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Allenare, divertendosi, anche a 68 anni. Zdenek Zeman non ha alcuna intenzione di rinunciare al lavoro quotidiano sul campo e, dopo le tante esperienze in Italia, continua a insegnare calcio nella vicina Svizzera, dove con il suo Lugano ha raggiunto la scorsa settimana la finale della coppa nazionale. Il tecnico boemo, tra una sigaretta e l’altra, ha concesso una bella intervista al quotidiano Avvenire, ripercorrendo alcuni dei momenti più significativi della carriera di allenatore, con uno sguardo al futuro e al suo rapporto con la religione cattolica.

“Nessuno esilio. Qui è come stare in un’Italia più organizzata, più tranquilla e più pulita. Si chiama Svizzera italiana, ma per me è l’Italia svizzera. La televisione funziona bene, torno sempre a casa con piacere, ma non mi manca proprio niente. Anche perché non mi sembra che il calcio italiano stia vivendo la sua migliore stagione. Guardo Serie A, Eusebio Di Francesco fa giocare il Sassuolo nella maniera che piace a me. Oltre a lui però non vedo altre guide in Serie A… Fiorentina-Napoli è stata la più bella partita della stagione, ma solo perché ogni tanto qualcuno da noi si ricorda che bisogna giocare a calcio prima che cercare il risultato ad ogni costo”. Nessun rimpianto per ciò che poteva essere e non è stato, anche a causa di qualche esternazione scomoda, che gli ha chiuso le porte del grande calcio. ” Potevo allenare il Milan, l’Inter o il Real Madrid, ma l’ho pagata cara… Anche come risultati sul campo. Il sistema “non ci voleva”, e anche la mia carriera ha preso una direzione diversa“.

Lugano e la Svizzera, come Madrid o Milano. “Il campo di Madrid è uguale a questo di Lugano, cambiano solo i nomi e i milioni che girano dentro e fuori i prati dei grandi stadi e il fatto che in panchina i grandi club vogliono “gestori” e non allenatori. Io sono rimasto un allenatore a cui piace ancora correggere il giovane che inizia a fare calcio. Il successo più grande per me è sempre stato veder crescere bene quel giovane… Ma oggi grazie alle nuove tecnologie sono più “acculturati”, telefonini e internet li rendono più distratti, anche in campo. Il calcio lo vivono tutti come un mestiere… Non hanno più la voglia di divertirsi e di allenarsi per migliorare”.

Nessuna stanchezza e ancora tanta voglia di divertirsi, sognando magari il primo trofeo da esibire in bacheca, nonostante i successi ottenuti sulle panchine meno nobili di Licata, Foggia e Pescara. “Non avrò vinto niente, ma non ricordo altri che hanno conquistato titoli allenando Foggia, Licata o Pescara… Di sicuro con me i presidenti, anche di Lazio e Roma, non hanno mai perso soldi. Anzi, siccome il calcio è diventato un business con me hanno pure guadagnato parecchio. Sono stati tanti i giovani che ho lanciato. Quel Licata è irripetibile: allenavo una nazionale siciliana. Sette-otto giocatori li avevo cresciuti nel settore giovanile, passati in prima squadra giocavano ad occhi chiusi. Quella squadra resta un modello per lo spirito di appartenenza, oggi si tende a mischiare tutti e sei fortunato se hai un giocatore nato e cresciuto nella città della formazione che alleni”.

Al cinema non vado più da quando hanno vietato di fumare, in panchina senza una sigaretta resisto per due ore e mi diverto ancora quando alla mia squadra riesce qualche azione, qualche bella giocata. Questo soltanto io cerco, altrimenti, con l’aria che tira e i personaggi che circolano, avrei smesso da un pezzo“. Cattolico praticante, sin dai tempi dell’infanzia, tanto da non ammettere le bestemmie in campo e catechizzare i suoi giocatori. “La mia famiglia mi ha trasmesso una profonda educazione cattolica: eravamo praticanti quando a Praga sotto il regime comunista era vietato… Perciò in campo non sopporto i calciatori che bestemmiano. Qui in Svizzera si bestemmia molto meno che in Italia, ma se qualcuno dei miei lo fa lo chiamo da una parte e gli dico: “Stai offendendo mio Padre e mia Madre”, ricordati di non farlo mai più”.

 

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