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icardi

Mauro Icardi non è un calciatore che può lasciare indifferenti: il molti lo amano, altrettanti lo “odiano”. L’intervista rilasciata nell’edizione odierna della Gazzetta dello Sport è decisamente interessante perché va a scavare nell’uomo e non nel calciatore, toccando diversi argomenti non forzatamente calcistici.

IDOLO “Quello che da bambino vedi come idolo, se non è un’infatuazione e basta poi diventa modello: per me, si sa, Gabriel Batistuta. La prima “visione” fu davanti alla tv, una sua partita con la Seleccion. La prima emozione grazie alla rivista “El Grafico”, a quei tempi andavano in giro per i club e regalavano ai giovani calciatori una copertina finta con un fotomontaggio, e ovviamente avevo scelto di avere Bati vicino. E pensare che poi non c’è stata occasione di avvicinarlo davvero: mai riuscito a conoscerlo di persona, magari un giorno. In compenso ho sempre sperato di riuscire a rubargli il segreto di quella forza che metteva quando giocava, ti sembrava che mangiasse il campo”.

CIBO “Me lo ricordo come se fosse adesso: era sabato, giocavo alle sette di sera e poi ci siamo spostati in campagna. Buio pesto, solo la luce della luna piena, e per tutta la notte siamo stati lì a catturare rane. Alle sei del mattino ne avevamo quattro sacchi pieni: ci siamo messi a pulirle, fino a mezzogiorno, poi le abbiamo fritte. Buonissime. Io impazzisco per l’asado, non c’era domenica che quel gran cocinero di mio padre non accendesse la griglia per tutto il quartiere”.

PAURA “Wanda dice che sono pazzo, ma quando non correrò più il rischio di compromettere il mio lavoro un po’ di bungee jumping lo farò di sicuro: l’idea di saltare nel vuoto legato a un elastico mi dà un brivido, non mi fa paura, e anche a pensarci bene non ritrovo nella mia vita uno spavento indimenticabile. Neanche da bambino avevo paura: buio, rumori, tantomeno gli animali, anzi mi piacciono anche quelli più strani. Tutti tranne i gatti: li trovo un po’ “traditori”, sanno vivere da soli e pensano solo a se stessi. Nel calcio di cosa puoi aver paura? Di una partita, un avversario? Ma dai… Di un infortunio? Ma quella non è paura, è “rispetto” di ciò che può succedere da un momento all’altro. In verità, se la cosa riguardasse solo me, dovrei dire che non ho timore neanche della morte: se muori, muori, e quando arriva è già tutto finito. Il fatto è che non riguarderebbe solo me e ogni volta che sento di tragedie, incidenti o aerei che cadono, ho paura sì: di lasciare la famiglia troppo presto”.

PUBALGIA “Ha idea di cosa significa per un calciatore avere un pallone fra i piedi e non riuscire a calciarlo ad un metro, per il dolore? La pubalgia è così: sai come viene, non sai quando se ne andrà. A me venne per colpa di una serie di tiri a fine allenamento, mi scivolò il piede e mi stirai un muscolo intercostale: iniziai a dormire male, a camminare male, si infiammò il pube e come se non bastasse mi toccava anche sentire cazzate tipo che tutto dipendeva dal troppo sesso con Wanda“.

SOCIAL “Chi mi guarda e mi conosce per quello che faccio in campo, così può vedere anche chi sono e come vivo fuori da lì, perché io mica vivo dentro il campo. Ecco perché non mi pento di nulla, neppure di mettere foto dei miei figli, compresi quelli di Maxi: vivo con loro 365 giorni all’anno, anche loro sono la mia vita. Mi chiedono: ma non diventa una schiavitù essere così social? Ma perché? Se sei un personaggio pubblico, in un certo senso “sei di tutti”. E poi a volte, è inutile fare i finti puristi, è anche una questione di lavoro: quando devi firmare un contratto pubblicitario ormai la prima domanda che ti fanno è sempre quella, “Hai un profilo?”“.

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