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boniek

Zbigniew Kazimierz Boniek detto Zibì, ex calciatore polacco classe 1956 con un indelebile passato in Italia trascorso tra il 1982 e il 1988 indossando le maglie di Roma prima e Juventus poi, si è raccontato ai microfoni del ‘Corriere dello Sport’ al quale ha rilasciato una ricca intervista partendo proprio dai suoi inizi in Polonia dove anche lui come tutti i bambini del mondo ha iniziato giocando per le strade della sua città: “Anche io, come i giocatori italiani, ho iniziato a giocare in strada. E’ lì che si formano, in tutto il mondo, i buoni giocatori e forse anche le buone persone. Noi in Polonia in strada dimostravamo subito quello che sapevamo fare meglio. Chi correva, chi picchiava, chi calciava con destrezza. E ognuno veniva subito indirizzato dove il talento lo portava. In strada vige, da sempre, la legge del più forte. Ma con una eccezione: il proprietario del pallone. Io ero piccolo, gracile ma avevo una smagliante sfera di cuoio. L’avevo perché mio padre giocava in serie A e anche questo accendeva su di me una luce particolare. In Polonia il novanta per cento della popolazione non vedeva l’ora che il regime finisse. Poi sono iniziate le differenze sociali e non è stato facile”.

GLI INIZI – Boniek prosegue poi con il racconto dei suoi primi calci senza però dimenticare l’istruzione, proprio come voleva la madre: “Avevo undici anni, ero bravo. Giocavo a centrocampo ma avevo già spiccate doti offensive. Ogni tanto mi schieravano anche come difensore centrale. Andai in una società del mio paese e lì trovai un allenatore che mi faceva piangere. Mi ripeteva sempre che ero piccolo, che dovevo aspettare, che dovevo crescere. Aspettai e a diciassette anni, quando giocavo in serie B, mi vide un osservatore del Widzew Lodz. Mi presero e andai a trecento chilometri di distanza. A mia madre, che non voleva, promisi che mi sarei diplomato e laureato. Lo feci. All’Accademia dello sport discussi, proprio prima dei mondiali del 1982, una tesi, ma sul basket, non sul calcio. Sarebbe stato troppo facile. Mondiali in Argentina? Mi ricordo che ero incavolato fin dal primo giorno. Sempre per lo stesso motivo, volevo giocare. Non piangevo più, ma mi dava fastidio. Ero stato eletto giocatore dell’anno in Polonia e restavo in panchina. La verità è che quella squadra era formata dai giocatori mitici del 1974 e da noi giovani che spingevamo. L’allenatore non mi vedeva di buon occhio. Prima della partita con il Messico, mi disse “Guarda, io ricevo molte pressioni per farti giocare. Dicono che sbaglio a tenerti fuori ma io penso di avere ragione. Vai in campo e vediamo chi è nel giusto”. Così fu. Scesi in campo e segnai due gol.”

CONTRO L’ITALIA – Il polacco si sposta poi sul Mondiale spagnolo in cui proprio l’Italia che di li a breve entrerà nel suo destino eliminò la sua Polonia: “Ho ricordi bellissimi. Anche se per me furono giorni duri, avevo appena firmato il contratto con la Juve e in Polonia pensavano che avrei tirato indietro la gamba. Ma noi facemmo un mondiale bellissimo. Vincemmo con il Perù, nel girone, per cinque a uno e io segnai un gol. Poi ne feci tre, tutti io, con il Belgio. Nell’ultima partita prima della semifinale in uno scontro davvero fortuito con un giocatore russo, fummo ingiustamente ammoniti ambedue. E io fui costretto a saltare la partita con l’Italia. Tutti dicono che non sarebbe cambiato nulla, tanto forti erano gli azzurri. Ma proviamo a mettere Rossi in tribuna e Boniek in campo e vediamo come finisce”.

JUVENTUS – Sul suo approdo alla Juventus Boniek dice: “Arrivai nello spogliatoio e trovai dei campioni, ma sorridenti e accoglienti. Capii che dovevo vestirmi meglio, visto il loro look. Al primo allenamento chiesi a Zoff se dovevo dargli del tu o del lei. Lui mi guardò e sorrise. Era una squadra fantastica. Nove italiani e due stranieri. E, se posso dirlo, due stranieri di qualità. A me sembra questa la miscela giusta. Io andavo d’accordo con tutti. Nello spogliatoio c’era chi non si parlava da un anno ma io ero amico di tutti. Trapattoni era un allenatore eccezionale, il migliore che ho avuto in tutta la mia carriera, insieme a Piechniczek. Coppa Campioni persa? Mi viene da dire solo porca miseria. Ricordo che nello spogliatoio, dopo venti minuti di silenzio assoluto, ci promettemmo che dovevamo di lì in avanti vincere tutto, e in particolare la Coppa dei campioni. E così fu. Io arrivai ad Atene dalla nazionale polacca tre giorni prima della partita, trovai i ragazzi concentrati. Ma poi in campo eravamo sotto tono. Noi eravamo più forti ma loro erano forse meno stressati. Mi dispiace molto, specie per i sessantamila tifosi in lacrime allo stadio. Non li dimentico”.

MARADONA VS MESSI – L’ex juventino ha poi un pensiero chiaro anche sul paragone tra Maradona e Messi: “Maradona e Messi: uno è stato marcato sempre a uomo, l’altro sempre a zona. Se sei marcato a uomo tocchi meno palloni e ti menano, ma tanto. Lei pensi se Maradona giocasse oggi, con tutti gli spazi che ha Messi. Pensi che durante una partita Juventus-Napoli nello spogliatoio ci dicemmo che l’unico modo per fermarlo era menargli di brutto. Ma dopo dieci minuti in campo ci guardammo e ci dicemmo che no, era troppo bello vederlo giocare”.

Un ricordo anche sulla tragica notte dell’Heysel: “Ho un ricordo angoscioso. Noi non volevamo giocare. Fummo costretti, per ragioni di ordine pubblico. Noi sapevamo che ci avrebbero dato addosso comunque: se avessimo giocato sul serio, se non lo avessimo fatto, se avessimo esultato per un gol e se non lo avessimo fatto. Noi sapevamo che c’erano dei morti ma non la proporzione. Facemmo così scalo a Bari e, mentre prendevo un caffè con il pilota, scoprii che i morti erano stati trentanove. Fui distrutto. Pensi che io non volli una lira per quella partita, diedi tutti i soldi alla fondazione che si occupava delle famiglie delle vittime. Mi sembrava il minimo”.

ROMA – Proprio quella tragica gara fu l’ultima in maglia juventina per Boniek che approdò poi alla Roma: “Prima di passare alla Juventus avevo firmato con Dino Viola. Ma allora era il Ministro dello sport a decidere se un giocatore poteva andare via dalla Polonia. La Roma poteva pagare l’acquisto in tre rate e il ministro non era d’accordo. La Juve si offrì di pagar subito. E fui bianconero. A Viola dissi che se fossi andato bene tre anni dopo, il tempo del contratto, sarei andato in giallorosso. Dopo due anni e mezzo mi cercò. Lo vidi a Firenze. Mi feci prestare la Ferrari da Michel. Per fare prima ma anche perché pensavo che arrivando in quel modo avrei avuto un contratto migliore… Aggiungo che alla Juventus si stava concludendo un ciclo. Roma? Ancelotti, Cerezo, Conti, Boniek. Non male. In panchina premevano Giannini e Desideri. Davanti c’erano Pruzzo e Graziani. E voglio dirle che, per me, Pruzzo è stato l’attaccante più forte con cui abbia mai giocato.”

Altro KO da incubo per lui contro il Lecce: “Io ho ancora i bruciori di stomaco se ripenso a quel giorno all’Olimpico. Vincevamo uno a zero e, se l’arbitro non ci avesse annullato un gol per un fuorigioco inesistente, saremmo andati sul due a zero. Poi non so cosa successe ma bum bum bum, ci fecero tre gol e ci stesero”.

Boniek definisce “Un’impresa straordinaria” gli scudetti della Juventus e incorona Ciro Ferrara come difensore più forte che abbia incontrato: “Sempre concentrato, ti si appiccicava come il Vinavil”.

I più forti?: “Uno è fuori concorso, Maradona. Gli altri, ai miei tempi, erano campioni eccezionali. Platini, Falcao, Rummenigge e Zico che quando accennava le finte faceva saltare i legamenti ai difensori. Allora il campionato italiano era il più richiesto del mondo.”

Su Totti e sul papa infine: “Totti è un fenomeno – continua Boniek al Corriere dello Sport – è il re di Roma. Come uno sventato, dissi a Papa Giovanni Paolo II se poteva dire una preghiera per la nostra squadra. Lui mi rispose, un po’ sorpreso: “Dio con il calcio non c’entra niente”.