Bengtsson: “All’Inter ho pensato di togliermi la vita”

Bengtsson: “All’Inter ho pensato di togliermi la vita”

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Per definizione generale il calcio è il sogno di ogni bambino appassionato di questo fantastico sport, e il diventare calciatore professionista dovrebbe essere la coronazione e l’apice di questo spesso irrealizzabile desiderio infantile. L’irrefrenabile desiderio di diventare da grande un calciatore era comune anche all’ormai trentenne Martin Bengtsson che ad appena quindici anni iniziò la sua avventura nel massimo campionato svedese attirando così ben presto l’attenzione dei maggiori club europei, pronti ad accaparrarsi il giovanissimo talento. Ancora minorenne l’occasione si chiama Ajax ma la sorte lo spedisce dritto alla Pinetina dove viene ingaggiato dall’Inter. Primo scherzo del destino per un ragazzo che avrebbe tanto voluto giocare nel Milan. Nei giorni scorsi proprio l’ormai ex calciatore svedese ha raccontato la sua storia soffermandosi in particolare sugli inizi in un’intervista al ‘Sun’: “Da quando avevo 7/8 anni ho sempre avuto un obiettivo ben chiaro, quello di giocare al Milan, ma alla fine firmai per l’Inter. Il mio unico obiettivo era di diventare un calciatore e tutta la mia vita girava intorno a quello. C’era solo calcio.”

LA DEPRESSIONE – Il giovane calciatore in forza all’Inter però ben presto piomba in un periodo negativo che lo porta addirittura alla depressione. Il tutto iniziò con un infortunio: “E ‘iniziato con un infortunio al ginocchio, alla fine della prima stagione all’Inter. Durante questo periodo, non potendo giocare a calcio, ero solo sul divano. Senza il calcio non sapevo cosa fare, perchè quando si gioca a calcio a questi livelli, l’unica cosa a cui si pensa è al pallone e a come migliorasi come calciatore. Io, invece, avevo bisogno di qualcuno con cui parlare, e non solo per sentirmi dire che dovevo impegnarmi di più e pensare positivo”.

Lo sconforto ben presto sfocia però nel pensiero del suicidio: “Molti calciatori dicono che quella vita è come una prigione, senza libertà di movimento. Io avevo voglia di uscire, e mi capitava di chiedere se potevo andare in città per comprare una chitarra, per avere qualcosa da fare, mentre non giocavo a calcio. Ogni volta continuavano a ripetermi ‘domani’, ‘domani’. Io avevo capito che quella vita non faceva per me, ma ero troppo orgoglioso, probabilmente, per dire solo ‘ciao, io non sono fatto per questo’. Mi vergognavo troppo e questa vergogna mi ha condotto a pensare che la soluzione fosse togliermi la vita. Ho preparato i rasoi in bagno la sera prima, penso fosse il 21 settembre, l’indomani mattina mi sono tagliato i polsi“.

E’ evidente come per Bengtsson il calcio non sia proprio quel mondo dorato che ogni bambino vorrebbe raggiungere: “Hanno mandato un terapeuta nella mia stanza che disse: ‘E’ così strano; hai tutto ciò che si può desiderare nella vita, tutto. Sei un calciatore in uno dei più grandi club del mondo, guadagnerai un sacco di soldi, avrai una bella macchina ‘, avrai tutte le donne che desidererai’. In quel momento ho capito come la gente guarda i giocatori di calcio. Questa è la loro idea, quella di una vita perfetta. Perfetta o meno non faceva per me“.