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BuffonA tu per tu con Walter Veltroni. L’appuntamento settimanale organizzato dall’ex Sindaco di Roma per il corriere dello sport, vede protagonista Gianluigi Buffon:

Lei è sempre stato portiere? E’ una vocazione antica?

“No, ho iniziato da centrocampista ed ero bravino. A Carrara giocavamo in un viale pieno di platani, che, ovviamente, fungevano da pali di porte immaginarie. Giocavamo in mezzo alla strada ma le macchine erano poche e, quelle poche, le dribblavamo. A me piaceva stare avanti, mi piaceva segnare, come a tutti i bambini del mondo. Non ero male, giocai, in questo ruolo, anche in una selezione di Massa in cui erano Cristiano Zanetti, Marco Rossi, calciatori che sono finiti in serie A. Ero forte, a centrocampo, ma se avessi continuato temo che non avrei avuto la carriera che ho fatto da portiere”.

E quando cominciò ad abitare il monolocale con rete che non ha poi lasciato fino ai giorni nostri?

“Fu un caso, una delle tante sliding doors della vita di ciascuno di noi. Si fece male il portiere titolare e io provai. Mostrai delle doti, inaspettate persino a me. Ma la mia folgorazione per questo ruolo la ebbi durante i mondiali in Italia del 1990. Avevo dodici anni e mi innamorai non di Maradona o di Lineker e neppure di Roger Milla ma di Thomas N‘Kono, il portiere del Camerun, che allora aveva già trentaquattro anni ma entrò nei miei sogni e condizionò la mia vita. E’ involontario merito suo se sono arrivato dove sono arrivato. Era un portiere che usciva dagli schemi, faceva delle respinte di pugno fantastiche, cose che noi non eravamo abituati a vedere. Insomma fu amore a prima vista per N’Kono ma, soprattutto, per il suo ruolo. Mio padre, che è sempre stato uno sportivo vero, mi incoraggiò, mi disse “Prova Gigi, fai un altro anno in porta e poi torni in attacco”. Io accettai, pensando a un anno di disintossicazione dalle lusinghe del centrocampo. Sono entrato tra quei tre pali e non ne sono uscito più. E sono grato a mio padre, a N’Kono e al titolare infortunato”.

Quando passò al Parma?

“Mi vide un osservatore del Parma, uno che seguiva la Toscana per i gialloblu. Io avevo fatto due provini, con il Bologna e con il Milan. Erano andati bene tutti e due e si stavano formalizzando i dettagli. Il Parma si infilò in questo tempo di transizione. Mi convocò a sorpresa in un giorno di aprile, mi fece un provino con altri ragazzi, meglio dire bambini. A guardarci c’era l’allenatore dei portieri delle giovanili del Parma. Si chiama Ermes Fulgoni e di calcio, evidentemente, ne capisce. Lui, appena finito l’allenamento, andò dal direttore sportivo e gli disse “Questo ragazzo non potete non comprarlo, faremmo un errore macroscopico”. Avevo tredici anni e così da Carrara andai a Parma dove mi misero in un convitto legato alla società. All’inizio devo dire che sentivo da un lato il fascino di uno sconosciuto senso di libertà da regole e dettami familiari e dall’altro l’ebbrezza del sogno che si stava realizzando, il sogno di quando ero ancora più bambino e passavo il mio tempo immerso in tutto quello che riguardava il calcio: figurine, almanacchi, giornali. Ma confesso che a lungo andare ho sentito acuta la mancanza degli affetti, quello dellafamiglia lontana e degli amici”.

Buffon se io le dico queste due parole, setto nasale, lei le associa a qualcosa di vicino alla sua vita?

“Setto nasale? Sinceramente no”.

Il suo cognome la mia generazione lo ha associato, prima che a lei, a un suo parente, Lorenzo, grande portiere di Milan, Inter, Fiorentina e nazionale. Era davvero un fenomeno. Io, bambino, ricordo che all’Olimpico durante una partita Italia-Inghilterra, sfida allora mitica, lui si fratturò in uno scontro con Haynes, centrocampista britannico, il setto nasale. Io non capivo molto ma ricordo proprio Trapattoni che accorse per primo e si portò la mano nei capelli. Entrò Vavassori, allora portiere della Juventus, ma, dopo che eravamo andati in vantaggio, subì due gol non impossibili da parare e perdemmo. Da allora, da quella partita, la carriera di un ottimo portiere come il Vava subì un colpo durissimo. Insomma questa metafora su un Buffon che non è lei serve a dire che il portiere è l’unico che non può sbagliare mai.

“Non conoscevo questo episodio e mi guarderò bene d’ora in poi dal subentrare a qualcuno che si rompa il setto nasale. Ma ha ragione: quello del portiere è il mestiere più difficile del calcio. Ci vuole del masochismo per decidere di giocare in un ruolo in cui ogni errore è un gol subito. Che è molto diverso da un gol non fatto. Il primo è una realtà negativa effettuale, il secondo una possibilità virtuale. Ma io le devo dire sinceramente che, per me, è proprio questa la sfida più interessante e intrigante. Gliela voglio dire così: io ho l’orgoglio di essere portiere”.

Quali sono le doti essenziali di un portiere?

“In primo luogo la sicurezza che sai trasmettere agli altri, alla tua squadra. La devi trasmettere anche a prescindere da quella che hai davvero dentro di te. Anche se tu non sei sicuro devi far intendere agli altri che hai il controllo della situazione e che loro possono confidare su di te. Un portiere insicuro fa una squadra insicura. E poi serve solidità mentale. E’ la condizione per durare molto e sbagliare poco. Se ci pensa, tutti i grandi portieri hanno avuto carriere lunghe”.

Quanto è difficile per un portiere recuperare psicologicamente dopo un errore?

“Guardi, è forse lì che si vede la vera qualità di un numero uno. La partita seguente, o persino nell’azione successiva all’errore, tu sei pervaso da remore e da indecisioni. Più sbagli più puoi sbagliare, perché può essere attaccata quella sicurezza della quale parlavo prima. Ma per me vale il contrario. Per me comincia proprio in quel momento una parte della sfida racchiusa nel mestiere più difficile del calcio. Essere nell’occhio del ciclone per me è uno stimolo. Devo dimostrare che, sbagliando, sono scivolato e non caduto. Che sono subito in piedi, per ricominciare”.

Le sono mai tremate le gambe?

“Da ragazzo sì, molto. L’errore accadeva, ovviamente, e io lo somatizzavo e lo pativo. Non mi capitava spesso, per fortuna, ma questo rendeva tutto più difficile, come un improvviso corto circuito in un sistema che funziona bene. Se lei ci pensa è più facile ricordare l’errore del grande portiere che quello di altri. Oggi, non mi prenda per un guascone, l’errore per me è uno stimolo eccezionale. Ora sapere di essere sotto giudizio da parte degli altri mi piace da morire. E so anche che se dieci anni fa in una stagione potevo fare cinque errori ora il mio margine si è ridotto di molto. Si è pronti a dire che il ciclo è finito, che quell’errore è la prova di un invecchiamento. Può sembrare un paradosso ma per un portiere più si va avanti con gli anni e più si diventa bravi, perché si sa che non è tollerato sbagliare”.

Qual è stato l’errore più grave della sua carriera e quale la parata più bella? Io le devo dire che quella di qualche domenica fa con il Milan la farei incorniciare ed esporre nella Galleria di Arte Moderna….

“L’errore più grave fu in una partita dell’Under 21 contro l’Inghilterra. Fu clamoroso, me lo cercai e me lo meritai. Perché la vita è giusta anche quando ti fa pagare gli errori. La più bella? Forse quella su un colpo di testa di Inzaghi nella finale di Champions con il Milan o una che feci in nazionale con il Paraguay. Avevo diciannove anni”.

Lei trasmette una sensazione di forza, energia, sicurezza. Eppure anche lei ha conosciuto un momento duro, anni fa. La brutta bestia della depressione.

«Sì, ne parlai sinceramente tre o quattro anni dopo la fine di quel brutto momento. Ero in una fase di transizione esistenziale, stavo passando dall’adolescenza alla maturità, dovevo rinunciare ai piccoli piaceri del guasconismo e dovevo sceglier la via della piena responsabilità personale e verso gli altri. E lo facevo sotto i riflettori sempre accesi su di me. Ne sono uscito con le mie forze. Nessun medicinale, solo un gran lavoro interiore, una introspezione sincera, una auto riflessione su me stesso. Se sono qui e se trasmetto quei valori dei quali lei parla vuol dire che anche quel momento è servito a capire e vivere meglio la vita”.

Lei lo ha fatto in un momento particolare di questa stagione, dopo la partita della Juve con il Sassuolo, quando ha scosso la squadra credo fornendo un aiuto al lavoro del suo allenatore e dei suoi compagni…

“Il discorso che ci siamo fatti è stato semplice. Tutti abbiamo pensato la stessa cosa: se non avessimo vinto lo scudetto o peggio se avessimo continuato nel modo disastroso con cui avevamo iniziato il campionato ci avrebbero detto di tutto. Ci avrebbero detto che la ragione era nella assenza dei giocatori che erano andati via, che non avevamo più stimoli perché eravamo appagati, che i giocatori più datati erano ormai vecchi. Di tutto. Abbiamo fatto i conti e ci siamo detti che, in fondo, vincere 25 o 26 partite non era impossibile, lo avevamo fatto l’anno scorso. Ci siamo scrollati di dosso la paura e abbiamo cominciato questa bellissima cavalcata”.

Si sente in lei un grande amore per la maglia bianconera. Quando la squadra fu retrocessa in B lei avrebbe potuto andare in qualsiasi squadra del mondo, Real Madrid, Barcellona … ma decise di restare a Torino. Perché?

“Sì, allora fui contattato da squadre importanti. Ma decisi di restare alla Juve in primo luogo per riconoscenza. Un valore che sarebbe bene riportare a galla. E poi volevo dimostrare concretamente che i valori del calcio in cui credo potevano essere non solo declamati retoricamente ma praticati. Il calcio non è solo business, è anche sentimenti. Senza i secondi anche il primo muore, dovremmo saperlo. Io, per parte mia, ho cercato di dimostrarlo”.

A questo proposito non la impressiona vedere giocare delle squadre in cui non c’è neanche un giocatore italiano?

“Ma sa, il bello della vita è che ci si abitua a tutto. Da una parte lo si deve accettare perché è la dimensione calcistica della globalizzazione ma, certo, dall’altro lato per il movimento calcistico italiano non è un granché”.

Lei ha avuto un ruolo, che le è stato riconosciuto, nella promozione della candidatura di Infantino a presidente Fifa. Cosa si aspetta ora?

“Mi aspetto in primo luogo che si recuperi la credibilità delle persone che operano nel calcio a tutti i livelli. Ci sono stati troppi scandali e io credo che Infantino sia la persona giusta per riportare fiducia, trasparenza e efficienza nel calcio mondiale. Vedremo i fatti ma i programmi sono questi. E io ho fiducia”.

Come vede l’Italia il capitano della nazionale di calcio?

“Il nostro paese arranca ma ha il desiderio, le motivazioni e la forza necessarie per capovolgere ogni infausto pronostico sul suo destino. Sarebbe bello se il nostro paese unisse le sue forze per costruire un suo Nuovo Rinascimento”.

Cosa le mancherà di più del calcio il giorno in cui smetterà? L’odore dell’erba, il clima dello spogliatoio, l’adrenalina dell’attesa del fischio d’inizio?

“La vita dello spogliatoio. Quei rapporti con le persone apparentemente frivoli che tu innaffi e diventano legami umani profondi e duraturi. Per quanto riguarda me so quello che Oriana Fallaci ha scritto in “Un uomo”, parlando di quando arrivò ai funerali dell’uomo che aveva amato: Alekos Panagulis, un militante antifascista greco. Vedeva questa massa enorme di persone che inneggiava a Panagulis. E più cresceva questa massa e più esprimeva il suo dolore e più lei si chiedeva dove fossero quando Panagulis combatteva la sua battaglia e dove sarebbero finite una volta seppellito il suo corpo. Io, fatte le debite proporzioni, so che il destino delle persone è questo. So che gli stessi pronti a idolatrarti nel momento della tua forza sono poi i primi ad abbandonarti quando sei più debole o quando le luci della ribalta si spengono su di te. Lo so. Ed è importante capirlo per tempo”.

Cosa significa vincere i mondiali per un calciatore? Ma, vorrei chiederle anche cosa significa per un italiano.

“Una gioia troppo grande da gestire per un essere umano, davvero. Quando la partita finì io avevo l’orgoglio di sapere che grazie al nostro lavoro, alla nostra fatica, agli sforzi che avevamo tutti fatto per anni in Italia tutti erano nelle strade. In quel momento, mentre sollevavamo la coppa in cielo, milioni di italiani erano felici, erano allegri, con il sorriso sul volto. E, per una volta, uniti”.

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