SHARE

jovetic

Letta insieme così, tutta d’un fiato, la distinta presentata per il match Inter-Udinese non appare diversa dalle altre. Un esame più approfondito delle formazioni schierate da Mancini e De Canio, permette di cogliere un’anomalia, o un caso eccezionale: ventidue stranieri in campo, con buona pace degli italiani, lasciati in panchina o indisponibili. Il caso nasce e trova conforto dalla statistica: una cosa del genere, almeno in Italia, non si era mai vista prima. Si è scatenato in un amen il dibattito, ovviamente incentrato sulla questione di cui sopra, con le opposte fazioni a confrontarsi sul delicato tema: da una parte i sostenitori del “libero mercato” dall’altra i “conservatori”.

Giustificabili e condivisibili le idee espresse dai due gruppi che però trovano una convergenza su un punto, che in fondo mette d’accordo tutti: è davvero necessario avvalersi della collaborazione di calciatori provenienti da ogni dove ma forse modesti sul piano tecnico e tattico? Che senso ha andare a pescare, a migliaia di chilometri di distanza, giocatori “normali” che non garantiscono il salto di qualità? Sarà il fascino del cognome esotico, sarà che le nuove leve italiane, avvezze al vizio e poco propense al sacrificio, non convincono più e per questo faticano ad imporsi nel confronto con i coetanei stranieri. C’è del vero, in un senso e nell’altro. Leggendo le formazioni di Inter-Udinese, si scorgono nomi poco altisonanti, ci si imbatte in degni professionisti, nulla di più. E in fondo la classifica non mente: il biscione ha investito moneta sonante, andando forse oltre le sue possibilità e si ritrova adesso ad accontentarsi (salvo clamorose sorprese) di un deludente quarto posto.

La compagine di Pozzo, da sempre attenta al mercato estero, non ha indovinato il colpo ad effetto e si è ritrovata a dover battagliare per la permanenza in serie A, obiettivo ormai raggiunto grazie al contributo di un tecnico italiano. Panchine col tricolore, dunque, mentre in campo l’egemonia straniera è stata spezzata a quattordici minuti dalla fine, grazie all’ingresso di Giovanni Pasquale, passato ormai da tempo dallo status di grande promessa a quello di onesto mestierante del pallone. Poco dopo ha fatto il suo ingresso Eder, appartenente alla schiera dei “nuovi italiani”. Ma resta il record, come resta il problema per la nazionale italiana, oramai a corto di talenti. Continuano a trainare il carro i reduci del 2006 (Pirlo, De Rossi e Buffon su tutti) mentre faticano ad imporsi gli altri. E faticano ad emergere i giovani, sempre più ai margini delle prime squadre.

Il salto dal vivaio alla prima squadra, col passare degli anni, è diventato sempre più complicato, tanto da spingere la federazione a muoversi per tempo attraverso una riforma volta a favorire l’inserimento dei giovani italiani in prima squadra: rose composte da venticinque giocatori (4 dovranno provenire dai vivai italiani e 4 dal vivaio della squadra stessa) e limitazioni per gli extracomunitari. Le società potranno tesserare un massimo di due extracomunitari, a condizione che uno vada a sostituire un altro extracomunitario, mentre l’altro abbia un comprovato curriculum sportivo (2 presenze in lista gara ufficiale nella stagione in corso o 5 presenze in lista gara in carriera). Una riforma di facciata che non consentirà ai giovani, nei prossimi campionati, di trovare più spazio. Se si escludono gli otto ragazzi provenienti dai vivai italiani, restano diciassette caselle libere e potenzialmente occupabili da giocatori provenienti da campionati esteri. Una minoranza che servirà solo a completare la rosa dei venticinque. E nessuno potrà stupirsi di fronte al prossimo Inter-Udinese.

SHARE