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Luca Toni si ritira dal calcio giocato. Nonostante non venga considerato al pari di altri colleghi, la carriera dell’attaccante di Pavullo è stata sensazionale.

9 luglio 2006: Italia e Francia stanno combattendo sul campo per appropriarsi della Coppa del Mondo. Il punteggio è fissato sull’1-1, dopo le reti di Zidane e Materazzi. Calcio d’angolo battuto da Pirlo: traiettoria in area, precisa e tesa. Ad accogliere il pallone la testa di Luca Toni. Sembra fatta, ma la traversa strozza l’urlo dell’attaccante. Nel secondo tempo è Grosso a battere una punizione: il cross raggiunge ancora una volta Luca Toni, che la mette dentro. E’ il vantaggio dell’Italia, ma l’arbitro annulla per un giusto fuorigioco. La nostra Nazionale, come sappiamo, finirà per trionfare in quei Mondiali ai rigori. Quello che però capita a Toni durante la partita è un po’ la metafora della sua carriera calcistica: un grande bomber, sempre sul pezzo ma forse troppo poco fortunato nei momenti che contano per ricevere la giusta considerazione.

E pensare che in carriera Luca Toni ha segnato ovunque, per molti e a chiunque: 323 gol nel professionismo da dividere tra club e Nazionale. L’inizio con Modena, Empoli e Fiorenzuola, le prime stagioni in doppia cifra con Lodigiani e Treviso. La parentesi vicentina prima degli altalenanti anni bresciani. La consacrazione italiana con Palermo e Fiorentina, quella europea e Mondiale con Bayern Monaco e Italia. Il calo con Roma, Genoa e Juventus, la suggestione Al Nasr, il ritorno romantico alla Fiorentina e la splendida storia scritta con il Verona. I gol di Toni, sempre decisivi per le sue squadre, erano la perfetta rappresentazione di un attaccante di razza clamoroso, che fiutava il gol come un segugio con il tartufo. Sia a livello di squadra che individuale, Toni ha vinto molto: campionato, coppa e Supercoppa con il Bayern, una Serie B con il Palermo e, ovviamente, il Mondiale con l’Italia. Capocannoniere di Bundesliga, Coppa Uefa, Serie B e in due occasioni della Serie A, nonché Scarpa d’Oro nel 2006, Toni è stato fino a questa stagione un punto di riferimento per chi vuole fare l’attaccante di mestiere. Un’istituzione per coloro i quali nell’area di rigore si sentono come sotto il sole tiepido e accogliente di inizio estate.

L’ultima stagione sottotono è frutto di incertezze, problematiche di squadra, probabilmente anche dell’età. Con il ritiro di Luca Toni, ormai telefonato da mesi ma non per questo meno doloroso, il calcio italiano perde forse l’ultimo grande bomber tricolore, l’unico insieme ad Alberto Gilardino a rappresentare una vecchia scuola di prime punte italiane che sembra essere ormai a corto di talento e di idee, anche per via di un calcio moderno che snatura il bomber rapace per farne a forza un giocatore a tutto campo. Forse Luca Toni non sarà mai considerato, a livello di star power, come un Pippo Inzaghi o un Christian Vieri. Nella storia, però, il piede l’ha già messo ed è diventato, nel corso degli anni, uno degli attaccanti più forti che l’Italia abbia mai visto segnare.
I 31 gol in un campionato, la canzone-tormentone di Matze Knop, la maglia goliardica, l’esultanza entusiasmante per i decibel dei tifosi. Tutto questo è stato e sarà Luca Toni. E a noi, onestamente, può andar bene così.

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