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Gary Marrow è stato il primo allenatore di Jamie Vardy, all’epoca attaccante dello Stocksbridge Park Steels. Gol, come sempre, giocate da campione e problemi con la giustizia. Tutto nell’intervista concessa a calciopremier.it:

Che persona era Jamie Vardy quando militava nel suo Stocksbridge?

“Jamie era un ragazzo molto disponibile e propenso al lavoro. Fuori dal campo era silenzioso ed abbastanza riservato. Era giovane ma concentrato su quello che faceva”.

Quali sono state le sensazioni quando Jamie ha stabilito il record di gol consecutivi in Premier League?

“E’ stato il coronamento di un sogno: è riuscito in modo miracoloso in un breve lasso di tempo a passare dal calcio dilettantistico alla Premier League, facendo una cosa che era riuscita solo ad un grande giocatore come Van Nistelrooy. Ha realizzato un record figlio di anni di lavoro e sacrifici”.

Ha qualche aneddoto da raccontare?

“Ci sarebbero tante storie da raccontare! Ma ci fu quella volta… . E’ fatto così, Jamie”.

Quali erano le sue caratteristiche allo Stocksbridge?

“E’ praticamente lo stesso giocatore. Naturalmente i club professionisti lo hanno reso una centravanti migliore, ma come quando giocava con me allo Stocksbridge ha mantenuto lo stesso stile, quello veloce ed aggressivo che lo ha sempre contraddistinto. Inoltre, quando si trova sotto pressione riesce a dare il meglio di sé: non sente il peso delle responsabilità e riesce a segnare tante reti”.

In cosa lo vede migliorato oggi al Leicester?

“Il miglioramento più significativo riguarda il suo coinvolgimento nel gioco di squadra: trascina tutti grazie alle sue caratteristiche. E’ diventato un giocatore a tutto tondo, riuscendo ad adeguarsi al collettivo ma diventando essenziale per gli schemi delle sue squadre. Non è facile per un attaccante ma lui ne è capace”.

Giocava a calcio per passione, ma per arrivare a fine mese si occupava di altro…

“Giocando nelle categorie semiprofessionistiche, dove i soldi delle società non bastano per sostituire un vero stipendio, per tirare avanti devi avere un altro lavoro: lui produceva protesi in carbonio in una fabbrica vicino a Sheffield. Andava lì verso le otto di mattina e ci rimaneva fino alle cinque di pomeriggio”.

Un ragazzo che ha vissuto anni difficili, come quelli tra la fabbrica ed il coprifuoco imposto dalla Polizia…

“Jamie ha avuto dei problemi con la Polizia ed è stato giudicato colpevole per aggressione. La sua sentenza gli imponeva un coprifuoco, quindi doveva essere a casa per le sei tutte i pomeriggi. Ci allenavamo due sere a settimana, certe volte giocavamo il martedì ed il mercoledì ma lui non poteva esserci, poiché limitato dalla pena imposta dalle forze dell’ordine. Quando il sabato disputavamo le partite fuori casa dovevamo fare attenzione a dove poteva essere portato, tenendo d’occhio la distanza dalla sua abitazione per essere in linea con le restrizioni, poiché le gare terminavano intorno alle cinque e lui doveva essere accompagnato a casa in tempo: era obbligatorio mantenersi nel raggio di quaranta minuti. Ci fu un giorno nel quale una sfida stava andando avanti per troppo tempo: sua mamma venne accanto a me e iniziando a chiedere: “quando lo tirate fuori da questa partita?”. Lo abbiamo sostituito, è entrato al volo nella macchina con la sua famiglia ed addio, è scappato per rientrare a casa nell’orario prestabilito.

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