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Tutto ha inizio pochi giorni prima di Pasqua, all’aeroporto di Lisbona: sono in procinto di ritornare in Italia per le feste, staccando per qualche giorno dal lavoro e passare le vacanza con amici e familiari. Durante un controllo di routine dei bagagli, un addetto alla sicurezza nota una sciarpa del Benfica nella mia valigia e iniziamo a parlare: “Italiano? La Juve stava per farcela ma il Bayern è una potenza. Ora tocca a noi… la vedo dura, ma in ogni caso al da Luz sarà uno spettacolo. Non puoi mancare”. Sembrava una frase buttata lì, ma il suo entusiasmo mi aveva già contagiato: dovevo esserci.

Tornato in Portogallo inizia dunque la caccia al biglietto, ma sembra più difficile del previsto: l’affluenza è notevole e già con diversi giorni di anticipo si preannuncia il tutto esaurito. La speranza è però l’ultima a morire e, insieme ad un collega folle quasi quanto me, il giorno prima del match riesco rocambolescamente a trovare un biglietto…ad un prezzo duplicato rispetto a quello originario…nel settore più caldo dello stadio. Partiamo in tarda mattinata per recuperare i biglietti dal nostro contatto, il quale ci preannuncia l’inferno che ci attenderà, ma lui non sa che sta soltanto incrementando la nostra carica emotiva e ci avviamo di buon ora verso l’Estadio da Luz. Il clima in città è quello delle grandi occasioni: camionette della polizia che viaggiano a sirene spiegate verso il luogo dell’evento, strade deserte, metro ed autobus intasati, per una Lisbona che è ben consapevole di essere in procinto di assistere ad un match che potrebbe rimanere nella storia. L’1 a 0 dell’andata sta strettissimo al Bayern ed il popolo Benfiquista è convinto che, con l’appoggio del proprio pubblico, le aquile possano riuscire nel colpaccio. Eccitati da questo clima più che mai frizzante ed incuriositi dal vedere dal vivo una delle squadre più forti del mondo, ci avviamo verso la metro dove in uno spazio in cui entrerebbero più o meno 50 persone ce ne sono almeno il doppio. Sembrerebbe una situazione piuttosto stressante, ma anche il momento peggiore improvvisamente si trasforma in spettacolo: con due fermate di anticipo rispetto a quella dello stadio, un nutrito gruppo di tifosi del Benfica inizia ad intonare cori di supporto alla squadra, coinvolgendo buona parte della carrozza. Quasi dal nulla, però, emergono una ventina di tifosi del tedeschi, che al coro “Glorioso SLB” dei locali rispondono con un tonante “Super Bayern, super Bayern hey”. Lo scambio di cori si conclude con vicendevoli applausi, a testimonianza che, a prescindere dal risultato, stiamo per assistere ad una vera e propria festa.

All’uscita della stazione c’è uno straordinario spettacolo: un lunghissimo fiume di persone collega il centro commerciale Colombo, dove sbuca fermata la metro, ai cancelli dello stadio. Un mix di maglie e bandiere rosse del Benfica si fonde a quelle dei tifosi tedeschi, che tra birre e canzoni si uniscono ai sostenitori portoghesi verso l’ingresso del da Luz. Percorriamo la strada con il cuore che batte, consci che una volta entrati l’emozione sarà in continuo crescendo. Giunti all’ingresso, dopo un breve controllo, riusciamo a raggiungere il nostro posto con evidente anticipo: notiamo sin da subito un cartoncino bianco sul nostro seggiolino che utilizzeremo per la coreografia e, mancando ancora parecchio tempo al fischio d’inizio, ne approfittiamo per un tour della curva Benfiquista, che già inizia a popolarsi non solo di giovani dall’aspetto battagliero, ma anche di famiglie con bambini al seguito, tutti rigorosamente bardati con maglia o sciarpa della squadra del cuore. L’ingresso dei tifosi tedeschi (situati nella curva opposta alla nostra) ci suggerisce che lo spettacolo sta per iniziare: prendiamo posto e ci prepariamo all’entrata in campo delle squadre.

Applausi scroscianti quando il Benfica manda in campo i suoi portieri per il riscaldamento, fischi assordanti per Neuer e Ulreich dall’altro lato del campo. Già dal pre-partita si nota la differenza di approccio al match delle due squadre: scatti e tiri da lontano per i padroni di casa, cambi di gioco e torello per gli ospiti. Guardiola, però, ama metterci del suo e, invece del classico torello, i tedeschi si esibiscono in un torello volante, con la palla che non tocca mai terra. Si prospetta una serata di affanni per i portoghesi. Con le squadre che rientrano negli spogliatoi vengono consegnate anche le formazioni: fuori Lewandowski per il Bayern, mentre il Benfica dovrà fare a meno di Jonas. Mitroglou, Luisao e Julio Cesar…l’impresa impossibile sembra ancor più impossibile.

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Ci prepariamo all’ingresso ufficiale delle squadre, ma prima è tempo di intonare l’inno: l’intero stadio si alza in piedi, mostrando al cielo una sciarpa o sfoggiando impettito il simbolo del club sulla maglietta. Difficile capire cosa dica il testo, ma veniamo ugualmente trascinati dal ritmo e dalle note che risuonano nell’intera struttura, intonate da circa 60mila persone orgogliose della loro squadra e di ciò che rappresenta per il Portogallo.

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Al termine della canzone le sciarpe cominciano a roteare ed ecco le squadre che scendono in campo: che si dia il via alla coreografia! Sulle note della Champions League tutti i settori si dipingono di bianco e rosso (ecco la funzione dei cartoncini che avevamo trovato sul nostro sedile) ed in contemporanea una enorme aquila si alza alla nostra destra, come a protezione degli 11 giocatori in rosso già precedentemente spronati dal volo della vera mascotte del Benfica, Gloria, di cui vi parlammo già in passato descrivendo il nostro tour al da Luz. La nostra scelta di prendere parte a questo incontro sembra avere già pagato gli 80 euro spesi per il biglietto, ed il match deve ancora iniziare! Ecco che l’arbitro porta il fischietto alla bocca e…si comincia.

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Pep Guardiola schiera il suo Bayern con il solito modulo iper-elastico, che sembra però essere strutturato come 4-2-3-1 con due originali peculiarità: nel ruolo di trequartista c’è Vidal, lasciato libero di svariare lungo tutto il settore centrale del campo, mentre i due centrali di difesa sono Kimmich e Martinez, centrocampisti di professione. Il Benfica risponde con un trapattoniano 4-4-2 dalle linee molto compatte, atto ad arginare centralmente il palleggio bavarese e puntare sulle ripartenze, prendendosi qualche rischio sui cambi di gioco e puntando su feroci raddoppi sugli esterni avversari. Il tema della partita è come previsto, con gli ospiti a tenere il pallino del gioco: Xabi Alonso illumina a centrocampo, ma Ribery da un lato e Douglas Costa dall’altro sono braccati a vista dagli esterni del Benfica, ed il “tiki-taken” di Guardiola non porta brividi al portiere locale. Quando ormai ci aspettiamo da un momento all’altro un tracollo della retroguardia padrona di casa, ecco l’inaspettato: su una ripartenza dalla sinistra, la palla rimbalza al centro dell’area di rigore ospite, con i due centrali che mostrano tutti i loro limiti nella fase difensiva non occupando correttamente le posizioni. Jimenez con un guizzo anticipa Neuer ed il Benfica clamorosamente è in vantaggio! Lo stadio esplode, i cori si alzano, i tamburi risuonano…l’impresa è possibile! Purtroppo per il Benfica, però, il Bayern non è squadra che si rassegna e quando è messo alle strette tira fuori il meglio di sé: sugli sviluppi di una lunga azione manovrata, Lahm arriva per l’ennesima volta al cross dalla destra e Vidal, dopo la respinta del portiere, spara un siluro di sinistro che riporta il punteggio sul pari.

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Il primo tempo si chiude, ma il pubblico non sembra essere rassegnato. I cori di sostegno continuano imperterriti, anche se a dominare la scena sono ora i tifosi del Bayern: incessanti le loro urla a scandire ogni singolo minuto della pausa, come a torturare il popolo del da Luz e impedendogli di rifiatare anche solo per un attimo. Si riparte ed il popolo portoghese letteralmente rimane congelato: su corner di Xabi Alonso, Javi Martinez appoggia di testa e Mueller si avventa come un falco sul pallone portando gli ospiti in vantaggio. Sembra la fine del sogno, con i giocatori che si lasciano cadere al suolo ed i tifosi apparentemente rassegnati a lasciare il campo ai più forti avversari. La partita, però, non è ancora finita: Martinez sbaglia ancora posizionamento e mette giù un avversario al limite dell’area. Il da Luz ruggisce, i giocatori chiedono il rigore o quantomeno il rosso, ma l’arbitro irremovibilmente tira fuori il giallo ed indica la punizione. “Palhaço! Palhaço!”, pagliaccio, intonano i 60 mila, non consapevoli di ciò che sta per accadere. Sulla palla si presenta il neo entrato Talisca, uno spilungone di 188 centimetri che tutto sembra, tranne che un esperto di calci da fermo, eppure il suo tiro liftato non lascia scampo a Neuer. L’intera Lisbona diventa una bolgia e la squadra, spinta più che mai dal pubblico, si lancia a capofitto all’attacco cercando di agguantare quanto meno la vittoria. La partita super di Lahm ed un pizzico di fortuna su una seconda conclusione di Talisca sono i due fattori che accompagnano il match verso il 2 a 2 finale, con il mio collega Francesco ed io ormai rassegnati nel vedere i portoghesi sfilare a testa bassa fuori dai cancelli dello stadio scherniti dai sempre chiassosi tifosi tedeschi. Succede invece l’incredibile: il volume dei cori si alza, si alza sempre più. I tedeschi vengono assolutamente sovrastati dal clamore dei padroni di casa, che esultano ed agitano le sciarpe come se avessero assistito alla più grande vittoria di sempre. I cori sono potenti, continui e sempre più coinvolgenti, al punto che anche i giocatori del Bayern, dopo aver salutato i propri sostenitori, applaudono lo stadio intero.

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Usciamo dallo stadio con la meravigliosa sinfonia dell’ultimo coro nella testa: la sentiamo fuori dai cancelli, nel parcheggio, nella metro, per le strade…fin dentro casa nostra. E’ stata la notte in cui una squadra è andata a tanto così dallo scrivere la storia, a tanto così dal battere i più forti. E’ stata la notte in cui, nonostante una sconfitta, il Benfica è uscito dalla Champions League a testa alta. E’ stata la notte in cui Lisbona non ha versato una sola lacrima, ma ha cantato tutta la notte, finché ha avuto fiato in gola, ed in quella notte… io c’ero.

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