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Claudio Ranieri

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E’ l’uomo del momento: tutti lo cercano, tutti lo vogliono. Lui è in brodo di giuggiole e si sta prendendo molto rivincite su chi l’aveva definito un perdente, un eterno secondo e via discorrendo. Claudio Ranieri, ospite nella redazione della Gazzetta dello Sport, ha sottolineato come “chi doveva capirmi mi ha capito”. Una lunga intervista quella di Sir Claudio, di cui vi riportiamo gli stralci più salienti.

INGHILTERRA “Avevo così voglia di tornarci che avrei accettato persino una squadra di Serie B. Anche altri due club di Premier mi avevano contattato, ma poi hanno fatto altre scelte. Il Leicester mi ha convinto per la dirigenza, i programmi, le strutture, e poi ho conosciuto la famiglia del presidente, che chiamo per nome perché il cognome non so neppure pronunciarlo. Ad esempio, io sono un malato di videoanalisi. Figuratevi che ai tempi del Cagliari mi facevo da solo i montaggi con due videoregistratori. Ebbene, lassù ho trovato un salone enorme pieno di tv, con persone che registrano ogni partita e ogni allenamento con tre telecamere ed altre che vedono tutti i giocatori del mondo per soddisfare le mie esigenze sul mercato. E poi, prima di ogni match, facciamo montare sui tablet dei calciatori le immagini dei loro avversari con le rispettive caratteristiche. Insomma, un’organizzazione perfetta”.

CHELSEA-TOTTENHAM “Mentre vedevo Chelsea-­Tottenham, all’inizio ho detto a mia moglie: “Mi sa che oggi non ce la facciamo”. Nell’intervallo ho cenato e ad un certo punto, prima di un angolo, ho detto: “Ora arriva il gol”, e ha segnato Cahill. Quindi mentre attaccava il Tottenham e Hazard non chiudeva, Rosanna commentava: “Ma perché non difende?” e io ho replicato: “Lascialo fresco, ci deve fare il gol che vale il titolo”. Ed è andata proprio così”.

BOCELLI “Ecco, se avessi potuto scegliere un finale per la storia del Leicester l’avrei immaginata proprio così: con Bocelli sul palco che canta “Vincerò” in mezzo allo stadio. Fu lui a chiamarmi ad aprile dicendomi: “Mister, se ce la fa vengo a cantare per voi”. E quando è venuto e ci avvicinavamo a centrocampo mi ripeteva: “Sto provando una emozione enorme”. Figuratevi che sua moglie mi ha confidato: “È l’unica volta che l’ho visto prendere l’aereo contento”. Ho ancora adesso la pelle d’oca”.

SIMEONE “Non spettano a me i paragoni e su Simeone dico solo gioca all’italiana. Va bene Cruijff, Michel, Sacchi, ma l’Italia non è da buttar via. Non ci sono sistemi vincenti. Se un tecnico ne sente uno come suo, perché cambiare? A Valencia, alla fine degli Anni 90, volevano che giocassi il tiqui taca, che esisteva anche allora, ma io dissi ai dirigenti: “Avete sbagliato allenatore. Io la palla non la tengo, allora giocano i giovani”. Ero sicuro che mi mandassero a casa, invece mi dettero fiducia, perché i miei ragazzi andavano come il vento. Certo, c’era chi guardava al Barcellona di Rivaldo e Figo, ma io spiegavo: “Facciamo gli stessi tiri e gli stessi cross che fanno loro, la palla tenetevela pure”. Anche ora c’è chi dice che il Leicester perde tanti palloni: certo, andiamo a 3.000 all’ora! Alla gente piacciamo perché creiamo tante occasioni da gol. Io alle punte lascio libertà di attaccare e tagliare il campo, basta che poi quando perdiamo palla ci ricompattiamo subito nel 4­-4-­2. Ai ragazzi dico sempre: “Ricordatevi che sono italiano: pensiamo prima alla difesa””.

TATTICA LEICESTER “Volevo passare gradualmente dalla difesa a tre a quella a quattro. Poi nelle amichevoli vedevo che faticavamo anche con squadre di categorie inferiori e allora ho cambiato subito. Davanti, poi, il punto di riferimento doveva essere subito Ulloa, che era il capocannoniere, ma visto che per la sua stazza faticava ad entrare subito in forma, ho puntato su Okazaki e Vardy e ho detto loro: “Giocate come se foste aerei della Raf, delle Frecce Tricolori”. E contro i massicci difensori della Premier hanno fatto proprio così. Senza dimenticare che a centrocampo ho uno come Kanté. Qualche volta penso che abbia un gemello perché non ho mai visto nessuno correre così: non si riposa nemmeno quando glielo ordino in allenamento”.

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