Ranieri: “Dall’oratorio al miracolo Leicester. Vi svelo i miei segreti”

Dario Marotta
12/03/2016

Ranieri: “Dall’oratorio al miracolo Leicester. Vi svelo i miei segreti”

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“C’è un tempo bellissimo tutto sudato, una stagione ribelle, l’istante in cui scocca l’unica freccia che arriva alla volta celeste e trafigge le stelle”. Le parole in musica di Ivano Fossati tornano utili per raccontare lo splendido cammino del Leicester targato Claudio Ranieri, primo in premier league, ad un passo dallo storico ed inimmaginabile traguardo. Una scalata piena zeppa di segreti, raccontata attraverso le colonne del colonne del corriere dello sport:

Come e dove inizia la storia calcistica di Claudio Ranieri?

“Strada e oratorio, oratorio e strada. Testaccio, allora, non era un posto da scuole calcio. Io sono cresciuto lì, con il pallone in testa e tra i piedi ogni giorno. All’oratorio c’era tutto, tutto piccolo ma tutto. Il campo di calcio, quello di basket, il rettangolo da gioco per la pallavolo. Bisognava andare a messa, altrimenti non ti facevano giocare. Poi ti davano un biscotto e l’acqua. Io giocavo sempre con i più grandi, a tutti gli sport. Quello spiazzo e quei giorni li porto sempre con me, quando mi siedo in panchina”.

I suoi genitori cosa facevano?

“Avevamo una macelleria nel centro di Testaccio. I miei erano contenti che andassi a giocare, così stavo lontano da certi rischi che la strada, a quella età, porta con sé. Correndo dietro a quel pallone ero al riparo da mille insidie. Ero romanista, ma mi piaceva Sivori, il suo modo di giocare, estro e cattiveria agonistica. Siccome andavo in giro sempre in bici e tutte le donne di Testaccio dicevano preoccupate a mia madre di stare attenta che prima o poi una macchina mi avrebbe messo sotto, fui mandato in collegio. Debbo molto ai miei, i valori fondamentali dell’educazione alla vita. Mio padre morì prima che andassi al Parma, quindi non ho mi ha visto allenare le squadre grandi che ho avuto la fortuna di dirigere. Mia mamma ha novantasei anni, è lucidissima e oggi è, chi glielo avrebbe mai detto nella sua vita, una grande tifosa del Leicester”.

E dall’oratorio come finì alla squadra del cuore, la Roma?

“Feci due provini ma non mi presero. Poi passai al Dodicesimo giallorosso che era, come il nome annuncia, una specie di succursale della Roma. Un giorno ci fecero fare un provino collettivo, sotto gli occhi di Helenio Herrera, che allora era un mito vero. Fu lui, credo, a individuarmi e a prendermi, insieme ad un altro ragazzo. Entrai nella squadra Primavera, feci tutti i tornei come il Nistri, il Viareggio, Sanremo e giocai molto con la squadra De Martino che schierava le riserve dei titolari e molti di noi più giovani. Era un bel torneo, Scopigno mi fece esordire in serie A e poi arrivò Liedholm. L’ultima partita in giallorosso la feci con il Cagliari di Gigi Riva. Forse era destino, sarebbe stata la prima squadra importante che avrei allenato, in seguito”.

Scopigno com’era? E qual è stato l’allenatore più importante nella sua esperienza di giocatore?

“Era davvero un filosofo. Parlava poco, osservava molto, si fidava dei giocatori che considerava degli uomini responsabili e non dei ragazzi indisciplinati. Qualcuno se ne approfittò ma non le direi mai chi. So che sbagliarono a tradire la fiducia di un allenatore così. Herrera invece sembrava di ferro, era tutto di un pezzo. Anche per quelle esperienze io ho maturato una grande attenzione e curiosità per il ruolo dell’allenatore, che vedevo come una guida, quasi come un essere superiore. Ho imparato da subito, e da quei maestri, che uno dei compiti fondamentali di un tecnico è accendere un desiderio, una convinzione, una speranza nei ragazzi. Dico sempre alle mie squadre che una idea condivisa, anche se sbagliata, può essere forte e vincente. E, al contrario, una idea giustissima, appannaggio di pochi, difficilmente diventa tanto grande da portare al successo e alla vittoria”.

Dopo poche partite passò al Catanzaro, per tenere il giallorosso addosso…

“Sono stati anni bellissimi. Sportivamente e personalmente. Lì ho conosciuto mia moglie, lì è nata mia figlia. Dal punto di vista calcistico avevamo con noi un’intera regione. Lo stadio era sempre pieno e ho avuto grandi allenatori come Di Marzio, Burgnich, Mazzone. Poi andai a Catania e lì vincemmo il campionato e passammo in serie A. In quel periodo ho cominciato a pensare di fare l’allenatore, di mettermi alla prova. Così decisi di sperimentare, da giocatore, la serie C, dove probabilmente avrei cominciato la mia nuova carriera. Andai a Palermo e poi smisi, abbastanza giovane. Smisi dalla mattina alla sera perché Di Marzio mi disse che alla Vigor Lamezia cercavano un tecnico. Così cominciò la mia avventura”.

Cosa la spingeva a fare l’allenatore?

“In primo luogo la curiosità, la voglia di mettermi alla prova. Volevo verificare se capivo davvero di calcio, che, in fondo, è una scienza. Non esatta, certo, ma una scienza. Tutti sono allenatori e tutti pensano che sia semplice, quello che poi vedono in campo. Io volevo capire se riuscivo a far vivere, tra i ragazzi, il mio spirito, le mie idee, la mia concezione del calcio e, forse, dei valori giusti della vita. Da giocatore ero molto sensibile e mi piacevano gli allenatori con i quali si poteva parlare e farsi capire. Credo che questa sia una mia caratteristica, cercare di capire ogni singolo ragazzo per metterlo in condizione di dare il meglio, con gli altri”.

Poi si avviò la sua carriera vera. Successi ovunque, forse tre esperienze sulle quali riflettere: Atletico Madrid, Inter e Grecia

“Il salto di qualità fu il prodotto di una serie di fortunate coincidenze. Dalla Vigor andai al Campania Puteolana grazie a un mio vecchio compagno di squadra, Angelo Orazi, che era stato scelto ma non aveva il patentino per la serie C e indicò il mio nome. La seconda botta di fortuna fu giocare e vincere, con il Campania, una partita con il Cagliari. I dirigenti sardi mi notarono e, in un momento assai difficile per la squadra isolana, io iniziai ad allenare e a vincere a certi livelli”.

Poi ha inanellato molti risultati positivi, talvolta eccezionali: parliamo dell’esperienza con l’Atletico Madrid

“Le dico la verità. Il presidente Gil mi aveva chiamato perché voleva fare una grande squadra. Poi, non so se per ragioni politiche o per effettivi problemi, gli furono bloccati gli assegni e fu avviata una procedura fallimentare che determinò che la responsabilità della squadra fosse affidata a un giudice, che mi chiese di restare e di dare una mano. Cosa che, ovviamente, feci. Eravamo a metà classifica, non male, nella situazione data. Un giorno il giudice mi chiama e mi disse che se non avessi vinto la partita della domenica successiva mi avrebbe mandato via. Io sono fatto in un certo modo e gli dissi che potevo accettare di essere esonerato da un Presidente, non da un giudice la cui competenza calcistica era da dimostrare. Mi dimisi e la squadre, con mio grande dispiacere per i ragazzi, retrocesse”.

L’Inter?

“Il mio problema, paradossalmente, fu che andammo troppo bene all’inizio: sette vittorie consecutive, primi nel girone di Champions. Poi la squadra ebbe un calo e la situazione si fece difficile. Con Moratti ho mantenuto un ottimo rapporto. Anche perché io sono stato sempre chiaro con i Presidenti. Se mi chiamano li ascolto. Se il loro progetto mi convince totalmente, lo sposo e mi faccio in quattro per attuarlo. Ma poi, sul piano tecnico, nessuno deve dirmi nulla, deve cercare di influenzare le mie scelte. Sono io che rispondo di quello che faccio, nel bene e nel male. Non consento che nessuno mi debba dire cosa devo fare nel mio campo, come io non mi impiccio del lavoro altrui”.

E veniamo alla Grecia. Le cose non sono andate bene

“Il calcio riflette la società e quel paese ha vissuto e sta vivendo momenti difficili. Dal punto di vista calcistico la nazionale ellenica aveva fatto molto bene ai mondiali. Ma c’era da compiere un passaggio di generazione, succede. E’ successo anche all’Italia. Io cercavo nuovi talenti ma non era facile. Sa quanti giorni in tutto, per quattro partite, ho avuto a disposizione i giocatori? Dodici. Non sono mai riuscito a fare un’amichevole per il difficile equilibrio tra nazionale e club che anche Antonio Conte ha denunciato come problema. Io devo vivere con i ragazzi, devo allenarli tutti i giorni, devo capirli, condividere le loro ansie e i lori problemi, aiutarli a diventare buoni calciatori e persone giuste. Sono allenatore da club, più che da nazionale”.

Questo vale anche per la nazionale italiana, non la allenerebbe

“Guardi, io ho un impegno triennale con il Leicester e ora sono concentrato su questo, come immagina. Devo fare e voglio fare un buon lavoro, per questo club. Poi non so, non si può mai dire mai. Ma le ho detto le mie caratteristiche di allenatore…”

E veniamo proprio al Leicester, che sta facendo sognare il calcio mondiale. Per far capire quale impresa state realizzando, può paragonare il suo club ad una squadra italiana?

“Direi il Sassuolo, forse è l’esempio più giusto per dimensione”.

Ma il Sassuolo di Di Francesco l’anno scorso è arrivato dodicesimo a quindici punti dalla zona retrocessione, credo che il Leicester si sia salvato con sei punti di scarto. Penso che la sua impresa sia ancora più strabiliante.

“Il Leicester l’anno scorso, a nove giornate dalla fine, era retrocesso. Poi la squadra infilò una serie di sette vittorie consecutive e si salvò. Quando fui chiamato dalla società per il nuovo campionato cominciai ad informarmi. Ho un programma che mi consente di vedere e rivedere tutte le partite. L’ho fatto e poi ho accettato. Mi sembrava che ci fossero molte potenzialità, non mi sono sbagliato. Abbiamo fatto tre innesti, senza spendere la luna, e ci siamo messi al lavoro. Ciò che il Presidente mi ha chiesto, al momento dell’ingaggio come programma sportivo, era la salvezza. Direi che lo abbiamo centrato”.

Come vivono i ragazzi il passaggio psicologico dalla lotta per la salvezza a quello per lo scudetto?

“Io dico sempre loro che questo è un anno eccezionale, irripetibile. Tutte le grandi sono in difficoltà e noi stiamo giocando un bel calcio. E dico loro di continuare a sognare, che non è un male farlo, visto che ci siamo conquistati la possibilità di farlo. Dall’inizio del campionato tutti hanno detto che non avremmo tenuto, che saremmo crollati prima o poi, che non potevamo che essere un fuoco di paglia. E invece siamo qui, senza presunzione ma con la voglia di continuare a sognare. I ragazzi sono tranquilli, sereni. Sanno che noi dobbiamo provare a vincere ogni partita. Mi ha colpito, e emozionato, che quando abbiamo pareggiato con il Manchester United, i giocatori erano tristi. L’anno scorso avrebbero stappato lo champagne. Mi creda, sono giocatori e ragazzi fantastici, per umiltà determinazione, qualità, carattere”.

Io le devo confessare che ammiro immensamente Kantè, un giocatore favoloso

“Lo è. Quando rivediamo sullo schermo le partite i primi ad applaudire o a mormorare di stupore ogni volta che lui recupera palloni, il che avviene spessissimo, sono proprio i suoi compagni. Ma sono tutti bravissimi. Il Leicester è la dimostrazione di quanto conta giocare in undici. Certo, nel calcio contano i fenomeni ma è decisivo lo spirito collettivo, l’unione dei ragazzi che si aiutano in campo e che condividono gioie e dolori. Un giornalista inglese ha descritto perfettamente quello che stiamo facendo. Ha usato un esempio legato all’agricoltura. Ha scritto che se si mette una persona a tirare una corda questa impiegherà il 100% della sua forza. Se invece ci si mettono più persone si vedrà che ciascuno ne mette di meno, che so, l’80%. Invece i giocatori del Leicester quando sono insieme mettono ciascuno il 100%, e di più”.

Come vive la città questa magia sportiva?

“Si può immaginare il clima che si respira. Ma, e mi fa molto piacere, non solo tra i nostri tifosi. Se incontro quelli dei nostri principali avversari, ad esempio l’Arsenal, mi dicono “se non vinciamo noi, speriamo che siate voi i primi”. Le donne anziane mi fermano al supermercato scusandosi se non possono essere allo stadio ma dicendo che tifano allo spasimo per la squadra. Lo stadio è sempre pieno. Sono stato a Roma di recente e ho avvertito quanto, anche in Italia, sia apprezzato il nostro lavoro. Mi hanno raccontato di servizi della Cnn. Dovevamo, quest’anno, fare un gradino per trovare la tranquillità futura. Abbiamo preso invece la scala mobile. Ora dobbiamo restare sereni. E io, per fortuna, c’è una cosa che non perdo mai, la serenità e l’equilibrio. Ci dobbiamo provare. Ci stiamo provando. Ci proveremo. Per noi stessi, per i nostri colori, per la città che ci tiene nelle sue mani”.

Che impressione le hanno fatto gli applausi del Bernabeu per Totti?

“Qualcosa di stupendo, non trovo altre parole. Tutti in piedi per un campione, un campione italiano. Quando giocai lì con la Juve chiamai in panchina Del Piero a due minuti dal termine. Successe la stessa cosa. Gli spagnoli sanno riconoscere il bel calcio. E Francesco se lo merita. Il calciatore e il suo talento li vedono tutti. Ma tutti devono sapere che ragazzo d’oro è. Ama la Roma, Roma e la sua famiglia è lo specchio dei romani che sanno essere generosi e sinceri. Mi verrebbe da dire della città di una volta”.

Chi è il giocatore più intelligente che ha allenato?

“Tantissimi. Ma se mi chiede un nome le dico Lampard. Un genio calcistico con un senso tattico spettacolare. Con lui discutere di uno schema e vederlo realizzato è la stessa cosa”.

Quali sono i difetti del calcio italiano?

“La fretta, la fretta, la fretta. Tutto e subito. Si fanno grandi progetti e alla prima partita persa salta tutto. Bisogna ritrovare il gusto di investire nel tempo, di non farsi dominare dall’emotività e da condizionamenti esterni. E bisogna investire sui giovani, specie su quelli dei vivai. In Inghilterra c’è una norma che stabilisce che per acquisire un calciatore extracomunitario questo deve aver almeno giocato nella nazionale del suo paese. Così si evita l’inflazione e si coltivano i vivai. A proposito dei quali vorrei dire che è decisivo istruire gli istruttori, investire su chi deve insegnare calcio. Maestri sbagliati possono far perdere molti talenti”.

Come racconterebbe, lei che è al centro di una magnifica avventura umana e calcistica, il football a un bambino?

“Gli direi che ci sono due tipi di calcio. Quello che si sente dentro, come una passione viva, e quello che poi può diventare una professione e che richiede sacrificio, voglia di lottare, determinazione. Sono due tipi di di calcio, che bisogna far convivere. Perché così mai nulla è impossibile”.