire. Andavo poco e niente in tv, pensavo contassero i risultati. Il calcio è diventato presenza mediatica, immagine, più che vittorie sul campo. E io non ho percepito questo mutamento in tempo. Devo dire che sono stato cercato da Lazio, Fiorentina e Juventus. Se il mio amico Marcello Lippi non avesse mollato, dimettendosi, nel 1999, probabilmente sarebbe toccato a me. Invece chiamarono Ancelotti, che era fermo, mentre io allenavo il Cagliari.