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Stagione che vai, risveglio brusco che trovi. E’ ormai questo il motivetto, nemmeno tanto simpatico, che rimbalza nella testa dei tifosi della Fiorentina. Il pari interno contro il Verona di ieri pomeriggio è solo l’ultimo capitolo di un’annata iniziata in crescendo con i gigliati intenti ad occupare posizioni che, unanimemente, nemmeno il buon Sconcerti riusciva a spiegare dall’alto della sua saggezza “numerica” e non, e che adesso sta scemando come peggio non si potrebbe, con tanto di retrogusto amaro; del resto gli ingredienti per il grande salto sembravano esserci tutti: fortuna, allenatore, persino i gol. Perchè allora questo mappazzone?

GENNAIO MALEDETTO Male, a tratti malissimo, per quanto concerne il discorso calciomercato. Tutti conosciamo a menadito la storia del gennaio viola: una dirigenza stordita dal gran rifiuto di Lisandro, incapace di strappare Mammana e che ha dovuto ripiegare all’ultimo sul “riciclato” Benalouane. Una rosa come quella della Fiorentina, con “solari” difetti dal punto di vista strutturale (difesa in particolare), necessitava di, almeno, un inserimento di spessore per permettere ai soliti noti di rifiatare, strizzando l’occhio anche al tecnico portoghese che avrebbe potuto così vantare un carnet di scelte più ampio del mirabolante dualismo Tomovic-Roncaglia. Niente di tutto ciò, sia mai. “Mancano appena 30 secondi al gong, assemblate il piatto”, parola di Carlo Cracco. Ecco allora i responsabili del mercato gigliato intenti a condire, e imbandire, bene le pietanze che non ti aspetti: l’ex Leicester appunto e il greco Kone. Spruzzatina di limone, un fiorellino tanto per gradire, et voilà il gioco è fatto. Allora si sprecarono parole e inchiostro per comprendere quelle scelte, la classifica comunque sorrideva, i risultati, ad onor del vero, iniziavano a latitare ma il tutto veniva bollato come un problema temporaneo: “Basta critiche, un momento di flessione capita a tutti. Adesso conta sostenere la squadra”. Strano mondo quello pallonaro: se il risultato è positivo allora si tende ad elogiare e tutti sono subito felici; se invece è negativo ma la classifica è di livello allora si usano toni encomiastici. Insomma per poter dire: “Così non va tanto bene”, senza essere bollati come “soloni” e “professoroni”, si necessita di sconfitte e pochi punti, come se la prova in campo valesse meno di zero. A questo punto simuliamola al computer se proprio non interessa, verrebbe da pensare.

MASTERSOUSA Anche Sousa vanta una bella dose di responsabilità nell’afflosciamento della Fiorentina. Ammaliante come pochi, alle telecamere e non, il tecnico portoghese ha fatto incetta di “Mistery Box” per tutto il girone di andata in cui la Viola ha fatto intravedere importanti novità tattiche (doppio modulo in base al momento di gioco e mezze posizioni), salvo però chiudersi a riccio negli “Invention Test”, quando serviva cioè quello spunto in più garantito dalla consapevolezza acquisita nei propri mezzi, nonché da una classifica decisamente ridente. Da gennaio in poi l’abisso: 11 gol subiti in 7 incontri, fuori dall’Europa League e con il treno per il terzo posto che fischia ormai lontano. Scelte tattiche più dubbiose che mai poi nelle ultime uscite, tanta alternanza di moduli e protagonisti ubicati spesso fuori ruolo. E’ un peccato soprattutto per quanto concerne le premesse, tutti erano rimasti stupiti dai primi cinque mesi in viola dell’ex Basilea, in un certo senso “Santo subito” a fronte comunque di un lavoro di fondo basato sul triennio montelliano a cui Sousa ha dato la propria pennellata ultima e via infornare. Adesso la sensazione è che il dolce Fiorentina sia stato tolto dal forno prima del previsto, il soufflé è bello ma non dura, se non lo si prepara per tempo si sgonfia e finisce per deludere. Ecco, chissà che alla fine tutti, ma proprio tutti, non si debbano gustare una poltiglia schiacciata, magari buona a fronte della spesa in dispensa (il bilancio) – chi dice di no – lontana però dai primi tre migliori piatti.

Stefano Mastini

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