Roma, Keita di nuovo al centro del villaggio

Roma, Keita di nuovo al centro del villaggio

Seydou-Keita

Roma e la Roma, la città eterna e la squadra capace di unire e far innamorare un popolo intero, caldissimo, umorale, fin troppo passionale a volte. Vincere a Roma e con la Roma, è per un allenatore di calcio una delle imprese più difficili da realizzare; occorrono idee chiare e nervi saldi, una saggia gestione del gruppo e un po’ di buona sorte. Per normalizzare i giallorossi, a gennaio James Pallotta aveva scelto Luciano Spalletti, cavallo di ritorno e grande conoscitore dell’ambiente che, anche grazie ad alcuni rinforzi di qualità (Perotti e El Shaarawy), è riuscito pian piano a risalire la classifica e mettere nel mirino il secondo posto del Napoli, battuto nello scontro diretto e ora distante soltanto 2 punti. L’imposizione di ferree regole all’interno dello spogliatoio e l’accantonamento dei senatori, sono state le due mosse principali con cui il tecnico toscano ha rimesso in moto una squadra senza benzina, malgrado il malcontento di buona parte della tifoseria capitolina riguardo la gestione di Francesco Totti. Ma per spiegare la rimonta della Roma, occorre curiosamente ripartire dalla famosa citazione di Garcia (“Abbiamo rimesso la Chiesa al centro del villaggio”, utilizzata nel settembre 2013 subito la vittoria nel suo primo derby capitolino) e applicarla a uno dei giocatori più esperti, più volte considerato tra i suoi fedelissimi.

Distratti dal caso del Capitano, bandiera e simbolo della romanità e di una squadra che evidentemente ha il dovere di guardare avanti per diventare realmente grande, non ci si è accorti fino in fondo di quanto, la sistematica esclusione di Daniele De Rossi dall’undici titolare, sia coincisa con il rilancio di un altro grande vecchio, quel Seydou Keita finito troppo presto in soffitta e rispolverato ad hoc nel momento del bisogno. Ma a far discutere, com’era facile prevedere, è solo Totti che reclama più spazio a dispetto della carta d’identità, viste le prestazioni mediocri di Edin Dzeko, e la sua certificata incisività a gara in corso; vedere De Rossi in panchina fa meno rumore, eppure è ormai una costante nelle scelte di Spalletti e nei risultati della squadra. Sì, perché a spulciare i tabellini, si scoprono dati interessanti che sanno quasi di sentenza: da quando Keita è tornato a disposizione ed è stato schierato per tutti i 90’, la Roma ha sempre vinto (con Frosinone, Sassuolo, Sampdoria, Palermo, Empoli, Fiorentina, Udinese, Lazio e Napoli). Amuleto, come in occasione della gara interna con il Torino nella quale aveva lasciato spazio proprio a Totti all’86’, contribuendo in minima parte alla storica doppietta che ha commosso l’Olimpico, ma soprattutto uomo squadra, saggio equilibratore in campo e fuori, così come ai bei tempi del Barcellona di Guardiola. Keita non si nota mai troppo, ma si sente tremendamente; per informazioni, chiedere a compagni e avversari. Non certo un fulmine di guerra, passo cadenzato e andatura caracollante, ma davanti alla difesa il maliano è sempre impeccabile nel dare ritmo alla manovra, alzare il pressing nei confronti dei portatori di palla, sporcarle traiettorie di passaggio e spendere al meglio i cartellini (4 in totale, tutti con la nuova gestione).

Numeri chiarissimi che dimostrano ancora di più l’importanza di un giocatore come Keita nello scacchiere tattico giallorosso, spiegando da dove è cominciata la rivoluzione voluta da Spalletti, diverso nell’approccio e nella gestione del gruppo rispetto sua prima esperienza romana. Fatte le scelte, si è insistito sul solco tracciato, senza guardare troppo a chi era rimasto fuori. Un equilibrio destinato tuttavia a durare ancora per poco, complice un contratto in scadenza che difficilmente sarà rinnovato; ecco perché a Roma, il casting per il sostituto di Keita davanti alla difesa, è già cominciato. Da Paredes a Fellaini, passando per il rilancio del capitan futuro, l’impressione è che non sarà esattamente la stessa cosa.