SHARE

moras

Non si è mai grandi abbastanza per esternare le proprie emozioni, neanche se in campo si è tra quelli più esperti e l’aria da duro ti accompagna da sempre. Vedere Vangelis Moras piangere come un bambino al fischio finale dell’arbitro Guida nel derby con il Chievo di sabato, è stata una scena che rimarrà a lungo nel cuore e nella memoria dei tifosi dell’Hellas, commossi dal senso di appartenenza mostrato davanti alle telecamere dal loro baluardo difensivo.

Nelle ore in cui l’Italia calcistica discute e si interroga sul caso Totti, a Verona credono fermamente alla possibilità di una salvezza che fino a poco tempo fa sembrava impossibile. Una stagione maledetta, nata sotto ben altri auspici, complicatasi in fretta fino all’esonero di Mandorlini deciso forse un po’ troppo tardi visto quanto raccolto dalla gestione Del Neri (12 punti in 12 partite) iniziata lo scorso mese di dicembre. Nel mezzo una rivoluzione tecnica che, nel mercato di gennaio, ha stravolto il blocco storico dello spogliatoio gialloblu (sono andati via Rafael, Marquez, Hallfredsson e Sala), dando nuova linfa vitale a una squadra di nuovo viva, tra le più in forma dell’intera serie A. La tifoseria non l’ha mai abbandonata, così come Moras, molto più che un semplice difensore. In Veneto dal 2012, dopo le esperienze con Bologna e Cesena, ha indossato 134 volte la casacca del Verona, vivendo sempre più intensamente l’attaccamento ai colori e al sentimento collettivo di rappresentare il club in giro per la penisola. Capita anche ai guerrieri, soprattutto dopo la vicinanza che i tifosi gli hanno mostrato nella tragica esperienza vissuta nell’estate 2015, quando il fratello Dimitris si era arreso alla leucemia dopo che lo stesso Vangelis gli aveva donato il midollo osseo nella speranza di riuscire a salvarlo.

“Dedicherò a mio fratello gli ultimi anni della mia carriera”, disse solo qualche settimana dopo, dedicandosi anima e corpo alla causa dell’Hellas. 30 presenze consecutive in campionato, 25 in questa stagione, senza mai saltare nemmeno un minuto in gioco, fino al cartellino rosso che ha spezzato l’incantesimo (a questo punto l’unico giocatore di movimento sempre presente resta il napoletano Raul Albiol). Dopo il calcio di rigore trasformato da Pellissier, Moras ha avuto paura che l’episodio sfortunato compromettesse la possibilità di ottenere la seconda vittoria stagionale, seguendo gli ultimi minuti della partita dall’imbocco del tunnel degli spogliatoi. Ha avuto, come tutti, paura di non farcela. Con lui, a trepidare, c’erano tutti i tifosi, esplosi in un urlo liberatorio al momento del terzo gol di Ionita che ha sancito il sesto successo dell’Hellas nel sedicesimo derby della Scala. Una gara che potrebbe fare da spartiacque nel prosieguo del campionato, in cui le due squadre hanno indossato sulle maglie la patch della Fondazione “Save Moras”, costituita per condurre in prima linea la lotta alla leucemia dallo stesso Moras in onore del fratello scomparso. Un segnale forse di quanto l’esperienza veronese del trentaquattrenne difensore greco vada al di là del semplice aspetto calcistico, coinvolgendo spesso anche la sfera emotiva e personale. Le lacrime sul suo volto hanno restituito agli appassionati l’immagine di un uomo semplice, vero e tremendamente fragile, sfatando il mito dello stereotipo del calciatore moderno.