SHARE

felipe anderson

Otto partite per dirsi probabilmente addio e lasciarsi da buoni amici. Felipe Anderson e la Lazio chiuderanno, a meno di clamorose sorprese dell’ultima ora, il loro rapporto fatto di tre anni costantemente vissuti su un’altalena che avevano dapprima depresso il talento di Brasilia, poi letteralmente esaltato la stagione successiva, salvo tornare mestamente coi piedi per terra in quella che doveva essere l’annata della consacrazione prima di spiccare il volo verso altri lidi. Una partenza inevitabile la sua, a fronte di un’offerta che non potrà che soddisfare le richieste economiche del presidente Claudio Lotito, anche al netto di un campionato decisamente al di sotto delle attese che avrà abbassato la quotazione milionaria pretesa dallo stesso patron della Lazio

FELIPE ANDERSON, DA APRISCATOLE A SPACCA PARTITE

Sono in molti infatti in casa biancoceleste a chiedersi cosa sarebbe stato della Lazio se la scorsa estate, davanti all’interessamento del Manchester United e di altri club inglesi, la società avesse deciso per la cessione del pupillo presidenziale (prelevato dal Santos di Neymar per 8 milioni di euro), vero e proprio fiore all’occhiello della squadra capace di mettersi dietro il Napoli e conquistare il terzo posto valido per la qualificazione ai preliminari di Champions League. Soprattutto dopo la travagliata stagione, culminata con l’eliminazione dall’Europa League di qualche giorno fa per mano del modesto Sparta Praga, di una Lazio più volte sull’orlo di una crisi di nervi, lontanissima parente della stessa ammirata durante lo scorso campionato; inutile girarci attorno, tra i fattori che hanno inciso negativamente c’è proprio lo scarso rendimento di alcuni uomini chiave, tra cui lo stesso Felipe Anderson. Eppure qualcosa sembra finalmente cambiato nella voglia e nell’atteggiamento del classe ’93 che è tornato a mostrare il meglio del suo repertorio, ritrovando quella continuità che gli era evidentemente mancata anche per colpa sua. Partito con i galloni del titolare inamovibile per meriti acquisiti sul campo, è andato via via spegnendosi fino alle prime panchine che Pioli gli ha riservato a cavallo tra dicembre e gennaio; da apriscatole a spacca partite (più volte decisivo a gara in corso, come accaduto a Firenze e in casa con il Chievo), esempio emblematico del più classico dei giocatori sopra la media troppo indolente e svagato per mostrare in pieno il suo grande potenziale. Poteva bastare questo per congedarsi da una piazza e una tifoseria che l’avevano eletto nuovo idolo dopo la doppietta alla Roma nel derby di inizio 2015, invece la svolta potrebbe essere arrivata in vista di un finale di stagione che promette ancora di regalare sprint, giocate e colpi a effetto.

PARTIRE DA SAN SIRO PER DIRSI ADDIO

Di nuovo titolare in 7 delle ultime 8 uscite in serie A, Felipe Anderson ha forse disputato la sua miglior partita proprio a San Siro con il Milan, dove solo un miracolo di Donnarummma gli ha negato il gol al culmine dell’ennesima fuga in fascia, stavolta percorsa in lungo e in largo come un giocatore completo dovrebbe fare nel calcio moderno. Il confronto con quello devastante della scorsa stagione, è meno imbarazzante di ciò che si potrebbe pensare, visto che il brasiliano ha comunque messo a segno 6 reti e regalato 4 assist decisivi per i compagni in 1774 minuti giocati; un anno fa, alla trentesima giornata, aveva già dato il meglio in termini realizzativi (10 gol, 8 assist), disputando però molti meno minuti (1417). A girare non è stata la Lazio in generale, penalizzando oltremodo elementi come Felipe Anderson che hanno evidentemente bisogno di essere inseriti in un contesto vincente per risultare decisivi. Proprio per questo motivo, anche se una rondine non fa primavera, di qui alla fine c’è ancora tempo a sufficienza per tornare a brillare e regalare alla Lazio un addio decisamente più “dolce”.

SHARE