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Inter Milan press conference

L’ennesimo capolavoro sportivo firmato Gian Piero Gasperini, uscito ancora una volta indenne dalle rivoluzioni tecniche organizzate dal Presidente Preziosi. Una stagione tribolata la sua, iniziata con risultati negativi e culminata nella lite con i leader della gradinata nord di Marassi. Materiale sufficiente per mollare ma il Gasp non si è arreso e, tra mille difficoltà, è riuscito a portare a casa la salvezza del grifone, conquistata con largo anticipo.

Al corriere dello sport, il tecnico di Grugliasco racconta un po’ della sua storia, partendo dal suo passato da calciatore:

 

Una passione per il calcio nata prestissimo 

“Ho cominciato a giocare al calcio da quando ho potuto correre. Le mie gambe inseguivano un pallone, era quello il senso del Ioro muoversi. II cortile era fatto di terra battuta, i pali della porta erano delle piante. Ci si ritrovava Ii a scuola finita e si smetteva quando la luce si dileguava. Giocavamo in tredici o quattordici, avevo sei o sette anni. Erano partite interminabili e meravigliose. Inventavamo regole e improvvisavamo decisioni tecniche, come quella in base alla quale i più scarsi andavano in porta o all’ala sinistra, come se il primo e l’ultimo numero della squadra fossero meno importanti degli altri. E poi mi sono sempre chiesto come mai in tutti i campi dei ragazzi, da Lampedusa al Trentino, sia sempre esistita, ad esempio, la norma del “corner tre uguale rigore”. Forse perché i corner erano noiosi e i rigori divertenti. Ma era così. In quel turbinio di terra si imparava molto: Io stare insieme, il rispettare le norme, ii vincere o perdere. Tutto, insieme. E’ vero, i compagni di quei pomeriggi si ricordano per tutta la vita. Io sono ancora in rapporto con molti di loro. Da quelle partite frenetiche siamo rimasti amici, fino ad oggi. A quei tempi i bambini erano più indipendenti di oggi. I genitori lavoravano, le baby sitter si vedevano solo al cinema. Dovevi essere responsabile per essere libero. Mio papà faceva l’impiegato in una azienda dell’‘indotto Fiat e mia mamma aveva una pescheria. Ero costretto ad essere serio, per potermi divertire”.

Con la Juventus fin da piccolo e poi l’arrivo in prima squadra: Ricorda quella squadra?

Tardelli, Zoff, Benetti, Cabrini… la rosa era molto ristretta e, per fortuna loro e del calcio italiano, non si facevano quasi mai male. Io mi allenavo con loro e il Trap, devo dirlo, mi seguiva con molto affetto. Ma le gerarchie erano fissate dal merito, mica chiacchiere. Una volta, in una partitella, mi azzardai a fare un tunnel a Furino. Mi diede tante di quelle scarpate che ancora le ricordo. Eravamo un gruppo di ragazzi molto forti. Rossi era un po’ più grande ma con me c’erano Verza, Marocchino e tanti altri. Allora giocavano solo italiani e per arrivare in prima squadra dovevi essere davvero forte. C’era una selezione fortissima ma si aprivano anche opportunità vere. E, in fondo, i risultati della nazionale in quel periodo, si pensi ai mondiali di Argentina e di Spagna, stanno lì a dimostrarlo. Ora è tutto diverso”.

Lei cominciò a giocare sul serio molto giovane.

“Fui preso al NAGC della Juventus a nove anni. II primo giorno mi accompagno mia sorella. Da casa mia, alla periferia di Torino, si doveva prendere un pullman e un autobus per arrivare al vecchio campo Combi. Mia sorella mi accompagnò per due giorni, i primi, per insegnarmi la strada. Dal terzo andai da solo. Sarebbe possibile oggi? Alla Juventus incontrai Pedrale che non era solo un allenatore ma un educatore. Mi ha insegnato molto della scienza del calcio e della poesia della vita. Non ha mai smesso di seguirmi. Gli sarò sempre riconoscente”.

E’ forse questo uno dei mali più profondi del calcio italiano? La difficoltà per i giovani di giocare?

“Oggi ci sono rose molto più ampie e, dunque, dovrebbero esserci più possibilità. Ma è molto difficile consolidare, per i giovani, il loro talento e il loro posto in formazione. Vengono acquistati molti giocatori stranieri, non tutti dei fenomeni. Oggi il sistema va contro i giovani giocatori italiani. E, infatti, non si producono più grandi talenti. Investire nei settori giovanili produce risultati differiti, acquistare un giocatore straniero piace ai tifosi e, forse, costa meno. E’ la logica del mordi e fuggi che investe, e corrode, tutta la società italiana, in ogni campo”.

 Perché la gente non va più allo stadio?

“Sgomberiamo il campo dalla risposta più semplice e banale: dipende dalla televisione. Non è vero. La Premier League è il torneo con la maggior copertura televisiva del mondo ma gli stadi sono sempre pieni. Le dico quello che penso. Il sistema calcio, in Italia, è malato per le troppe tensioni. Non c’è più un clima sereno, gioioso, allo stadio. Ci sono polemiche su tutto, ci si insulta per un nonnulla, c’è violenza, gli stadi sono vecchi e freddi. La gente preferisce vedere la partita a casa, in tv, ma così finisce col vivere il calcio con distacco, partecipando di meno. Più ci sono tensioni e polemiche più la gente si allontana, è così. Noi abbiamo problemi e questo è normale. Ciò che non è normale è che non si abbia voglia di risolverli”.

 Lei è stato molto coraggioso nel denunciare comportamenti censurabili dei tifosi.

“La cosa più coraggiosa l’ha fatta il pubblico di Marassi. A un certo punto ha detto basta. Ha smesso di subire la volontà di pochi e ha fatto prevalere, civilmente, la volontà della stragrande maggioranza dei tifosi che per fortuna, almeno a Genova, non smettono di affollare lo stadio. Hanno detto “basta”, si sono ripresi il diritto a vivere il calcio con allegria e serenità. Spesso bastano pochi violenti, amplificati dai media, per cancellare migliaia di tifosi veri. E’ stata, quella dei tifosi del Genoa, una reazione importante non per me ma per il calcio italiano”.

 E sulla sfortunata esperienza alla guida dell’Inter?

“Un’esperienza che, neanche cominciata, era già finita. Mi presero dopo gli esperimenti di Benitez e Leonardo. Allora ero l’emergente e il gioco che facevano le mie squadre piaceva molto. Ma la squadra era nella fase discendente della sua magnifica parabola. Avevano vinto tutto con Mourinho e molti erano in calo fisico, come si sarebbe visto in seguito. Io ero convinto di poter rigenerare la squadra e conferire nuova carica psicologica e agonistica. Ma temo che ad essere convinto di questa possibilità fossi solo io. Non i giocatori, non la società. Insomma non sono stato accettato, con i miei metodi che comportavano un lavoro intenso e nuovo. E non sono stato supportato. Dopo tre settimane fui esonerato. Mi dispiace. Volevo riaccendere la batteria in un motore fermo. Non ci sono riuscito. Meglio, non ci siamo riusciti”.

Lei ha fatto giocare con continuità Pavoletti, secondo me uno dei pochi attaccanti italiani davvero forti. Ma è arrivato in serie A a ventotto anni…

“Appunto: è il sistema che è malato. Colpisce la nazionale e impoverisce i campionati. Ci vorrebbero meno stranieri, davvero bravi, e più italiani, messi nella possibilità di dimostrare in campo il oro talento. Invece imbarchiamo stranieri scarsi e i ragazzi dei nostri vivai trovano le porte chiuse”.

Qual è il suo collega che stima di più?

“Tra di noi c’e sempre rivalità, come e naturale. Ma le posso dire che, oggi, la nostra scuola di allenatori e la prima al mondo. Siamo più abituati alle tensioni, siamo capaci nella tattica, nella gestione delle relazioni umane. Gli allenatori italiani sono dei maestri nel governare le pressioni che, nel nostro campionato, sono le più forti del continente. Ma mi faccia dire che un ruolo importante possono averlo anche i presidenti delle società. In due direzioni soprattutto: far crescere i vivai come fanno in Spagna e poi cercare i tifosi creando un clima di serenità e di pace nello stadio che riporti le famiglie e l’allegria”.

Qual è il ricordo più bello che ha della sua carriera?

“Potrei dirle i campionati più belli con il mio Genoa o anche i tornei giovanili vinti con la Juventus o certe promozioni. Ma quello che più mi serra il cuore e pensare ai miei genitori e al modo discreto con il quale hanno sempre seguito, orgogliosi, la mia carriera. C’e un ricordo in particolare che mi commuove. Mia madre mi rivelò un giorno che tutte le volte che il mio Genoa vinceva lei e papà stappavano una bottiglia di moscato e si mangiavano due paste. Era una piccola cosa. Ma i gesti semplici spesso rivelano più belli dei proclami”.

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