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Cosa vuol dire essere un dissidente ai tempi dell’impero sovietico? Lo spiega la storia di Eduard Streltsov, probabilmente il “più grande talento fuori dai pali” concepito dalla Russia calcistica, un talento cristallino che il mondo non ricorda. Per un solo e triste motivo: la parola di Joseph Stalin, per Eduard, non corrispondeva alla legge.

Streltsov nasce a Mosca nel 1937 e lega la sua carriera alla Torpedo Mosca, uno dei tanti club della capitale, che visse un periodo di splendore a cavallo degli anni 50. A soli sedici anni l’esordio folgorante in prima squadra, accompagnato dalla convocazione nelle rappresentazioni nazionali sovietiche. Streltsov sconvolge da subito gli addetti ai lavori grazie ad un estro accecante: abbina allo strapotere fisico una tecnica straripante. Dal 1956 al 1958 Streltsov milita in prima squadra giocando 89 partite e segnando 48 reti. Una media incredibile che lo porta in poco tempo ad essere il fiore all’occhiello della nazionale maggiore. I vertici del calcio russo si sfregano le mani, per il Mondiale del 1958 l’Urss ha la possibilità di schierare un campione che gli esperti giudicano al livello di Pelè.

La dittatura e l’opposizione di Streltsov

Streltsov ha un solo problema. La dittatura non gli piace. In patria, anni dopo, lo paragoneranno a George Best e, come il fuoriclasse nordirlandese, ha quel pizzico di anarchia che pervade le sue vene. In campo spesso passeggia, sparisce, poi improvvisamente prende palla, salta avversari come birilli e arriva dritto dritto in porta.
Dopo aver vinto i giochi olimpici del 1956 con la nazionale CCCP, la sua classe gli permette di prendersi sulle spalle i compagni verso la strada che porta ai Mondiali di Svezia.

Competizione che però non giocherà mai. Nella fredda primavera moscovita del 1958 Streltsov rifiuta due trasferimenti prima al Cska Mosca e poi alla Dinamo, i due club rispettivamente sotto il controllo dell’Armata Rossa e del Kgb. Uno sgarbo al potere, un gesto che nessun altro giocatore russo si sarebbe permesso in un clima di sottomissione e obbedienza incondizionata al sistema comunista. La punizione non si fa attendere. Il 25 maggio del 1958 Streltsov lascia momentaneamente il ritiro pre-mondiale, per recarsi a una festa organizzata da un militare russo di ritorno da una campagna in Estremo Oriente. Il calciatore è un ribelle e porta i capelli all’occidentale. Ama la bella vita, le donne e non di rado si reca a feste nella notte moscovita. Quella sera però si trasforma in un incubo.

La falsa accusa e il sogno Mondiale

Viene accusato di stupro ai danni di Marina Lebedeva, figlia sedicenne di Yekaterina Furtseva, figura di spicco della politica russa e tra le prime donne ammesse nel Politburo dal PCUS. Le prove sono tutt’altro che schiaccianti, altresì confuse e poco credibili. Alcune fonti non ufficiali, qualche decennio più tardi, parleranno solamente di un alterco con la potente Furtseva, dopo che Streltsov rifiutò le lusinghe della giovane figlia.
I trasferimenti rigettati poco prima pesano più del dovuto a Eduard. Grazie a questa falsa accusa, architettata per punire la sua volontà di proseguire con la Torpedo Mosca, lo condannano inizialmente a 12 anni di lavori forzati in un Gulag. I testimoni raccontano anche di un inganno perpetrato ai danni del calciatore: i funzionari del Kgb convincono Streltsov a firmare in fretta e furia la confessione del reato, in modo da archiviare velocemente la pratica e permettere al giocatore di correre verso il suo grande sogno, il Mondiale svedese. Ma nella triste realtà quella firma accelera solamente il suo trasferimento nel Gulag. Il Partito è convinto che Streltsov sia per i giovani sovietici “un pericoloso esempio dei mali del capitalismo”.

I numeri di Streltsov

Streltsov passa 5 anni ai lavori forzati e dopo 7 anni dal suo arresto si ripresenta in campo sempre con la maglia della Torpedo Mosca. Sposta la sua posizione qualche metro più indietro ma non perde la sua innata propensione al gol. Dal 1965 al 1970 segna la bellezza di 51 reti in 133 presenze, trascinando la Torpedo al secondo titolo della sua storia.

Il calciatore si è spento nel 1990 a causa di un cancro alla gola causato con molta probabilità dal cibo contaminato consumato negli anni di lavori forzati.
Le assurdità della dittatura sovietica hanno tolto al mondo del calcio l’unico giocatore russo che avrebbe potuto concorrere con la grandezza di Lev Jashin.

Streltsov era un calciatore di classe estrema e carisma. Giocò sette anni segnando 99 reti con la Torpedo e 25 in 38 partite con la Nazionale. Il tutto senza scendere in campo dai 21 ai 28 anni, ossia nell’apice della carriera di ogni calciatore. I tifosi russi riempivano gli stadi per celebrarlo, le masse lo esaltavano. E forse questo fu il suo vero problema. Solo il PCUS era degno di tanta attenzione. “Com’è misera la vita negli abusi di potere”.

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