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Gianpaolo Bellini, bandiera e capitano dell'Atalanta. Fonte atalanta.it
Gianpaolo Bellini, bandiera e capitano dell'Atalanta. Fonte atalanta.it
Gianpaolo Bellini, bandiera e capitano dell’Atalanta. Fonte atalanta.it

Sposare una causa e portare avanti una fede, scegliendo di difendere per venti lunghissimi anni gli stessi colori anche dagli errori e le malefatte di chi ha rischiato di macchiarli per sempre. Provateci voi in un ambiente divenuto irriconoscibile per chi, come Gianpaolo Bellini, ne ha fatto un lavoro ma ancor prima uno stile di vita, trascorsa per lo più a rincorrere palloni e avversari lungo quella fascia percorsa milioni di volte. Una storia d’amore profonda quella tra lui e l’Atalanta, arrivata alla fine di un percorso condiviso sin dai tempi delle giovanili. La coreografia con cui la curva atalantina è pronta a tributargli il giusto e meritato saluto in occasione della gara di domani pomeriggio con l’Udinese, potrebbe per una volta far vacillare l’animo forte del capitano di mille battaglie, cui per una volta potrebbe scappare qualche lacrima di commozione nel rivivere in un pochi istanti ciò che in pochi nel calcio moderno possono vantarsi di aver condiviso.

Fedele a quella che, prima di una società, ha sempre considerato una famiglia, scuola di vita negli anni delicati dell’infanzia, merito di un settore giovanile gioiello considerato una vera e propria eccellenza anche all’estero, dove il made in Italy non passa mai di moda, mentre da noi si continua a non investire nella valorizzazione di uno dei nostri fiori all’occhiello. Una bacheca povera di trofei, ma ricca di ricordi e traguardi indelebili (con 434 gare ufficiali è il giocatore più presente nella storia dell’Atalanta), diretta conseguenza di una carriera da onesto gregario di provincia, capace di calcare dignitosamente il prestigioso palcoscenico della serie A, assaggiata per la prima volta il 1 ottobre del 2000. Figlio della splendida nidiata di talenti partoriti dal florido vivaio bergamasco, quella per intenderci dei vari Pelizzoli, Zauri, Natali, Cristian e Damiano Zenoni, Dalla Bona, Donati, Pinardi, Rossini, con estrema professionalità e grande spirito di sacrificio, Bellini è riuscito dove tanti suoi coetanei avevano fallito, facendo della costanza di rendimento il suo marchio di fabbrica. Da Mutti, il tecnico che lo fece esordire in prima squadra, a Reja, passando per Vavassori (in un certo senso, suo padre calcistico), Mandorlini, Rossi, Delneri, Conte e Colantuono, tutti sapevano di poter contare ciecamente nelle qualità, umane prima che tecnico-tattiche, di un giocatore dedito anima e corpo alla causa atalantina. Professionista a tutto tondo, amato e profondamente stimato dal tifo caldo e spesso sopra le righe dei sostenitori della Dea, la scorsa estate aveva già comunicato la sua volontà di chiudere con il calcio giocato per intraprendere la strada di un ruolo dirigenziale all’interno del club del presidente Percassi.

Difficile stabilire se anche lui, al pari di molti suoi compagni nel settore giovanile, avrebbe potuto ambire al salto di qualità; molto più facile riconoscere come l’esperienza di Bellini possa e debba rappresentare un esempio per le nuove generazioni che si affacciano per la prima volta al calcio professionistico. Si può essere calciatori dappertutto, alzare trofei e lasciarsi coinvolgere in un mondo costruito ad arte dove si è tutto e il suo contrario in un tempo piccolo, anche lontano dalle luci dei riflettori, dove la ribalta la si conquista difendendo con onore la maglia che si indossa, in quei luoghi in cui conta soprattutto essere uomini fino in fondo.

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