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Dura la vita dell’allenatore. Per spiegare quanto sia complicato entrare nella testa dei propri giocatori, Sinisa Mihajlovic ha riportato un aneddoto che gli raccontò Marcello Lippi una decina d’anni fa. In una pillola estratta dal programma “Mister Condò – Gli allenatori si raccontano”, prossimamente in onda su Sky, l’attuale tecnico del Milan ha spiegato al giornalista come un allenatore debba spesso escogitare particolari stratagemmi per convincere i grandi campioni a collaborare:

L’ANEDDOTO – “Quando ha vinto il mondiale” – racconta Mihajlovic – “l’ho portato a Belgrado per fare una conferenza: mi raccontava che dopo Napoli andò alla Juve: lì c’erano Del Piero, Baggio, Vialli, Ravanelli.” Qui inizia la narrazione di Lippi: “Mi accorsi che quando parlavo non entravo in loro, non mi ascoltavano. Siccome conoscevo già Vialli dai tempi dalla Sampdoria, lo chiamai e gli dissi ‘Mi puoi fare un favore? Adesso quando noi entriamo in campo, tu prendi una palla e buttala. Io mi arrabbio con te, ma tu non mi devi rispondere, va bene? – Va bene. Comincia l’allenamento, Vialli buttò la palla e io lo richiamai. Tutti si aspettavano che Gianluca mi massacrasse, invece mi disse ‘scusi mister’. I giocatori vedendo Gianluca ubbidire seguirono l’esempio”.
“Da allora Lippi cominciò ad avere tutto sotto controllo”, la chiosa di Mihajlovic.

Sempre ai microfoni di Sky, Mihajlovic ha parlato anche del proprio carattere e del background storico-culturale che lo porta ad affrontare con serenità i momenti di maggiore pressione. Non è mancato poi, un commento su Mario Balotelli, al quale l’allenatore del Milan non ha niente da rimproverare per quanto riguarda il comportamento tenuto nel corso di questa stagione

IL SERGENTE MIHAJLOVIC – “Sicuramente ho una grande personalità. Sono nato in un Paese dove bisogna essere duri non per scelta, ma per necessità di sopravvivere. A me le pressioni piacciono, non sono mai scappato da quelle. Ho vissuto ben altro, spesso dico che quando uno ha fatto due guerre non può avere paura di una partita di calcio. Sono pressioni che a me piacciono e io riesco a dare il meglio di me quando ci sono pressioni, perché per me il calcio è importante, ma è pur sempre un gioco, non è la vita

SU MARIO BALOTELLI – “Sono stato dritto, schietto, come sono fatto io. Volevo parlare con lui e guardarlo negli occhi, perché conosco Mario da quando Mancio lo fece debuttare all’Inter, quando era un ragazzino. Da allora sono passati tanti anni, è anche cambiato. Ho ritrovato una persona matura, ho visto un uomo, non un ragazzino. Ho voluto guardarlo negli occhi e mi ha dato l’impressione giusta. La cosa fondamentale è che lui è un bravo ragazzo, gli voglio bene. Lui sa che ha fatto tante cose sbagliate, è il primo a dirlo. E’ vero che è tutto molto amplificato quando si tratta di lui, ma è anche vero che molto è farina del suo sacco. Quest’anno si è sempre comportato da dieci. Poi deve fare qualcosa in più in campo, questo lo sa anche lui e ne parliamo spesso. Sono sicuro che ci riuscirà”.

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