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Bizzarri

Albano Bizzarri, 38enne portiere del Chievo Verona, ha rilasciato una lunga intervista ai microfoni de “La Gazzetta dello Sport” in cui ha parlato del primo libro che ha letto. “Viven!” di Piers Paul Read che racconta quello che accadde il 13 ottobre 1972 ai passeggeri del volo Mendoza-­Santiago del Cile ­ schiantatosi a causa del maltempo sulla Cordigliera delle Ande. Ecco le sue dichiarazioni:

Perché ha scelto questo libro?

“Perché è stato il primo che ho scelto di leggere non per obbligo scolastico. Avevo 18 anni e stavo facendo dei provini per il Racing. Dove ero alloggiato non avevo neppure la tv e così mi persi in questa storia che mi ha insegnato che, quando si arriva al limite, si può perdere la testa oppure provare a prendere la situazione in mano. In fondo, nessuno di noi conosce davvero i propri limiti”.

Si è chiesto, come tutti, se in quella situazione avrebbe mangiato carne umana?

“Certo, e mi sono risposto di sì. La priorità è la sopravvivenza, la fame può far fare qualsiasi cosa. Ricordo che i miei genitori mi dicevano: “Non esiste cibo cattivo, esiste gente senza fame”, e così ho imparato a mangiare di tutto. Ovvio che il cannibalismo resta una pratica estrema”.

Come la maggior parte dei sopravvissuti, anche lei non avrebbe voluto sapere chi fossero i compagni mangiati? «

“No di sicuro, anche se non li avrei “pensati” come cibo, ma come quelli che mi avevano aiutato a sopravvivere. Se poteva servire, prima di morire avrei autorizzato anche io a cibarsi di me. Non capisco per esempio come tanta gente non scelga di donare gli organi: perché lasciarsi andare a una decomposizione inutile?”

 Quali sono i limiti etici che non dovrebbero essere mai superati?

“Molti, ma mi indignano particolarmente l’abuso sessuale sui bambini e la violenza in generale contro gli indifesi, come in quei casi che sono stati filmati nelle case di cura”.

In quei giorni si parlò anche di religione, facendo paralleli con l’eucaristia, tanto che persino il Papa scrisse ai sopravvissuti.

“Non mi sorprende. Credo che molti di noi hanno grandi domande a cui nessuno sa rispondere. Per esempio, a me piacerebbe incontrare Papa Francesco ma non per fare la solita foto, bensì per parlargli della mia fede e anche dei miei tanti dubbi sulla giustizia che c’è nell’esistenza”

Nella vita il cannibalismo però non è solo alimentare, è anche nel modo di porsi con gli altri: lo trova anche nel calcio?

“Certo, come in tutti gli aspetti dell’esistenza in cui ci sono degli interessi in ballo. E guardi che tra calciatori ce n’è meno che in altre componenti. E’ il sistema calcio che si comporta così, ti “divora””.

Alcuni dei sopravvissuti hanno parlato poi di una seconda Cordigliera da attraversare: la fama. C’è chi, insieme al mondo del cinema, ha scoperto addirittura alcolismo o tossicodipendenza. La celebrità fa correre questi rischi anche a voi calciatori?

“Dipende dalle persone di cui ti circondi. Vero che se sei famoso non paghi nei locali, hai le donne, tutti ti cercano, ma non c’è solo questo. Per un calciatore che va in Ferrari ce ne sono cento che vanno in autobus. Poi so bene che esistono colleghi che si fanno pagare anche le bollette o non sanno neppure vedere il loro conto in banca, ma cosa faranno quando smetteranno di giocare? A vent’anni poi i soldi fanno perdere la testa a tutti. Il problema è che il mondo è cambiato nel giro di una generazione. Io dopo aver giocato 30 partite in Primera mi sono potuto comprare una Golf usata, adesso vedo giovani che non hanno neppure esordito in A, eppure hanno già la Porsche”.

La sua non è stata una storia calcistica da privilegiato.
“Pensi che vengo da un paesino argentino che si chiama Etruria, proprio perché fondato da emigranti italiani venuti dalla Toscana. Anche il capo era italiano, come i miei bisnonni: uno piemontese, uno di Ascoli. Papà era camionista e io di sacrifici ne ho fatti. Quando andai al Racing abitavo nello stadio, sotto alla tribuna, dove c’erano delle camerate. Potevo chiamare i miei genitori solo una volta alla settimana e per tornare a casa impiegavo 8 ore di autobus oppure andavo in autostop. Agli allenamenti a volte mi portava Sergio Zanetti, il fratello di Javier, una persona squisita. Pensi che fino a 17 anni non ho neppure visto un preparatore dei portieri, mi allenavo tre volte alla settimana la sera. Se avessi avuto la cura che c’è adesso, sarei diventato un portiere molto migliore. Però quando mi trasferii al Real Madrid ho imparato molto da Illgner. Aveva più di trent’anni ed era già campione del Mondo, però si allenava come un ragazzino. Questo mi ha fatto capire tante cose. Per esempio, adesso sento dire spesso che non ci sono giovani italiani in campo ma ­ al netto del talento ­ avete visto quante volte gente come Pirlo, Maldini, Gattuso e altri dicono che questa generazione è diversa? Bertolacci in una intervista ha detto: “Gli stranieri hanno più fame di noi”. Credo che sia vero”.

Nel libro si vede come la sopravvivenza è anche questione di personalità. Se lei avesse su un aereo immaginario tutti i compagni con cui ha giocato da professionista, chi pensa potrebbe salvarsi in un simile disastro?

“Direi Ayala, Redondo, Raul, Hierro, Scaloni, ma anche un mio compagno del Valladolid, Javi Jimenez. Dopo 10 operazioni al ginocchio alla fine dell’allenamento non ce la faceva neppure a camminare, restava solo a sedere sul divano; poi si alzava e tornava ad allenarsi nel pomeriggio. Mi ha insegnato tanto”.

Più facile sopravvivere a uno schianto come quello del 1972 o che il Chievo vinca lo scudetto?
“Lo scudetto al Chievo. Se ce la fa il Leicester, sarebbe possibile anche per noi”.

Più facile lo scudetto al Chievo o che lei torni in Nazionale?

“Di nuovo lo scudetto al Chievo. Ormai il treno è passato, eppure le assicuro che non sono mai stato tanto forte in carriera come adesso. Col senno di poi, fu uno sbaglio lasciare il Catania. Comunque c’è da dire come ormai sono almeno vent’anni che all’Argentina manca un grande portiere. Se pensa che Romero, il titolare, nelle ultime sei stagioni ne ha giocate da numero uno nel proprio club solo due…”.

A chi regalerebbe «Viven!»?
“Non saprei. Piuttosto consiglierei a tutti di andare a far visita al Gaslini, l’ospedale pediatrico di Genova. Le facce che vedi lì, le storie che ascolti ti cambiano dentro e fanno diventare più piccoli tutti i problemi”

Le piacerebbe incontrare qualcuno dei superstiti di quel disastro o andare a visitare il luogo dello schianto? Ora è diventato anche un posto turistico.

“Figuriamoci, appena c’è la possibilità tutto diventa turismo… Sì, sarei curioso di conoscerli, però le dico che, in generale, preferirei ascoltare le storie di tanti che non sono diventati famosi. Pensi quelli che arrivano dalla Siria, che sono stati nei barconi in mezzo al mare rischiando la vita. Sa quante cosa quante cose potrebbero insegnarci?”